Quello tra Usa e Iran è stato un Memorandum fatto di malintesi

L’ambiguità può essere uno strumento utile per favorire un accordo, ma diventa distruttiva quando rappresenta una dissimulazione disonesta o una sorta di truffa per una delle parti
Google preferred source
July 18, 2026
Quello tra Usa e Iran è stato un Memorandum fatto di malintesi
Lo Stretto di Hormuz, nodo critico del Memorandum tra Usa e Iran /Ansa
Può sembrare paradossale, ma in diplomazia ci sono meccanismi che permettono di raggiungere accordi anche quando non c’è un’intesa completa tra le parti. I due sistemi più in uso sono quelli dell’accantonamento (set aside) di questioni sulle quali si constata l’assenza di convergenza. In sostanza, si tratta di scorporare dall’accordo i punti più controversi, rinviandone l’esame a un secondo momento (che può anche non arrivare mai).
L’altro metodo, più complesso, prevede l’inserimento nell’accordo di cosiddetti “linguaggi” (clausole, articoli) la cui formulazione è volutamente imprecisa o ambivalente. In questo caso, si parla di “ambiguità costruttive”, una tecnica negoziale e diplomatica che si fa risalire addirittura ad Henry Kissinger. Si lasciano indefiniti o suscettibili di diverse interpretazioni alcuni punti nodali dell’accordo, in modo tale che ognuna delle parti possa considerare tutelati i propri interessi. L’ambiguità non è dunque, in questo caso, un difetto del negoziato, ma uno strumento deliberato. Il ragionamento è: meglio un accordo imperfetto che nessun accordo. Ciò vale anche per negoziati di alto valore politico e simbolico, che riguardano territorio, sovranità, identità, sicurezza. L’ambiguità, tuttavia, per essere costruttiva, deve essere sostenibile. Il negoziato non elimina tutte le divergenze, ma crea un equilibrio sufficientemente stabile da permettere alle relazioni politiche di mantenersi o di evolvere. Esempi storici sono il Comunicato di Shanghai del 1972, in cui gli Stati Uniti prendono atto (senza necessariamente concordare) dell’esistenza di una sola Cina sulle due rive dello Stretto di Taiwan o gli Accordi del Venerdì Santo del 1998 sull’Irlanda del Nord, in cui la questione cruciale della sovranità poteva essere intesa dagli unionisti come appartenenza al Regno Unito e dai nazionalisti come principio dell’unità irlandese.
L’ambiguità, tuttavia, può diventare distruttiva quando le clausole vaghe non nascondono solo agende contrapposte, ma rappresentano una sorta di truffa per una delle due parti, oppure sono accettate per imposizione o per necessità. È quanto avvenuto, ad esempio, con la famosa risoluzione del Consiglio di Sicurezza 242 del 1967, che nella versione francese parla del ritiro di Israele dai territori palestinesi occupati (tutti i territori), mentre in quella inglese si riferisce in modo vago a un ritiro da territori, implicando che si possa trattare anche solo di una parte di essi.
Il Memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran del 17 giugno, che sarebbe più appropriato qualificare come «Memorandum di malinteso», rientra in questa seconda categoria. L’ambiguità diventa distruttiva in senso letterale, giustificando addirittura operazioni militari. Il nodo critico è l’articolo 5 del Memorandum, che prevede che l’Iran – dopo l’apertura dello Stretto per 60 giorni – avvierà un dialogo con l’Oman «per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz, in collaborazione con gli altri Stati rivieraschi del Golfo Persico, nel rispetto del diritto internazionale vigente e dei diritti sovrani degli Stati costieri». Per l’Iran, stando al senso letterale, ciò sancisce la sua implicita sovranità sullo Stretto; per gli Usa, al contrario, ciò non può comportare alcuna forma di limitazione del traffico marittimo, salvo poi rivendicare a loro volta – a sentire Trump – “compensazioni” per la protezione offerta dalle forze americane nell’area.
Nello schema d’intesa trilaterale del 26 giugno tra Stati Uniti, Israele e Libano, il ristabilimento dell’effettiva sovranità libanese sull’intero territorio del Paese, invece che essere un principio assoluto, che, in quanto tale, non dovrebbe essere soggetto a negoziati, è condizionato al disarmo «verificato» (da parte di chi?) degli attori non-statali (leggasi Hezbollah) e allo smantellamento di tutte le connesse infrastrutture. Inoltre, si ribadisce che ognuno dei due Stati (ma, in pratica, si tratta solo di Israele) conserva il diritto inalienabile all’autodifesa (definizione in neolingua dell’aggressione armata e dell’occupazione militare), che è l’argomento strumentale usato da Tel Aviv sia a Gaza che in Libano.
Se l’ambiguità diventa essa stessa un’arma impropria, se rappresenta una dissimulazione disonesta, allora sarebbe meglio denunciare subito queste formule vaghe, quando sono antitetiche alla diplomazia e creano più problemi di quanti intendano risolvere. Non solo la fretta è nemica del bene, lo è anche la doppiezza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire