La penitenza e il peccato
nel giovane
Poverello

Dalle fonti e dagli scritti di Tommaso da Celano il percorso di conversione del santo di Assisi
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July 17, 2026
La penitenza e il peccato
nel giovane
Poverello
Il vescovo e francescanista Felice Accrocca
Tra gli scritti di frate Francesco, uno conserva accenni autobiografici estremamente preziosi: si tratta del suo Testamento, dettato poco prima della morte; in esso Francesco giudicò peccaminosa la propria condotta giovanile. Scrisse infatti di sé: «Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi». «Quando ero nei peccati»: si potrebbe pensar tutto e il contrario di tutto, perché il peccato si presenta sotto molte facce. È possibile capire qualcosa di concreto, tenuto conto che al dettato estremamente scarno del Testamento fanno riscontro testimonianze agiografiche che sembrano contraddirsi in pieno? Vediamo anzitutto le fonti. Tommaso da Celano dipinse un quadro fosco della fanciullezza e della gioventù del futuro santo, «il quale, sin dall’infanzia, venne insolentemente cresciuto dai suoi genitori secondo la vanità del mondo», dandosi, nell’adolescenza, a ogni genere di dissoluzione: Francesco superò così in vanità tutti i suoi coetanei, cercando di eccellere sugli altri nei giochi, nella curiosità, nei canti, nel vestire in modo ricercato.
Diverso, invece, il tono del racconto nella Leggenda dei tre compagni : per propria inclinazione, Francesco appariva «quasi naturalmente cortese nei modi e nelle parole». Le sue doti naturali furono come altrettanti gradini attraverso i quali egli giunse alla grazia di dire a sé stesso: «Poiché sei generoso e cortese verso gli uomini […], è giusto che tu sia generoso e cortese verso i poveri, a motivo di Dio, che è generosissimo nel ricompensare». 
Come spiegare una tale differenza di tono e di contenuto? Tommaso individua nella vanità che lo dominava la radice dei peccati del giovane. Benché il taglio dell’autore della Leggenda sia completamente diverso, nella sostanza anch’egli finisce per confermarne il giudizio, consegnandoci un giovane attento a sé stesso, alla propria immagine, proteso verso gli amici, poco attento ai propri genitori, che pure gli permettevano di essere quel che era e di spendere ancor più di quanto la sua condizione gli avrebbe permesso. Un giovane sì generoso e gioviale, ma anche desideroso di stupire e far parlare di sé, poco attento, in fondo, ai problemi più veri degli altri. Quale fu, dunque, la «realtà di peccato» del giovane Francesco? Certamente, la sua colpa più grande – come scrisse Raoul Manselli – fu quella di vivere come se Dio «non ci fosse mai stato». Giunto al termine della vita, la propria esistenza giovanile, dimentica di Dio e tutta protesa verso l’io, parve a Francesco una condizione peccaminosa. 
Quanto vicina, allora, la persona di questo giovane di otto secoli fa a quella dei suoi coetanei di questo nostro tempo! Bravi ragazzi e ragazze, molto spesso figli unici, che non di rado hanno soddisfatto tutti i loro desideri, facendoli così crescere centrati su loro stessi, abituandoli a pensarsi come il centro del mondo. Francesco, però, a un certo punto seppe scegliere una direzione diversa...

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