Urla allo stadio e salotti camomilla: i Mondiali visti dalla tv
L'ingombrante Adani, i compassati studi Rai, le partite con i droni: perché è stato il solito spettacolo
Cosa resterà di questi Mondiali di calcio per la terza volta senza l’Italia? Probabilmente, più che le magie di Messi o il pallone intelligente, resterà l’enfasi epica di Lele Adani, spalla ingombrante delle telecronache Rai del precisino Alberto Rimedio.
Con stile magniloquente, il prode e urlante commentatore tecnico suggella le gesta di uomini in brache, mentre il cinema celebra gli eroi in armatura dell’Odissea riletta da Christopher Nolan. Ma l’ex calciatore per raccontare un gol dell’Argentina va oltre Omero tirando in ballo Qualcuno ben più in alto. Lo fa citando Einstein: «Le coincidenze sono il modo in cui Dio sceglie di rimanere anonimo». Frase ad effetto, che non sappiamo esattamente cosa c’entri con il gol di Fernandez su assist di Messi, a meno che non si accetti una visione mistica del calcio e si accolga Adani come epigono di Pier Paolo Pasolini che a suo tempo definì il calcio «l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo».
Tra l’altro, la concitazione del commentatore mal si concilia con i camomillosi interventi di Paulo Roberto Falcao in studio nel compassato quartetto degli intervalli con Paola Ferrari, Simona Rolandi e Marco Tardelli. Nei post partita non brilla nemmeno Alessandro Antinelli, che alla guida di Notti Mondiali cerca di fare il simpatico a tutti i costi.
A dare ragione alla Rai sono però gli ascolti, che dimostrano come il binomio calcio e televisione resti inscindibile e addirittura si rafforzi, nel senso che il calcio è sempre più uno spettacolo televisivo, nel bene e nel male.
Chi ha visto anche solo qualcosa di questo frammentato Campionato del mondo si sarà accorto (a parte le tre cerimonie d’apertura chiaramente concepite più per la tv che per il pubblico presente) di alcune novità nelle riprese televisive con un aumento delle inquadrature strette, dei primi piani, del ricorso alle immagini dalla telecamera degli arbitri (con sempre più applicazioni audiovideo incerottate in testa) per dare sempre più l’idea di essere in mezzo al campo, nonostante sia un modo di esserci totalmente virtuale. Di contro, a parte i droni e le telecamere volanti, sono diminuite le inquadrature larghe, che permettono, sia pure con tutti i limiti tecnici del caso, una visione più ampia del gioco. Tutto questo proprio perché si pensa al calcio come spettacolo televisivo. Lo dimostrano anche le nuove regole per contrastare le perdite di tempo e tenere il ritmo televisivo. Persino la pausa per dissetarsi è fatta apposta per dare la possibilità alle tv di inserire spazi pubblicitari.
In ogni caso, nella spettacolarizzazione delle partite, la cosa meno televisiva restano le telecronache, spesso troppo verbose, tenendo conto che non siamo alla radio e che il telespettatore vede da solo quello che gli viene raccontato. Mentre i cosiddetti commenti tecnici, ritenuti indispensabili anche quando non sono necessari, risentono delle frasi fatte con «la profondità da attaccare» e «gli spazi da aggredire». Vedi Andrea Stramaccioni con Stefano Bizzotto. Dopo di che Adani, come detto, ci mette del suo per proporsi come personaggio.
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