Una tragedia e due frasi che rivelano lo sguardo dei giovani sul mondo
Chi pensa solo a se stesso e chi alla vittima dell'incidente. Ma noi stiamo al mondo per prenderci cura gli uni degli altri. E tanti ragazzi lo sanno bene

Credo che, nelle riflessioni che siamo chiamati a fare rispetto all’educazione e alla formazione, sia sempre più importante partire dal loro vissuto, dalle loro parole. Solo così possiamo cercare di intravedere una spaccatura, anzi una fenditura, per entrare nei loro pensieri, nei loro cuori, nelle loro vite. Purtroppo la cronaca è sempre ricca di spunti dove vengono descritte situazioni in cui adolescenti e giovani sono protagonisti di fatti (e di discorsi) che fanno arrabbiare, indignare, rabbrividire. Così l’adulto è portato a esternare la sua critica verso le famiglie che non sanno più educare, la scuola che non dà più disciplina o prospettive future, gli oratori o i gruppi aggregativi che sono sempre meno attrattivi e vuoti. Vorrei chiarire che queste idee non sono false o inappropriate, ma superficiali. Cioè, per schiarire la superficie da queste torbidità, è necessario immergersi, con tutto l’ossigeno che abbiamo, nelle loro parole. Iniziamo.
«Addio amica mia, free N. Free N. Ve lo giuro, questa è mort... abbiamo rotto tutto stanotte, bro. Per un mese niente lavoro fratello, tentato omicidio ci han fatto». Queste sono le parole pronunciate dal ragazzo che era in macchina con la giovane neopatentata che ha travolto con la sua auto due ragazze in motorino, uccidendo una di loro. Proprio le sue parole mi hanno colpito, e sono in netto contrasto con quelle pronunciate dal ragazzo. Nelle prime dichiarazioni dice: «Ora non ho più motivo di stare al mondo». Mi sono chiesto: quali prospettive, quali idee del sé e del mondo sono sottese in queste espressioni, entrambe pronunciate di getto, a caldo, dopo un fatto così terribile?
Tutti i contenuti delle frasi del ragazzo sono incentrati su di sé. «Abbiamo rotto tutto bro» si rifà a quell’espressione tipica che tra i giovani fa riferimento al fatto di aver fatto qualcosa di memorabile, all’autocelebrazione: abbiamo spaccato. Subito poi fa riferimento alla sua situazione lavorativa, alla sua condanna. Lui guarda a sé stesso. La morte della ragazza è un dato, un fatto su cui costruire una propria narrazione egoriferita. Credo che questo sia l’emblema della situazione odierna che riguarda tutti, fin dalla prima infanzia: l’egocentrismo, che ci porta a vederci come il sole del nostro individuale sistema solare. Questo è evidenziato dai contenuti che ha postato successivamente, in cui sostiene di dover lasciare l’Italia perché è stato attaccato, calunniato, denigrato. Solo lui, sempre lui al centro. Il suo sguardo è rivolto verso terra, verso sé stesso. Il problema è che guardando in basso, si ritrova tra le mani uno schermo nero che riflette il suo ego, e lo amplifica attraverso una storia su un social network.
È paradossale che, nella stessa devastante situazione la giovane conducente, con delle parole che fanno venire la pelle d’oca per intensità e disperazione, ci regali una fenditura, uno spiraglio: «Ora non ho più motivo di stare al mondo». Sono parole che tolgono il fiato. Soprattutto perché poi, se si va a cercare il loro significato, si può notare che il termine “motivo” deriva dal latino “motîvus”, participio passato del verbo “movere” (muovere). Letteralmente significa “atto a muovere” o “ciò che spinge a fare”. Togliendo la vita a una persona, questa ragazza dichiara, in questo momento, di non avere un motivo di vivere. Perché il motivo stesso è l’altra persona. È l’altro. Stiamo al mondo per prenderci cura gli uni degli altri. È attraverso questo atto che ci conosciamo, cresciamo, scopriamo le nostre qualità, i nostri difetti, il nostro motivo di essere al mondo. Se lo sguardo del ragazzo è rivolto verso il basso, il suo è rivolto verso ciò che la circonda.
Questi fatti sono successi proprio quando aprivano le porte degli oratori estivi, dove migliaia di adolescenti, anche dell’età dei protagonisti della vicenda che abbiamo raccontato, sono chiamati a essere animatori, cioè a prendersi cura dei più piccoli, a farli giocare, a stare con loro, a mettersi in ascolto. Una vera e propria palestra per vivere quel motivo che descrivevamo prima. Per prepararsi all’oratorio estivo proponiamo un corso di formazione di tre giorni. Una delle attività possibili è quella di scrivere un messaggio a coloro che parteciperanno i prossimi anni. Ecco cosa ha scritto G.: «A me non piace essere anonimo, anzi sono qui per aiutarti. Questo è il mio Ig (contatto di Instagram), vorrei sapere come va, come è andata, vorrei anche essere per te un aiuto, quindi se vorrai consigli, aiuto o solo parlare, io ci sono sempre!». Mettersi in ascolto, mettersi a disposizione, aiutare l’altro. Perché? Per non essere anonimo. Gli adolescenti hanno bisogno di sentirsi qualcuno. Ma siamo pronti a far vivere loro esperienze che li facciano sentire riconosciuti non per la loro visibilità, ma perché si prendono cura dell’altro?
Pedagogista, referente tavolo formazione di Fom (Fondazione Oratori Milanesi)
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