Lorefice: «La peste è tornata a Palermo e nel mondo. Una follia la remigrazione»
di Irene Funghi
Nel "Discorso alla città", durante la processione nella festa di santa Rosalia, l'arcivescovo addita le responsabilità di un clima di sopraffazione che alimenta la mafia e porta a sostenere idee come la remigrazione e la necessità della guerra

«La peste è tornata». Nella sera in cui Palermo festeggia, portandone in processione le reliquie, la patrona santa Rosalia, la scoperta delle cui ossa aveva liberato Palermo dalla peste del 1624, l’arcivescovo Corrado Lorefice non usa mezzi termini quando, in piazza Marina, rivolge il suo "Discorso alla città". «Stasera è diverso», dice. Non si tratta solo di analizzare problemi più o meno grandi da risolvere, ma di lanciare un allarme e chiedere di prendere posizione. «Alziamoci in piedi!», esclama. «Chiediamoci: ma noi la amiamo davvero Palermo?». È qui il fulcro del suo discorso, la disattenzione e l’indifferenza lasciano che la mafia prolifichi «sotto gli occhi di tutti». Lo si vede dal «ritorno prepotente e asfissiante del racket», dalla «trafila di intimidazioni che vogliono distogliere dal bene», dalla «violenza diffusa senza scrupoli» e dalla «recrudescenza isterica e giovanilistica della mafia», determinata ad «attirare consenso» e a «impadronirsi dei territori». Ma nulla accade a caso: le responsabilità ricadono su «una politica che fatica a fare scelte lungimiranti. Quando non si devono addirittura registrare contiguità con ambienti e logiche mafiose», su «un’economia dello scarto e dello sfruttamento, basata sulla corruzione e sull’indifferenza» e su «una Chiesa che evidentemente non ha testimoniato in maniera adeguata» il Vangelo sull’esempio dei santi e dei «martiri della fede, come Pino Puglisi e Rosario Livatino, e della giustizia, come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone». Le conseguenze sociali e culturali sono allora il lavoro che «manca drammaticamente». Lorefice parla in modo esplicito della vertenza dei lavoratori ex Almaviva, «che attendono trepidanti il completamento dell’iter burocratico regionale in vista del loro reimpiego», dei licenziamenti che «vanno avanti a una velocità e con una determinazione disumana» e di una «pandemia del pizzo» a fronte della quale «le denunce sono poche».
L'arcivescovo chiama in causa, a livello nazionale, anche «una politica del rifiuto, del respingimento dell’altro». Cita il viaggio di Leone XIV a Lampedusa, ricorda che in ogni uomo e in ogni donna «è impressa l’immagina vivente di Dio», verità oggi «violentemente messa in discussione». Per questo, sottolinea la responsabilità di annunciare il Vangelo con l’accoglienza e il rifiuto di idee come quella della remigrazione. E lo ripete due volte: «Ogni manifestazione esterna di religiosità, ogni proclamazione dell’identità cristiana o cattolica che si faccia scudo del nome cristiano per giustificare il rifiuto del debole, del povero, del migrante, si trasforma in un insulto alla verità annunciata dal Cristo Signore. Chi non riconosce l’altra o l’altro come sorella, come fratello, indipendentemente da ogni considerazione culturale, religiosa, razziale, geografica è fuori dal Vangelo. Lo dico forte, di nuovo, perché non ci siano equivoci. Chi la pensa così, chi difende il privilegio di alcuni rispetto ad altri, è fuori dal Vangelo. Chi sventola il vessillo della remigrazione ferisce a morte la fraternità evangelica e umana e sfrutta l’insicurezza, la frustrazione, il risentimento della gente per individuare un capro espiatorio su cui scaricare il negativo della vita sociale e politica». L’Italia allora, ripete ancora Lorefice, è chiamata a mettere da parte la paura e a tornare, oltre al Vangelo, alla Costituzione, che ripudia la guerra. Altro male che inquina il mondo.
Ormai, ricorda l’arcivescovo, il ricorso alle armi e al conflitto viene considerato «necessario» e le loro vittime «danni collaterali». La sovversione dell’ordine costituito dopo la Seconda guerra mondiale, «è stata preparata da decenni di squilibri, di ingiustizie, di mancanza di attenzione ai poveri e agli ultimi», afferma. «Ora leader senza pietà e senza pudore, avviluppati nel loro narcisismo delirante, possono gioire della morte di altri, possono giustificare la guerra spacciando la conquista per legittima difesa». Viene chiesto allora di prendere posizione e di non rassegnarsi. Di riconoscere di nuovo e a tutti i livelli che «gli altri non sono il nostro inferno bensì la nostra salvezza» e che «il potere reale non è quello che domina, ma quello che si fa servizio».
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