Con Zuppi, nel campo dei prigionieri di guerra russi a Leopoli: «Il Papa prega anche per voi»

di Giacomo Gambassi, inviato nella regione di Leopoli
“Avvenire” dentro al centro di detenzione ucraino Zakhid-1, nella regione di Leopoli, insieme al cardinale. L'incontro coi prigionieri e la consegna del messaggio di Leone XIV. Poi l'appello: «La guerra deve finire»
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July 14, 2026
Con Zuppi, nel campo dei prigionieri di guerra russi a Leopoli: «Il Papa prega anche per voi»
Uno dei momenti della visita di Zuppi / FOTO ESCLUSIVE DI GIACOMO GAMBASSI
Sotto la pioggia battente varca i tre portoni blindati d’ingresso. Filo spinato, sbarre, chiavistelli, piazzali dove le mura lasciano scorgere solo il cielo e le torrette di avvisatamente danno il benvenuto al cardinale Matteo Zuppi mentre entra nel campo “Zakhid-1”. È uno dei cinque in tutta l’Ucraina dove sono “custoditi” i prigionieri di guerra che hanno combattuto nell’esercito russo. Visita per «portare la vicinanza di papa Leone» a chi è stato catturato sui campi di battaglia, ripete il presidente della Cei, incontrando i detenuti all’interno della colonia penale nella regione di Leopoli. E visita per far sapere anche dietro le sbarre che «il Papa prega perché la guerra possa finire il prima possibile» e si impegna affinché «tutti voi possiate tornare al più presto a casa», sottolinea. È uno degli ambiti d’azione della diplomazia umanitaria della Santa Sede: favorire gli scambi dei prigionieri fra i due Paesi in guerra. Anche grazie alla missione del cardinale Zuppi voluta da papa Francesco e confermata da Leone XIV che in tre anni ha permesso di creare un canale di dialogo fra Kiev e Mosca attraverso cui sono passati migliaia di nomi di reclusi.  Missione che riporta il cardinale arcivescovo di Bologna per la seconda volta in Ucraina dall’inizio dell’invasione russa, dopo la visita del 2023. Quattro giorni, fra lunedì e giovedì, che lo vedranno andare anche a Kiev ma che stamani iniziano dall’oblast lungo il confine con la Polonia per fare tappa nella struttura detentiva che è stata un carcere sovietico e che adesso accoglie chi ha indossato la divisa di Mosca contro l’Ucraina.
Doppio l’intento della presenza di Zuppi: abbracciare a nome del Pontefice chi è dietro le sbarre e verificare le condizioni di detenzione. Ragioni di sicurezza non consentono di conoscere il numero esatto dei prigionieri che il campo ospita: fonti di stampa riferiscono che si arriva anche a cinquecento. Il cardinale ne incontra decine: di molte regioni della Russia ma anche di vari Paesi. «Cinquantatré le nazioni che oggi sono rappresentate qui», gli spiegano i responsabili del complesso. A tutti Zuppi porta i doni di Leone XIV. Tre doni. Il primo è un portachiavi con lo stemma del Pontefice. «Spero che ci possiate mettere al più presto la chiava della vostra casa», è l’augurio dietro cui si rivela l’impegno vaticano per il rimpatrio di soldati e civili di entrambi i Paesi (compresi due sacerdoti ucraini catturati nei territori occupati) ma anche delle salme dei caduti al fronte e dei bambini che l’Ucraina accusa siano stati portati forzatamente in Russia. Poi l’immagine di papa Prevost: «Leone XIV mi ha mandato qui per essere voce di speranza in mezzo a voi e per dire che è accanto a tutti quelli che soffrono a causa della guerra». E ancora la riproduzione della Salus Populi Romani, l’icona mariana custodita nella Basilica di Santa Maria Maggiore: «La madre richiama i parenti che ci attendono a casa e ci ricorda anche che siamo tutti figli dell’unico Dio e apparteniamo alla stessa famiglia umana». Il che significa che «mai la guerra può essere giustificata», aggiunge il presidente della Cei.
