Diamo una forma nonviolenta alla speranza
25 anni dopo i fatti del G8 di Genova, dove le istanze della società civile non riuscirono a fermare la violenza, la logica dello scontro continua a minacciare la domanda di giustizia globale. Che resta quella di allora

Venticinque anni dopo il G8 di Genova, sappiamo molte cose. Conosciamo le responsabilità politiche, gli errori del governo, le violenze delle forze dell’ordine, della Diaz, di Bolzaneto. Sappiamo dei black bloc, della devastazione, della sproporzione tra chi voleva manifestare pacificamente e chi cercava lo scontro. Per molti anni parlare di Genova ha significato soprattutto chiedere verità e giustizia. Era giusto che fosse così. Oggi, proprio perché quelle responsabilità sono accertate, diventa possibile porre una domanda. Che cosa non ha funzionato dentro la società civile?
A Genova arrivai da Korogocho, la baraccopoli di Nairobi dove viveva Alex Zanotelli. Portavo le testimonianze di chi non avrebbe mai avuto posto al tavolo dei grandi. Avevamo preparato un video perché anche gli esclusi potessero entrare nel racconto del G8. Sembrava davvero possibile aprire una crepa nel linguaggio del potere globale. Ma ricordo anche altro: il via vai dei giornalisti, le interviste, le foto, il protagonismo dei leader, la frammentazione delle sigle, l’illusione di poter governare con le parole una massa enorme di persone. La società civile era moralmente forte, ma organizzativamente fragile. In quei giorni Alex Zanotelli ricordava che non bastava manifestare contro il G8: la conversione doveva diventare anche cambiamento degli stili di vita e delle forme dell’agire collettivo. La domanda non riguardava soltanto il sistema economico ma anche la coerenza della stessa società civile: stili di vita, pratiche e forme organizzative. Non è uno stato d’animo (non basta dichiararsi pacifici). È una tecnica politica, una pratica organizzativa, una disciplina collettiva. Significa preparare le manifestazioni, isolare chi cerca lo scontro, impedire che la violenza utilizzi i manifestanti come copertura.
A Genova la società civile non riuscì a costruire fino in fondo questo presidio della nonviolenza. Non solo per colpa di chi represse e di chi devastò. Anche perché la società civile non seppe darsi una forma politica capace di custodire le ragioni che l’avevano portata in piazza. È un problema che ritorna. Molte manifestazioni degli ultimi anni lo confermano. Cortei nati per la pace finiscono spesso per essere raccontati attraverso le immagini di pochi gruppi che cercano il conflitto. Il risultato è sempre lo stesso: il mondo soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono, ma questo non è un mondo possibile: è il mondo che già c’è. Per questo Genova non va ricordata solo come trauma, ma come una lezione incompiuta. Se la nonviolenza vuole essere una forza politica e non soltanto un’intenzione etica deve tradursi in pratiche, regole e forme organizzative capaci di proteggere le manifestazioni dalla violenza e dalla sua capacità di ridefinirne il significato pubblico. Il rischio, altrimenti, è che lo scontro cancelli la domanda originaria – giustizia globale, povertà, disuguaglianza, apartheid economica.
Genova nasceva anche da lì: da Korogocho, dalle periferie del mondo, da chi chiedeva che la globalizzazione non fosse solo libertà per i capitali e confini per gli esseri umani. Quella domanda non è scomparsa. Anzi, oggi è ancora più radicale, ma per tornare a porla occorre forse ripartire da una verità semplice: non basta sognare un altro mondo. Bisogna anche costruire le condizioni perché quel mondo non venga occupato, deformato o rovesciato dalla violenza. Elsa Morante scriveva che la speranza è un vizio. Forse aveva ragione. Nonostante tutto, continua a tornare.
Venticinque anni dopo Genova, occorre imparare a dare alla speranza una forma politica, organizzativa e profondamente nonviolenta. Altrimenti saranno ancora i violenti a impadronirsene, e il mondo possibile resterà prigioniero del mondo che già c’è.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





