Londra orfana dell’impero, ma vuole tornare al centro della storia

Secoli di primato militare, diplomatica, commerciale, tecnologica, e poi anche culturale nella società dei consumi, hanno prodotto negli inglesi la nostalgia per una supremazia perduta ma che si sogna di veder rinascere. In qualche modo nuovo
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July 23, 2026
Londra orfana dell’impero, ma vuole tornare al centro della storia
Tutto accadde nel luglio del 1956, quando il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, il leader che aveva rovesciato la monarchia di re Faruq, aveva annunciato la nazionalizzazione del Canale di Suez, arteria fondamentale per il commercio mondiale e per il trasporto del petrolio verso l’Europa, uno dei simboli del potere economico e strategico dell’impero britannico. Il premier Anthony Eden giudicò quell’affronto intollerabile ed elaborò insieme a Francia e Israele un piano per riappropriarsi del Canale: Israele avrebbe invaso il Sinai e la Striscia di Gaza, Londra e Parigi avrebbero occupato – a scopi di pace, a sentir loro – l’intera area. Ma il presidente Eisenhower e Nikita Chrušcëv si misero di mezzo: la Guerra fredda, l’invasione dell’Ungheria, la corsa all’arsenale atomico non consentivano un’ulteriore destabilizzazione di uno scacchiere come quello mediorientale già di per sé così turbolento. La Gran Bretagna fu costretta a ritirarsi. Londra dovette riconoscere pubblicamente di non poter più agire come una grande potenza indipendente. L’epoca in cui il Regno Unito decideva autonomamente il destino delle principali rotte commerciali del pianeta era terminata, il baricentro dell’Occidente si era ormai spostato a Washington. Eden uscì di scena poco dopo. Ma soprattutto l’impero britannico aveva cessato di essere tale.
Beffardo suonava in quei momenti il glorioso “anthem” Rule, Britannia! Britannia rule the waves. Britons never, never, never shall be slaves. «Domina, Britannia! La Britannia domini i mari. I britannici non saranno mai, mai, mai schiavi». Era il leitmotiv di un impero, giustamente orgoglioso della propria supremazia sui mari. Un impero sorto quasi per caso con la nascita della Compagnia Britannica delle Indie Orientali, società commerciale inglese fondata nel 1600 con un privilegio reale concesso dalla regina Elisabetta I per commerciare con l’Asia. E fu la Compagnia a costituire il primo vero nucleo imperiale. Guidata dalla medesima concezione mercantilistica che avrebbe dato vita alla colonie britanniche in America, insieme al commercio del tè, del cotone, della seta, delle spezie e dell’oppio, la British East India Company riscuoteva imposte, amministrava territori e stipulava trattati finendo per amministrare milioni di persone e svolgendo funzioni normalmente riservate a uno Stato. Di fatto, era lo Stato. Fino a quando la Corona decise di scioglierla e inglobarne i vasti possedimenti.
L’apogeo dell’impero cominciò dopo la sconfitta di Napoleone Bonaparte. Per oltre un secolo il mare parlò inglese. Le rotte commerciali erano pattugliate dalla Royal Navy; il carbone alimentava fabbriche che producevano acciaio, tessuti e locomotive più di qualunque altro Paese, Londra era diventata il centro finanziario del pianeta. Come già con Carlo V trecento anni prima, il sole – si diceva – non tramontava mai sull’impero britannico, perché da qualche parte c’era sempre una colonia illuminata dall’alba. L’impero governava quasi un quarto delle terre emerse e della popolazione mondiale: dal Canada all’Australia, dalla Nigeria alla Nuova Zelanda, dall’India all’Egitto, le bandiere di saint James finirono per sembrare un fenomeno naturale. O come si ebbe a dire, un Destino manifesto. Ma non lo era. Era piuttosto il prodotto di una combinazione di tecnologia, forza militare, diplomazia, finanza e, soprattutto, di un’ideologia che presentava l’espansione – il suo ambiguo messia in tal senso fu Rudyard Kipling – come un obbligo morale dell’uomo bianco. Al prezzo di sopraffazioni, schiavitù, carestie, sanguinose repressioni. Come disse un paio di secoli dopo Winston Churchill, «non siamo diventati padroni del mondo con le buone maniere».