Il cardinale Zuppi con l'ambasciatore ucraino preso la Santa Sede Andrii Yurash (a destra) e, dietro, il nunzio apostolico in Ucraina, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas / FOTO ESCLUSIVE DI GIACOMO GAMBASSI
Il cardinale Zuppi con l'ambasciatore ucraino preso la Santa Sede Andrii Yurash (a destra) e, dietro, il nunzio apostolico in Ucraina, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas /  FOTO ESCLUSIVE DI GIACOMO GAMBASSI
Il cardinale percorre l’itinerario che i prigionieri di guerra fanno quando entrano nel fortino a mezz’ora di auto dalla città di Leopoli. Il piazzale dove arrivano i bus che li hanno prelevati a ridosso della linea del fronte. La stanza in cui vengono «lasciate le mimetiche russe che hanno tenuto addosso per settimane senza mai cambiarle», raccontano a Zuppi. Le docce che «qui non sono luoghi di torture o aggressione». Gli ambienti dove ricevono la scatola con gli effetti personali, due paia di scarpe e uno di ciabatte, la divisa blu che scandirà i giorni di reclusioni e che sarà anche quella con cui tutti si mostreranno davanti a Zuppi. Poi il piccolo ospedale. «Numerosi detenuti hanno la tubercolosi o problemi articolari per la vita massacrante in trincea. E molti hanno schegge di ordigni nelle braccia o nelle gambe», raccontano medici e infermieri. Nella sala visite l’incontro con i primi tre reclusi: uno della Corea del Nord, gli altri due russi. «Quanti nomi sono passati dalle nostre mani – dirà ai coordinatori del campo –: sia di ucraini che abbiamo fatto arrivare a Mosca; sia indicati dalla Russia che abbiamo recapitato a Kiev. Non elenchi. Perché dietro ogni nome c’è una persona, con la sua famiglia e con la sua vita».
Il cardinale Zuppi insieme a uno dei prigionieri /  FOTO ESCLUSIVE DI GIACOMO GAMBASSI
Il cardinale Zuppi insieme a uno dei prigionieri /  FOTO ESCLUSIVE DI GIACOMO GAMBASSI
Ad accompagnare il cardinale sono il nunzio apostolico in Ucraina, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, e l’ambasciatore ucraino preso la Santa Sede, Andrii Yurash. La talare nera e lo zucchetto rosso che Zuppi indossa si bagnano di pioggia mentre il cardinale passa dai cortili dell’aria dove il temporale non consente adunate. Nelle cucine il nuovo incontro con i detenuti: tutti russi. «Cuciniamo e cuociamo il pane per l’intero campo», riferiscono. Nella biblioteca c’è il giovane Kalashnikov. Originario della regione di Donetsk, è ucraino. Mandato a combattere da Mosca dopo che la sua oblast è stata occupata. Ucraino in guerra contro gli ucraini per volontà del Cremlino. «La mia famiglia è tutta fuggita in Ucraina», dice a Zuppi. E subito aggiunge: «Sono qui dentro da tre anni. Una sentenza ha stabilito che non sono colpevole. Ma le leggi non consentono che venga rilasciato». Sono 56mila gli arruolati forzati dalla Russia nelle quattro regioni finite sotto il controllo russo.
I prigionieri russi stringono le mani a Zuppi /  FOTO ESCLUSIVE DI GIACOMO GAMBASSI
I prigionieri russi stringono le mani a Zuppi /  FOTO ESCLUSIVE DI GIACOMO GAMBASSI
Nel campo le giornate sono scandite dal lavoro. «Tutto nel rispetto delle convezioni internazionali», avvertono i responsabili del complesso. Zuppi si ferma nell’hangar dove i detenuti costruiscono tavoli e sedie. «Spasiba», si sente ripetere mentre parla con loro e ogni volta che consegna i regali del Papa: “grazie” in russo. Ma qualcuno gli grida anche «Grazie» in italiano: è un ragazzo colombiano arruolato dal Cremlino che ha avuto «una fidanzata italiana», confida al cardinale. E qui lui trova uno dei più giovani prigionieri: ha 21 anni ed è buriato, ossia della regione russa della Siberia che guarda verso la Cina. «Ho fatto solo la scuola media», sussurra con il volto arrossato. Prigionieri pagati per il loro lavoro, ribadiscono le autorità ucraine che portano il presidente della Cei anche fra gli scaffali dello spaccio interno dove è possibile fare acquisti.  Nella chiesetta a due passi dal cancello principale la preghiera con una ventina di reclusi. In parte cattolici. Perché originari del Perù, della Nigeria, delle Filippine, del Camerun. A Zuppi chiedono corone del Rosario e Bibbie da tenere nelle camerate. «Ho faccio una sciocchezza: ho firmato un contratto», gli confida un giovane della Colombia. Contratto che lo ha fatto cadere nella trappola dell’arruolamento. E un ragazzo della Bielorussia gli indica la gamba amputata. «È stata una mina. Però ringrazio il Signore che sono vivo». È il Padre Nostro che conclude la visita. Con un monito di Zuppi: «Bisogna che la guerra finisca». E la risposta dei prigionieri è solo un «Amen».

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