Soldi e finanza nella Chiesa?
La sfida possibile della Dottrina sociale

Dagli istituti per il sostentamento del clero alle linee guida della Cei sugli investimenti: l’esperienza di Giorgio Franceschi e della holding Isa mostra come sia possibile coniugare rendimento, sviluppo dei territori e Vangelo
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July 18, 2026
Soldi e finanza nella Chiesa?
La sfida possibile della Dottrina sociale
Tra gli investimenti di Isa anche un progetto di microcredito in India
Il cameriere del Sant’Ambroeus serve la spigola con un certo sussiego. Ai tavoli, manager ingiacchettati e influencer botoxate compulsano iPhone 17 Pro Max. Giorgio Franceschi ha un android che usa solo per telefonare. Soffre, e si nota, lontano dal monte Bondone. Ma diverse aziende in cui investe l’Istituto atesino di sviluppo (Isa) sono concentrate nella City e gli tocca sfidare la canicola soffocante di Milano. Qui abita la finanza, da sempre. A due passi da noi, in piazza Belgioioso, si sparò Raul Gardini; l’ufficio di Enrico Cuccia si trovava poco più avanti, in via Filodrammatici... Ma quando il Pirata scalava la Montedison, Giorgio era un neoassunto del neonato Istituto del sostentamento del clero di Trento. Fresco di laurea, per fare i conti della diocesi si portava da casa un pc antidiluviano che collegava a un televisore a valvole. «La culla dell’istituto – ricorda con un pacioso sorriso – è stato un Commodore 64».
Oggi Isa è l’unica holding di partecipazione che ha nel capitale (79,5 milioni di euro) una serie di enti ecclesiastici. Con un patrimonio netto di 167,5 milioni, oltre 50 partecipazioni e un utile netto di 11,8 milioni, investe per acquisire partecipazioni, prevalentemente di minoranza. Il board sceglie iniziative diversificate e punta ad avere un ruolo di partner di lungo periodo in una logica di “capitale paziente”. «Una delle deformazioni della finanza è proprio cercar di far soldi rapidamente, stressando le aziende», spiega il presidente. Il dividendo nel 2025 è stato di 5,45 milioni di euro: la creazione di valore è focalizzata su investimenti indirizzati allo sviluppo sostenibile dei territori. Escluse operazioni meramente speculative e massima attenzione alla trasparenza, alle best practice di governo societario e ai criteri ESG (Environmental, Social, Governance), ma soprattutto al Magistero sociale. Perché, appunto, i soci principali sono enti ecclesiastici che fanno riferimento alle diocesi di Trento, Bolzano, Venezia, Verona, Brescia, Bergamo, Milano, Bologna, oltre che alla stessa Cei; nel Cda di Isa operano insieme a istituti assicurativi, fondazioni bancarie e investitori privati. «Si può crescere e far crescere l’economia – spiega Franceschi – anche applicando i principi della Dottrina sociale, purché si lavori sodo sulle relazioni tra gli stakeholder e sui bilanci, con tanto, ma tanto, discernimento».
Uno dei finanzieri più influenti del Nordest vive lontanissimo dalle Tre Torri della vecchia Fiera di Milano, dove Generali, uno dei soci dell’Istituto di sviluppo atesino, ha il suo quartier generale. Dopo trentadue anni, gira ancora l’Italia a spiegare che non c’è solo un’economia che uccide. «Noi lavoriamo coi soldi ma non siamo per questo dei peccatori; creiamo lavoro e sviluppo, applicando i principi della Dottrina sociale e le leggi». Non è una passeggiata: le prime linee guida in materia di investimenti etici e sostenibili della Cei sono del 2020; nel marzo scorso, il Consiglio permanente della Cei le ha aggiornate.
Franceschi è uno degli uomini che hanno accompagnato il grande cambiamento degli asset ecclesiali, nel turbinoso passaggio dal Concordato all’8xmille, fin da quando ha iniziato a lavorare all’Istituto trentino di sostentamento del clero. «Non eravamo preparati – racconta –, perché prima ogni parrocchia e ogni diocesi gestiva direttamente i beni, mentre con la nascita degli istituti per il sostentamento del clero si pose la necessità di ricorrere a nuovi modelli organizzativi e a strumenti finanziari sofisticati». Fu una riorganizzazione di proporzioni bibliche. Il solo Commodore 64 del giovane Franceschi ingoiò quasi 1200 “benefici” (l’antico sistema per sostenere i sacerdoti), facendoli confluire nel patrimonio del nuovo Istituto diocesano.
