Dal lebbroso al Crocifisso di San Damiano: così nasce la fede di Francesco
Il celebre bacio a chi era evitato da tutti è molto più di un atto di carità: perché apre la strada a “vedere” Cristo sulla Croce e a saperne ascoltare la voce quando gli chiede di “riparare la Chiesa”

Francesco di Assisi è uno straordinario esempio di conversione dove l’amore “precede” la fede. E volle ribadirlo alla fine della sua vita con la scrittura del Testamento. Cos’era capitato, tra l’altro, per indispettire Francesco? Si rese conto che i suoi frati rischiavano di svilire il messaggio sovversivo che scaturiva dall’abbraccio con il lebbroso che fu l’inizio della sua “conversione”. Questo avrebbe avuto la conseguenza di rendere l’amore per i poveri – che per Francesco è il cuore del Vangelo – a una semplice pratica di carità, svuotandone così il senso teologico. Se fosse passata questa interpretazione, i poveri sarebbero stati considerati – come purtroppo è avvenuto e avviene ancora – ai margini della vita delle comunità cristiane, appunto, gente a cui versare qualche aiuto.
Una conferma? Mi sono chiesto più volte perché nel ciclo pittorico di Giotto nella Basilica Superiore di Assisi l’abbraccio con il lebbroso non sia stato rappresentato. Per Francesco è il motivo della conversione. Per i frati era diventato un gesto, tra gli altri, di carità. In effetti, nella Vita prima, Tommaso da Celano pone l’incontro con il lebbroso dopo la restituzione di tutti i suoi beni al padre davanti al vescovo. Evidentemente interpretava l’incontro con il lebbroso come una conseguenza, non come l’origine, della conversione. Francesco non ci stette: e, giunto alla fine della sua vita, volle correggere questa interpretazione, scrivendolo all’inizio del suo Testamento: «Il Signore concesse a me, frate Francesco, d’incominciare così a far penitenza, poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo».
Ecco: l’incontro con il lebbroso fuori le mura di Assisi per Francesco è l’inizio della sua conversione. Fa pensare che i lebbrosi allora erano numerosi e, poiché la lebbra era ritenuta contagiosa, i colpiti dovevano vivere fuori delle città. Una netta e crudele esclusione che Francesco scardinò. Narrano le Fonti che Francesco, mentre stava sul punto d’evitare il lebbroso, sentì una voce interiore che gli diceva: «Tutto ciò che fin d’ora ti è odioso deve per te cambiarsi in gioia e dolcezza». Diede, sì, un’elemosina al lebbroso, ma comprese che non bastava e che doveva andare “oltre”, varcare la soglia dell’elemosina ed entrare nel territorio dell’amore, della venerazione, dell’affezione per i poveri. E baciò il lebbroso.
Da quel giorno cominciò a frequentarli, non per sacrificio ma per felicità: «Quel che mi pareva amaro, mi parve dolce». E iniziò una nuova vita vivendo con loro. Ecco, fu questo incontro a guidarlo poi verso il Cristo. Come narrano le Fonti, «trascorsero pochi giorni», e «mentre passava vicino alla chiesa di San Damiano fu ispirato a entrarvi. Andatoci prese a fare orazione fervidamente davanti all’immagine del Crocifisso, che gli parlò con commovente bontà: “Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va’ dunque e restauramela”. Tremante e stupefatto, il giovane rispose: “Lo farò volentieri, Signore”».
Chiediamoci: quante volte Francesco si era trovato davanti al Crocifisso? Mai però lo aveva sentito parlare. Non così dopo l’incontro con il lebbroso. Francesco, ormai purificato nel cuore, mentre guardava quel crocifisso, “vide” in quel volto i tratti di quello del lebbroso. E ne sentì la voce. L’incontro con i poveri allarga il cuore e affina gli occhi. E fa gustare un’esistenza nuova.
Potremmo dire che il Crocifisso di San Damiano, permise a Francesco di unire in un unico volto quello di Gesù e del lebbroso. In certo modo, si ripeté quel che accadde a Saulo sulla via di Damasco. Se all’apostolo Gesù disse “Saulo, perché mi perseguiti!” al giovane assisiate, invece, disse “Francesco, ero lebbroso e mi hai amato!”. Queste parole ci vengono suggerite dalla Vita seconda, dove si narra: «Era già del tutto mutato nel cuore, e prossimo a divenirlo anche nel corpo, quando, un giorno, passò accanto alla chiesa di San Damiano, quasi in rovina e abbandonata da tutti. Condotto dallo Spirito, entra a pregare, si prostra supplice e devoto davanti al Crocifisso e, toccato in modo straordinario dalla grazia divina, si ritrova totalmente cambiato. Mentre egli è così profondamente commosso, all’improvviso – cosa da sempre inaudita! (Gv 9,32) – l’immagine di Cristo crocifisso, dal dipinto gli parla, movendo le labbra: “Francesco – gli dice chiamandolo per nome (Cfr Is 40,26) –, va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina”». Francesco è tremante e pieno di stupore, e quasi perde i sensi a queste parole. Ma subito si dispose a obbedire e si concentrò tutto – continua la Vita seconda – su questo invito: «Da quel momento si fissò nella sua anima la compassione del Crocifisso».
Questo episodio ci invita ad accogliere nel nostro cuore quella compassione che entrò nel cuore di Francesco: «Da quel momento si fissò nella sua anima santa la compassione del Crocifisso». I due incontri – quello con il lebbroso e quello con il Crocifisso di San Damiano – significarono quel che Francesco scrisse: «Da allora uscii dal mondo». Rinunciò a porre sé stesso al centro per mettervi Gesù e i poveri, come suoi primi fratelli.
È il senso di farsi “minore”, appunto, povero. E si iscrive in questo orizzonte il sogno che fece Innocenzo III mentre Francesco stava per recarsi da lui per chiedere l’approvazione della regola. Il Papa, che allora si trovava nel Palazzo del Laterano, vicino alla cattedrale di Roma, vide la chiesa crollare poco a poco. Le mura si crepavano senza che il Papa potesse porvi rimedio. All’improvviso apparve sulla piazza un uomo piccolo e minuto, vestito come un contadino, che si appoggiò al muro e con le sue spalle riuscì a sostenere la basilica in rovina. Era Francesco. Il giovane ricco, figlio di un mercante, aveva iniziato a restaurare la Chiesa stando con i lebbrosi, scegliendo i poveri come amici. E mi piace ricordare che quando Francesco veniva pellegrino a Roma per incontrare il “Signor Papa” veniva a Trastevere per stare nel lebbrosario del porto di Ripa Grande.
Quel Testamento di otto secoli fa parla ancora oggi: l’incontro con i lebbrosi di oggi – è l’enorme numero dei poveri, vecchi e nuovi – avvia la riforma della Chiesa e delle nostre società.
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