Al culmine della sua potenza, la sicurezza britannica ostentava un’arroganza da allora mai venuta meno, neppure oggi che l’impero è solo un ricordo e il predominio navale una nostalgica illusione. All’epoca invece le esposizioni universali celebravano il progresso come se fosse stato inventato sulle rive del Tamigi: l’ingegneria, il telegrafo, il vapore, il libero scambio, ogni cosa sembrava confermare che la Storia avesse prescelto nell’Inghilterra il suo campione.
In realtà l’impero si stava sgretolando. La Prima guerra mondiale lo lasciava stremato e senza risorse. Un vincitore esausto che metteva in soffitta la trionfale ascesa del secolo precedente, dando vita su quella terra desolata che stava diventando la Gran Bretagna a una generazione di pensatori e scrittori – da Christopher Isherwood a Wystan Hugh Auden, da Virginia Woolf a Thomas Stearns Eliot, da Edward Morgan Forster a Graham Greene, da George Orwell a Wyndham Lewis, dai “bloomsburiani” Litton Strachey, John Maynard Keynes e Vanessa Bell, fino ai più periferici – ma non meno taglienti – Joseph Conrad e James Joyce. Una generazione dal consapevole “pensiero debole” che celebrava le esequie del passato vittoriano.
L’impero aveva terminato la sua corsa a Suez. Il Commonwealth colorava ancora la mappa del mondo di quel rosa che un tempo era vanto e sigillo della colonizzazione mondiale inglese. Ma erano solo ricordi.
Ma a modo suo l’impero che non c’era più aveva cominciato a produrre a partire dagli anni Sessanta una babele di linguaggi nuovi.
Dopo la crisi di Suez e la decolonizzazione, la Gran Bretagna non poteva più fondare il proprio prestigio sul predominio politico. In parte lo ricostruì una decina di anni dopo attraverso la cultura, la musica pop, la moda, il design, il cinema, l’editoria e l’arte contemporanea. La Swinging London ricominciava a dettare le regole: i film di Richard Lester (A Hard Day’s Night, How I Won the War), Nicolas Roeg, John Schlesinger, Blow Up di Michelangelo Antonioni, il modo di vestire – la rivoluzione di Mary Quant, di Twiggy, di Carnaby Street – la musica dei Beatles, dei Rolling Stones, degli Who, il linguaggio visivo e persino il modo di camminare per strada contagiavano il mondo. Ma non durò che lo spazio di un mattino. Trent’anni più tardi Londra conosceva un nuovo sussulto d’orgoglio: era la Cool Britannia di Tony Blair, la grande stagione del labour e di una vampata di compiacimento nazionale. Poi venne la Brexit. E la politica-spettacolo di Boris Johnson, e il costoso divorzio dall’Europa, e le spinte populiste di Nigel Farage. Fino al crepuscolo dei tories – David Cameron, Theresa May, Johnson, il governo-lampo di Liz Truss, la maldestra gestione di Rishi Sunak – e l’illusione della rimonta laburista. Una stagione segnata da Keir Starmer – che pure ha fatto anche cose egregie - costretto alla rinuncia a favore del sindaco della Grande Manchester Andy Burnham, da pochi giorni il nuovo inquilino di Downing Street.
Forse – si è più volte detto – la crisi britannica non è economica, né politica: è psicologica.
Per secoli il Regno Unito aveva costruito la propria identità intorno all’idea di essere un’eccezione: l’impero, la monarchia, la vittoria nella guerra, la City, l’inglese come lingua franca mondiale, il parlamentarismo, la rivoluzione industriale. Ogni generazione aveva ereditato un motivo per sentirsi al centro della Storia. La prima a non averne uno è quella della Brexit. Anche Elisabetta II si è congedata dai suoi sudditi.
Ma nel sottoscala del sentimento nazionale molti sono pronti a scommettere: l’impero colpirà ancora.

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