Tra l’altro, Franceschi è stato, per 15 anni, membro del CdA dell’Istituto centrale sostentamento clero a Roma, l’ente che coordina gli oltre 200 Istituti diocesani. La Dottrina sociale non era più quella della “Rerum Novarum” ma era ancora quella del Concilio: di fatto, la finanza figurava tra i “lontani” anche se chiunque, dal semplice fedele al monsignore di curia, doveva fare i conti con complicati strumenti di gestione finanziaria: «La mancanza di formazione si paga e si è pagata – ricorda Franceschi – anche con la propria reputazione e, cosa ancor più spiacevole per i rappresentanti delle istituzioni religiose, con quella di Santa Madre Chiesa».
Anche il cattolicissimo Isa è cambiato molto nel tempo. Nato nel 1929, l’Istituto, nel ’33, liquidò la Banca del Trentino e dell’Alto Adige, l’anno dopo fondò quella di Trento, poi Banca di Trento e Bolzano, che nel 1995 cedette al Banco Ambrosiano Veneto, ora Intesa Sanpaolo. «Entrai nel collegio sindacale che la BTB era già in crisi. Isa doveva rispondere a Bankitalia di una gestione aziendale non adeguata e fu costretto a vendere». Dato il buon risultato della vendita si arrivò a un aumento di capitale di 70 miliardi di lire. «A quel punto, non avevamo più una banca ma disponevamo di un grande patrimonio da investire – ricorda – e decidemmo di metterlo al servizio dell’economia reale, aprendoci a nuovi soci ed entrando nel capitale di società del territorio, in grado di creare ricchezza e lavoro».
Una delle prime operazioni fu sulle fonti rinnovabili con la partecipazione a Dolomiti Energia. Sostenibilità ante litteram. Gli anni successivi videro l’istituto impegnato in una continua attività di investimento in partecipazioni; la più nota è stata Moncler. «In realtà – precisa il presidente – abbiamo lavorato su molti progetti, come il microcredito, con una grande operazione in India, lo sviluppo immobiliare locale, startup e iniziative internazionali, sempre con una forte attenzione ai criteri ESG e all’etica cattolica». Cioè anche alle istruzioni Cei, di cui Franceschi ha seguito la gestazione, partecipando al comitato da cui nacque la prima edizione. «Un confronto appassionato e di alto livello con teologi – ricorda – ed economisti. E con conseguenze tangibili e, a loro modo, rivoluzionarie. Qualche anno prima avevamo fondato Nummus.Info, per dare indicazioni certe sul profilo etico degli investimenti. Oggi è l’ente certificatore di portafogli conformi alle Linee guida della Cei».
Il cambiamento ecclesiale è stato rapido ed è passato attraverso un salto concettuale banale – al popolo di Dio servono istruzioni da contabile e non soltanto documenti teologici – ma non per questo agevole: «Nel nostro mondo – osserva –, anche per una certa diffidenza verso il denaro, esisteva ed esiste un problema di formazione e informazione; valutare il profilo etico di un investimento non è alla portata di tutti. E poi c’era e c’è un problema di scala: parecchi istituti di sostentamento diocesani hanno patrimoni insufficienti per una gestione che sia al contempo etica e remunerativa». Perché, come si capisce bene, se sei piccolo per sopravvivere puoi fare anche delle operazioni azzardate.
Oggi, gli strumenti per orientarsi ci sono. Isa applica ordinariamente i criteri ESG e le indicazioni etiche del Magistero, che a loro volta sono improntate a un discernimento non semplice su un terreno così tecnico. Secondo gli aggiornamenti Cei, ad esempio, nell’investimento «si può distinguere tra attività completamente non conformi ai principi religiosi cattolici (come il gioco d’azzardo) nei confronti dei quali nessuna deviazione è ammessa, e attività parzialmente conformi, che porta alla possibilità di includere alcuni elementi non coerenti, ma entro limiti di accettabilità (ad esempio bevande alcoliche, come il vino)». Questione di percentuali e di vigilanza sulle ricadute reali dell’attività in cui si investe. Secondo Franceschi, che definisce il denaro «niente più di un mezzo», in questi anni è cresciuta moltissimo «la comprensione dei meccanismi economico-finanziari che permette alla Chiesa di padroneggiare un tema per tanto tempo considerato ostico ed estraneo». In questo cammino, ammette, è stato decisivo l’affermarsi del concetto di “etica della finanza”, dove «la proposizione “della” – come recita il documento Cei – indica che l’etica appartiene alla finanza come qualcosa di suo».
Giorgio Franceschi
Giorgio Franceschi

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