L’autentico senso del viaggiare? Il "rischio" di incontrare l’altro

Il viaggio educa perché interrompe l’illusione di bastare a sé stessi: bisogna accettare di non sapere già tutto e non poter controllare tutto
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July 22, 2026
L’autentico senso del viaggiare? Il "rischio" di incontrare l’altro
Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del nostro mondo

Viaggio

[/vi-àg-gio/], s. m.
Secondo noi viaggiare è un’esperienza che tutti dovrebbero provare perché si ha la possibilità di conoscere i paesaggi, le città, le culture le usanze di un paese mai visitato prima. Il viaggio può anche favorire la conoscenza di noi stessi perché, quando si è in “cammino” ci mettiamo alla prova e in questo modo possono emergere parti di noi ancora nascoste che non pensavamo di avere. Da questo punto di vista, desiderio di conoscenza e coraggio sono fondamentali per poter viaggiare. Esiste anche il viaggio dell’immaginazione. Ad esempio, quando scriviamo un racconto o una poesia la nostra immaginazione descrive luoghi, incontra personaggi, inventa gesti e azioni; oppure quando leggiamo un racconto o una poesia la nostra immaginazione viaggia guidata dal narratore. Possono essere considerati come esempio l’epico viaggio immaginario di Dante Alighieri raccontato nella Divina Commedia e l’epico viaggio di Odisseo raccontato nell’Odissea di Omero.
Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole O_stili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.
Partire non significa soltanto spostarsi. A volte si sale su un aereo, si macinano chilometri sulle rotaie, si percorrono le vie di una città straniera, eppure nulla cambia davvero nel nostro modo di guardare noi stessi e il mondo; altre volte, invece, pur restando nello stesso luogo, la prospettiva può improvvisamente mutare grazie a scarti anche minimi, come lasciarsi raggiungere da una storia o da un incontro inatteso. Nella definizione delle ragazze e dei ragazzi il viaggio non coincide con il turismo né con la semplice visita di un luogo, viene descritto come un’esperienza di conoscenza, di prova e di trasformazione. La prima dimensione che mettono in evidenza è l’incontro con il mondo. Viaggiare permette di conoscere paesaggi, città, culture e usanze di paesi sconosciuti. Nelle loro parole, viene sottolineato il rapporto con lo stupore della scoperta, sottraendo così il viaggio a quel consumo frammentario di esperienze o collezione di mete cui viene talora ridotto. Viaggiare significherebbe incontrare qualcosa che mette in discussione il già noto.
In un tempo in cui possiamo vedere tutto prima ancora di partire, mappe, fotografie e recensioni social dei viaggiatori che ci hanno preceduto rischiano di consegnarci luoghi già interpretati, raccontati e perfino giudicati da altri. I ragazzi invece riconoscono che il mondo resta più grande delle nostre previsioni. Un luogo nuovo chiede di essere guardato, ascoltato, vissuto, fosse anche solo temporaneamente, con rispetto. Le culture, così spesso puri sfondi scenografici per foto che nessuno guarderà mai, sono modi diversi di vivere il mondo, di organizzare il tempo, di mangiare, lavorare, festeggiare, stare insieme. Il viaggio diventa così una scuola di decentramento, introduce l’ipotesi che il nostro modo di vivere non sia l’unico possibile e necessariamente il migliore, se mai rischiavamo di pensarla così. La definizione si fa ancora più interessante quando i più giovani aggiungono che il viaggio può favorire la conoscenza di sé. Si viaggia per incontrare ciò che è altro da noi e, nello stesso tempo, perché proprio quell’incontro possa rivelarci qualcosa di noi stessi. Quando si è in cammino, scrivono, ci si mette alla prova e possono emergere aspetti di sé ancora sconosciuti. Il viaggio, quindi, rivela il mondo e contemporaneamente rivela il viaggiatore.
Lontano dalle abitudini e dai percorsi consueti, ciascuno può, ad esempio, scoprire il proprio modo di reagire all’imprevisto, alla fatica, alla nostalgia, all’attesa. Si capisce qualcosa di sé anche quando si perde una coincidenza, quando bisogna chiedere aiuto, quando una lingua non si rende comprensibile, quando il corpo si indispone e il programma salta. Persino i contrattempi in un viaggio vero contano. A questo proposito, il film d’animazione Up , con delicatezza, ha qualcosa da dirci. Carl, anziano e rimasto vedovo, fa volare la propria casa con migliaia di palloncini per mantenere fede al sogno condiviso con Ellie e raggiungere finalmente le Cascate Paradiso. Il viaggio, nato come custodia del passato, lo costringe però a riaprire il rapporto con il presente: Russell, un bambino capitato a bordo per caso, Kevin, un uccello esotico, e Dug, un cane capace di parlare, trasformano la sua partenza in un nuovo inizio. Il dolore permane, ma Carl scopre che la fedeltà a una storia amata non coincide con il restare immobili, prigionieri di essa. Al contrario, quella stessa fedeltà si compie pienamente nella disponibilità ad aprirsi a nuove storie.
