Crisi e guerre piegano il pianeta: perché la fame diminuisce ma non abbastanza
Diffuso il rapporto Sofi: in calo per il terzo anno il numero di persone che soffrono per la mancanza di cibo - sono 645 milioni - ma i miglioramenti rimangono insufficienti. In Africa una persona su cinque non ha da mangiare, in Asia sono sei su cento

La fame nel mondo continua a calare lentamente, ma mangiare in modo sano è un diritto ancora negato a una persona su tre. È la fotografia che emerge dall’edizione 2026 del rapporto "The state of food security and nutrition in the world" (Sofi) curato da cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite e presentato ieri a Roma. Nel 2025 hanno sofferto la fame 645 milioni di persone, il 7,8% della popolazione mondiale: 14 milioni in meno rispetto all’anno precedente, terzo calo consecutivo dopo il picco registrato durante il Covid-19. Tuttavia, avverte il rapporto, i miglioramenti restano fragili, distribuiti in modo diseguale e insufficienti per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030. Se i trend attuali saranno confermati, nel 2030 le persone che soffrono la fame saranno tra i 510 e i 520 milioni. E quasi sei su dieci (il 56%) vivranno in un Paese africano.
Per la prima volta è l’Africa il continente con il maggior numero assoluto di persone che soffrono la fame. Erano 309 milioni nel 2025 davanti ai 292 milioni dell’Asia (che pure ha una popolazione ben più numerosa) e ai 32 milioni dell’America Latina e Caraibi. In termini di incidenza sulla popolazione il divario è ancora più netto: la fame colpisce il 20% degli africani (una persona su cinque) contro il 6% degli abitanti dell’Asia e il 4,8% in America Latina. Anche gli indicatori più ampi sull’accesso al cibo mostrano un quadro simile. Nel 2025, si stima che il 25,8% della popolazione mondiale (circa 2,1 miliardi di persone) abbia sperimentato una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave, trovandosi talvolta costretta a ridurre la qualità o la quantità del cibo consumato. Il dato è in calo rispetto al 27,1% del 2024 e al 28,7% del 2020, pur restando su livelli superiori a quelli pre-pandemia. Su questo quadro già fragile pesa un’ulteriore incognita: il conflitto in Medio Oriente e il blocco dello Stretto di Hormuz. In gioco non ci sono solo gas e petrolio, ma anche i fertilizzanti, il cui rincaro si scarica sulla produzione di cibo. Non a caso le proiezioni al 2030 (quei 510-520 milioni di persone ancora esposte alla fame) già scontano l’impatto stimato della crisi: senza il conflitto la stima si sarebbe fermata a 503 milioni.
«I sistemi alimentari mondiali sono ancora fortemente dipendenti dall’importazione di fertilizzanti e di carburante: l’Asia è particolarmente vulnerabile, seguita dall’Africa», spiega ad Avvenire Federica Diamanti, vice presidente associata dell’Ifad, il fondo delle Nazioni Unite per lo sviluppo agricolo, che investe sui piccoli agricoltori nelle aree rurali dei Paesi in via di sviluppo. Con minore accesso ai fertilizzanti e un aumento del prezzo dei carburanti (fondamentali per i trasporti e l’irrigazione) «quello che sta già succedendo è che i produttori, in particolare quelli più piccoli, stanno decidendo di seminare meno o di non farlo affatto», spiega. Gli impatti della crisi di Hormuz sono già visibili: in Kenya, ad esempio, buona parte della produzione di montoni destinati all’esportazione verso i Paesi del Golfo per il Ramadan è andata sprecata a causa dello stop ai commerci. «Il ragionamento del produttore diventa: se non ho la certezza di vendere domani, è inutile che produca – spiega Diamanti –. Così queste persone si ritrovano senza reddito e diventano i poveri di domani, se già non lo sono. E allo stesso tempo, con meno cibo prodotto, i prezzi salgono: una spirale che non può che peggiorare il quadro mondiale».
Ma parlare solo della quantità di cibo non è sufficiente; per questo motivo il rapporto Sofi 2026 dedica un affondo sull’accesso a una dieta sana da cui 2,7 miliardi di persone al mondo sono ancora escluse. «Si intende un’alimentazione adeguata, equilibrata, diversificata. Non è così ovunque», spiega Diamanti. A restare esclusi, aggiunge, «sono soprattutto i più poveri e le popolazioni rurali, dove i redditi di sussistenza non consentono di accedere a un’alimentazione bilanciata». Il costo è salito nel 2025 a 4,28 dollari a persona al giorno (a parità di potere d’acquisto), contro i 3,44 del 2021 e i 2,94 del 2017. Una cifra che è circa il 40% più alta della soglia di povertà estrema fissata a livello internazionale, pari a 3 dollari al giorno.
Come affrontare le sfide presenti e, soprattutto, quelle future alla luce delle tante incertezze dello scenario internazionale? La risposta, per l’Ifad, passa da un’agricoltura meno esposta a queste ondate globali: un cambio di logica. «Molti Paesi dipendono interamente dalle importazioni, oppure esportano quasi tutto quello che producono senza costruire catene alimentari locali – osserva Diamanti –. Nel breve periodo esportare dà un’entrata immediata, ma investire nella produzione locale è ciò che genera ricchezza, lavoro, occupazione». E la scelta riguarda anche cosa si coltiva: «Se in Kenya produco mais solo per esportarlo, forse è meglio puntare sul sorgo: una produzione locale che richiede anche meno acqua. Bisogna fare scelte di natura diversa, investendo in alimenti nutrienti e non solo destinati all’export».
È su questo fronte, quello dell’esposizione agli shock dei mercati globali, che secondo Diamanti si gioca la partita: non la ricetta per risolvere le crisi internazionali, ma la strada per renderle meno devastanti là dove colpiscono. «Il piccolo agricoltore in Mali non ha alcuna possibilità di risolvere il conflitto nel Golfo - conclude -, ma ha quella di essere meno vulnerabile: di passare la notte senza che questo cancelli del tutto la sua fonte di sostentamento».
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