«La peste di oggi? È il flagello delle guerre»: cosa dirà oggi Moraglia
di Francesco Moraglia, patriarca di Venezia
Anche quest'anno Venezia, nella Festa del Redentore, ricorda il voto fatto 450 anni fa per fermare la terribile epidemia che durò due anni. Il patriarca: «Le guerre, dramma che lacera l’umanità. La pace nasce dai nostri cuori»

Da 450 anni, la terza domenica di luglio, Venezia ricorda il voto fato nel 1576 per la liberazione della peste, che tra il 1575 e il 1577 uccise un terzo della popolazione della città. Un voto che portò alla costruzione della basilica del Redentore alla Giudecca. Ance quest’anno la festa si è aperta con l’inaugurazione del tradizionale ponte votivo galleggiante che unisce la riva delle Zattere allo Spirito Santo con la Giudecca. È stato il patriarca di Venezia Moraglia a benedire il ponte: «Oggi, nel tempo dell’Intelligenza Artificiale e della comunicazione digitale, l’impegno è costruire ponti di “empatia” fra gli uomini», ha detto il presule. La festa avrà il suo culmine oggi con la Messa presieduta dallo stesso Moraglia alle 19 nella basilica del Redentore. Pubblichiamo qui un ampio stralcio dell’omelia che sarà tenuta dal patriarca.

Venezia, ancora una volta, si affida al Santissimo Redentore per essere liberata dai suoi mali. Così il patriarca, le autorità e il popolo si recano in pellegrinaggio alla Giudecca per celebrare l’Eucaristia e pregare per la città. E il pellegrinaggio al tempio costruito in onore del Redentore – quest’anno è il 450° – dice perpetua gratitudine a Colui che sempre perdona chi guarda a Lui. Il flagello della peste ha ceduto oggi il passo al flagello della guerra, anzi, alle guerre del nostro tempo; è un flagello che uccide innanzitutto le anime ed è un dramma che deflagra a tutti i livelli e lacera l’umanità dall’interno, lasciando una profonda striscia di odio che rimane anche dopo la loro conclusione. La fede ci impone di guardare alle guerre che affliggono il mondo con uno sguardo nuovo, lo sguardo di Gesù. Papa Leone ci ha ricordato più volte che «Dio non benedice mai la violenza». Spesso ci sentiamo impotenti di fronte a ciò che accade nel mondo, ma sappiamo di avere un’arma potente, seppure disarmata: la preghiera e il desiderio d’incontrare l’altro. Lo stesso Santo Padre ci ha ricordato che la vera pace è la «pace disarmata e disarmante», ossia una pace non costruita sulla paura e sull’oppressione, ma sulla giustizia e sulla verità.
Ma qual è il luogo originario dove questa pace nasce e si rigenera? È il cuore dell’uomo. Non ci potrà essere pace tra i popoli e non ci potrà essere tregua tra le nazioni se prima non ci sarà pace nei cuori. La guerra comincia sempre dall’egoismo, dalle chiusure, dal rancore verso il prossimo. Qui trae origine il male. Il Redentore ci chiede di deporre le armi dell’orgoglio. E di riscoprire il sacramento della riconciliazione. Accostandoci al perdono di Dio, lasciamo che Lui guarisca le nostre ferite interiori trasformando i nostri cuori e rendendoli capaci di accogliere, di perdonare, di amare. Chiediamo al Santissimo Redentore la grazia delle grazie: guarire il nostro cuore e fare di noi stessi gli strumenti della sua pace perché da un cuore riconciliato con Dio si possa finalmente irradiare la pace in noi, nelle nostre famiglie, nella nostra città, nel mondo. Accostiamoci al sacramento della Riconciliazione e riscopriamolo come vero “ponte” salvifico di Gesù che entra nella nostra vita, si china sulle nostre ferite e perdonando ci trasforma in comunità riconciliata. Il significato e la realtà della festa del Redentore sono profondamente cristocentrici e ci donano la grazia che da Lui viene, per il suo sangue versato sulla croce, e che riceviamo nell’Eucaristia e negli altri sacramenti. Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica il sacramento della Riconciliazione ci dona l’amore di Dio che riconcilia, permettendoci di entrare nel mistero pasquale. La Chiesa insegna che tale sacramento è come un “secondo Battesimo” che risana le relazioni ferite dal peccato, sia con Dio sia con i fratelli. Il sacramento della Riconciliazione è il sacramento della conversione, della penitenza, della confessione e del perdono; è la vera novità nelle relazioni umane.
Nell’anno giubilare francescano per gli 800 anni dalla morte di san Francesco proprio il Santo d’Assisi ci ricorda che la pace non nasce dall’equilibrio delle forze né da un semplice desiderio umano. Nasce dall’incontro con Cristo, il Redentore. Per questo il saluto di Francesco era sempre: «Il Signore ti dia pace». Non un augurio generico o di circostanza, ma la certezza che solo chi si lascia riconciliare da Cristo può diventare costruttore di ponti tra gli uomini. La pace che Francesco annuncia è la fonte che il Redentore ha aperto sulla croce. Francesco guarda sempre a Cristo. Ogni sua scelta, ogni rinuncia, ogni suo gesto di fraternità nasce dalla contemplazione del Crocifisso. Egli comprende che il Redentore non salva il mondo con la forza, ma con l’amore che si dona fino alla fine. Per questo diventa un uomo libero, povero e gioioso: ha scoperto che il vero tesoro è lasciarsi amare e trasformare dal Signore. Così Francesco continua ad indicarci la radice della pace: un cuore convertito a Dio. Solo chi riconosce Dio come Padre può riconoscere ogni uomo come fratello. Ecco perché il suo messaggio parla anche al nostro tempo.
Celebrare il Redentore significa riconoscere che la speranza non nasce dalle nostre capacità e risorse, ma dall’amore di Cristo che redime il mondo. E san Francesco ci insegna a tenere fisso lo sguardo sul Signore, a lasciarsi trasformare dal suo amore e diventare – nelle nostre città – strumenti della sua pace. Celebrare il Redentore è credere che Cristo continua a redimere la storia e questa redenzione diventa credibile quando si traduce in gesti di fraternità, cura per gli ultimi, custodia del creato e instancabile ricerca della pace. Il ponte votivo del Redentore diventi il simbolo del cammino interiore che riconduce ciascuno di noi a Cristo, l’unico che riconcilia l’uomo con Dio e gli uomini tra loro.
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