I ragazzi collegano questa esperienza al coraggio e al desiderio di conoscenza. Per viaggiare occorre desiderare una meta e accettare un rischio. Secondo questa lettura il desiderio è la forza motrice che spinge a partire e il coraggio ciò che permette di affrontare l’ignoto. Un viaggio senza desiderio diventa un semplice spostamento organizzato, una successione di tappe da confermare così come senza coraggio il viaggio resta fantasia, progetto eternamente rimandato, itinerario segnato su una mappa che nessuno consulterà mai davvero. Analogamente, Jean des Esseintes, protagonista del romanzo A ritroso di Huysmans, dopo minuziosi e ossessivi preparativi per il suo viaggio a Londra, tra guide, orari ferroviari, abiti adatti e bagagli, decide di non partire, perché ritiene ormai di non avere più nulla da aspettarsi dalla realtà o, peggio, teme che essa possa rivelarsi deludente rispetto alle sue fantasticherie. A questo punto la parola “viaggio” si allarga e diviene metafora di ogni cammino in cui una persona si espone a un’esperienza capace di modificarla. Anche una professione può essere un viaggio, quando non viene ridotta a prestazione, anche un legame può esserlo, quando costringe a uscire dall’autosufficienza e anche una crisi può diventarlo, a condizione che venga meditata e compresa invece che solamente subita.
Viene da pensare a The Bear . La serie racconta il viaggio di Carmy all’interno di una cucina, di una famiglia ferita, di una squadra ancora da costruire, dello stare dentro i rapporti senza esserne divorato. Tutto accade in spazi ristretti, tra ordini gridati parlandosi uno sull’altro, piatti imperfetti da rifare ancora e ancora, conti che continuano a non tornare, ricordi dolorosi che irrompono feroci, relazioni che esplodono proprio nel momento in cui dovrebbero reggere perché tutto sembra crollare da lì a un attimo. Eppure la cucina di Carmy diventa il teatro di una trasformazione profonda, di tutti i protagonisti coinvolti. Su quel palcoscenico disciplina, memoria, lutto, ambizione, paura del fallimento e bisogno di essere insieme sono ingredienti difficili da dosare e combinare fra loro, capaci però di portare a un nuovo e sorprendente piatto. È un viaggio durissimo, rumoroso, spesso claustrofobico, quello di Carmy. Deve imparare che il talento, da solo, non basta e che senza rapporto, fiducia e capacità di affidarsi, anche la competenza più alta rischia di diventare una prigione. The Bear ci mostra il viaggio privo di facili vie di fuga di chi prova a restare, a lavorare, a sbagliare, a ricominciare e di chi può perfino scoprire, alla fine, che cambiare significa anche saper riconoscere quando il proprio posto non può più essere quello di prima.
La definizione dei ragazzi introduce poi, come altra dimensione, il viaggio dell’immaginazione. Quando scriviamo un racconto o una poesia, dicono, l’immaginazione descrive luoghi, incontra personaggi, inventa gesti e azioni e quando leggiamo essa viaggia guidata dal narratore. La lettura e la scrittura sono effettivamente viaggi perché modificano lo spazio interiore. Leggendo entriamo in vite diverse dalla nostra, sperimentiamo punti di vista nuovi, incontriamo epoche, luoghi, paure e desideri che ampliano la nostra esperienza. Scrivendo, diamo forma sulla carta o su uno schermo a ciò che ancora non aveva forma, prendono vita immagini, ricordi, ipotesi, personaggi, domande. Il viaggio reale e quello immaginario nascono entrambi dal desiderio di uscire da ciò che è già noto per incontrare l’altro. Cambiano i mezzi e la forma, evidentemente, ma resta identica la disposizione fondamentale. Il viaggio educa perché interrompe l’illusione di bastare a sé stessi. Chi viaggia davvero deve accettare di non sapere già tutto, di non controllare tutto, di non coincidere con le proprie abitudini. Deve ascoltare, chiedere, attendere, assaggiare, cambiare strada, imparare parole nuove. Pure il viaggio immaginario chiede la stessa disponibilità a lasciarsi condurre, a entrare in una storia, a guardare il mondo con gli occhi dei protagonisti, invece che i propri.
Noi adulti dovremmo custodire e rilanciare questo gusto della conoscenza e questo coraggio di mettersi in cammino. Un viaggio siffatto non è mai di sola un’andata, non foss’altro per il fatto di contemplare sempre un ritorno a sé e al quotidiano con uno sguardo più largo e più intenso di simpatia umana.
Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

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