L'insicurezza delle armi: ecco la lezione del Golfo
Non è certo quel che accadrà nelle prossime settimane nello Stretto di Hormuz. È certo, però, che la regione continuerà a essere instabile e vulnerabile. E ciò nonostante sia la più armata

Non sorprende che da una guerra assurda e mal pianificata come quella lanciata contro l’Iran, seguita da trattative gestite dai negoziatori dilettanti tanto cari al presidente Trump, si sia arrivati a una tregua confusa che non ha retto alla prova del tempo. Troppe le differenti interpretazioni, troppi gli equivoci di un testo raffazzonato, stilato più per le pressioni di un sistema internazionale che chiedeva la riapertura dello Stretto di Hormuz che per reale convinzione. E così, gli attacchi reciproci fra Iran e Stati Uniti sono ricominciati; più passano i giorni, più sembra di scivolare verso una ripresa a tutto campo del conflitto fra Stati Uniti e Iran, finendo inevitabilmente per coinvolgere tutta la regione e bloccare nuovamente un’arteria vitale per l’economia e il commercio internazionale.
Trump, con il suo solito stile eccessivo – un poco bullo di quartiere, un poco affarista senza scrupoli – ha proclamato che gli Stati Uniti prenderanno il controllo assoluto di Hormuz, «e ci faremo pure i soldi», ha aggiunto. I falchi iraniani – che sembrano aver ormai la gestione delle trattative – non paiono intenzionati a rinunciare al controllo dello Stretto. Insomma, sembra di essere scivolati indietro di mesi, senza alcuna seria prospettiva di de-escalation.
Tuttavia, pur nella totale imprevedibilità di questo conflitto, è possibile delineare alcuni elementi che possono fornirci indicazioni per una comprensione meno didascalica delle dinamiche in atto nel Golfo. Innanzitutto, è evidente come la Repubblica islamica dell’Iran mantenga una capacità notevole di colpire le basi americane nella regione. I danni subiti da queste infrastrutture nei diversi Paesi arabi sembrano non essere trascurabili, tanto più che Washington, nei mesi di tregua, ha ritirato alcuni sistemi d’arma e diverse forze aeree dalle basi avanzate, mentre la loro portaerei Lincoln è nel teatro di operazioni da ormai 200 giorni ininterrotti. Soprattutto, i funerali del leader supremo, l’anziano ayatollah Ali Khamenei, ucciso negli attacchi del 28 febbraio, raccontano al di là di ogni dubbio la tenuta del regime. Per quanto orchestrati e preparati, sarebbe sciocco pensare che i milioni di iraniani che a Teheran e Mashad si sono stretti attorno alla bara fossero solo prezzolati dal regime. Al contrario, proprio la guerra e i bombardamenti hanno permesso al sistema di potere di riappropriarsi degli spazi pubblici e delle piazze, da cui erano stati espulsi da tempo. Anche la scelta improvvida dei monarchici di schierarsi a sostegno degli attacchi ha ridotto la loro base di sostegno dentro il Paese. I funerali hanno inoltre anche mostrato come le voci del regime più ragionevoli – smettiamo di chiamarle moderate – siano in grande difficoltà, a tutto vantaggio dell’ala intransigente, che vuole capitalizzare il conflitto per mantenere il controllo del traffico marittimo attraverso Hormuz, imponendo a un riluttante Oman – l’altro cardine del “cancello” che chiude lo Stretto – una co-gestione che renderebbe ancora più vulnerabili le monarchie arabe del Golfo.
Un secondo interessante sviluppo è la crescente divaricazione fra i diversi emirati del Golfo e il sempre più evidente antagonismo fra Emirati Arabi Uniti (Eau) e Arabia Saudita. I primi appaiono ormai legati strettamente a Israele, tanto che è dato come certo il coinvolgimento diretto dell’aviazione emiratina nei bombardamenti sull’Iran, mentre Riad mantiene un atteggiamento più prudente. Non è solo la questione iraniana, in realtà, a dividere le due monarchie, che appaiono in competizione crescente a livello geopolitico, economico e finanziario. Inoltre, la scelta della “piccola Sparta”, come amano definirsi ad Abu Dhabi, di rafforzare l’alleanza con un Israele dominato dalla ultra-destra non può che creare tensioni crescenti fra i Paesi arabi, per lo meno quelli che hanno una opinione pubblica, la cosiddetta “piazza araba”, da tenere in qualche conto.
Vedremo cosa accadrà nelle prossime settimane: soprattutto se la nuova chiusura di Hormuz provocherà una nuova fiammata di prezzi che si riverberano immediatamente sulle intenzioni di voto degli elettori statunitensi; in questo caso, Trump potrebbe nuovamente essere spinto a cercare un’altra tregua. Ma quanto appare certo è che il Golfo continuerà a essere una regione instabile ed estremamente vulnerabile. E ciò nonostante sia forse la regione più armata, nella quale le spese militari sono altissime in rapporto alla popolazione e allo spazio geografico. Un’annotazione che deve forse far riflettere i fautori di un massiccio riarmo europeo: saturare una regione di sistemi d’arma non basta a garantire la sicurezza; anzi, sembra ottenere l’effetto opposto, se si rinuncia a progettare una credibile architettura di sicurezza che parta dalla volontà di pace e di garanzie reciproche.
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