Parolin: «Quel foro di proiettile a Quito, il Venezuela, la Palestina. La mia scuola per negoziare la pace»

di Lucia Capuzzi, inviata a Bibione (Venezia)
Dalla borraccia forata che contribuì a fermare una guerra tra Ecuador e Perù alle crisi di oggi. Il segretario di Stato vaticano ripercorre gli episodi che hanno segnato la sua esperienza diplomatica: «Oggi il mondo ha sostituito la forza del diritto con il diritto della forza. Ma alla guerra c'è sempre un'alternativa»
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July 14, 2026
Il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin
Il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin
La discussione per evitare l’ennesima guerra tra Ecuador e Perù sembrava impantanata dalle recriminazioni reciproche quando, d’improvviso, l’allora presidente di Quito, Alfredo Palacio, estrasse dalla borsa una borraccia malridotta. Al centro un grande foro lasciato da un proiettile. «Apparteneva a mio nonno. L’aveva con sé durante lo scorso conflitto: il buco è opera dei soldati di Lima. Forse dobbiamo trovare un altro modo per andare avanti...». I due vicini-rivali latinoamericani cominciarono a trovarlo quel giorno del 2005 a partire da un gesto spiazzante. «Una persona ha detto basta. Nel ricordo della sofferenza patita da un proprio caro. Ha rotto il cerchio. E questo richiede grande coraggio», ha sottolineato il cardinale Pietro Parolin nel citare un esempio concreto di costruzione della pace. Uno dei molti ricordi personali che ha voluto condividere con il pubblico di Bibione. Ai tantissimi riuniti nella parrocchia dell’Assunta per la Festa di Avvenire e de Il Popolo, sabato sera, non ha parlato solo con il linguaggio formale del segretario di Stato. Ha deciso, al contrario, di mettere in gioco la sua esperienza di uomo e di pastore impegnato da anni nella diplomazia della Santa Sede per trovare, inventare, forgiare, alternative “all’inutile strage” della guerra.
Un lavoro difficile. Quasi impossibile, in apparenza. Che, soprattutto, ci diceva, richiede coraggio. Eppure spesso il concetto di pace è associato al suo contrario nella narrazione dominante...
La pace è coraggio. Coraggio soprattutto di vincere noi stessi. Mi è capitato in questi anni, anche da poco, che tante autorità mi dicano di essere d’accordo con la posizione della Santa Sede sulla pace. Tutte le volte rispondo: allora ditelo, proclamatelo, fate sentire la vostra voce e unitela a quante sono in sintonia. Perché il coraggio della pace si trova insieme. Certo, ci sono gli eroi, capaci di gesti straordinari e controcorrente, compiuti per lo più senza grande visibilità. Una richiesta corale è cruciale, però, per dar forza alla creazione di alternative alla violenza.
Lei ha citato un esempio latinoamericano, Continente che entrambi amiamo molto. A questo proposito, nel corso della sua missione, c’è un Paese che le è rimasto particolarmente nel cuore?
Nel mio servizio - e di questo ringrazio davvero il Signore - ci sono state esperienze belle in tanti Paesi. Ricordo, ad esempio, il lavoro in Vietnam per cercare di aprire spazi sempre più ampi anche all'attività della Chiesa, in modo da garantire la libertà religiosa. È stato un periodo molto interessante che mi ha fatto affezionare al Vietnam. La nazione che sta di più nel mio cuore, però, è il Venezuela dove ho avuto la grazia di svolgere la funzione di nunzio apostolico tra il 2009 e il 2013. Mi sono un po’ innamorato di quella terra intensa e del suo popolo capace di forti passioni e tanto generoso nei rapporti umani. Per questo mi addolorano le sue enormi sofferenze degli ultimi anni che hanno portato all’esodo di milioni di persone a causa della crisi economica e politica. Poi c’è stato l’intervento statunitense che non ha migliorato di molto la situazione. E ora questo terribile terremoto che ha causato un disastro e deve suscitare la nostra generosità.
Il 2026 si è aperto proprio con la crisi venezuelana e da allora i conflitti e focolai di instabilità si sono moltiplicati. Come definirebbe l’attuale scenario globale?
Drammatico. È venuto meno, nel giro di pochissimo tempo, il sistema che si era creato dopo le esperienze terribili dei due conflitti mondiali del secolo scorso. Proprio dopo le immani sofferenze vissute, i leader internazionali, a partire da quelli europei al centro della temperie bellica, avevano capito l’urgenza di lavorare seriamente per evitare il ripetersi di simili tragedie. Da qui la costruzione di un assetto che, pur nei suoi limiti, ha assicurato una certa stagione di pace, anche se più nel Vecchio Continente che altrove. Il multilateralismo - così si chiama tali sistema - cerca di affrontare insieme le contese fra gli Stati dovute a interessi differenti attraverso una serie di meccanismi. Al posto di questi ultimi, repentinamente archiviati, ora si va sostituendo la cultura della potenza, come sostiene papa Leone XIV in “Magnifica humanitas”. La forza del diritto, per impiegare uno slogan efficace, viene sostituita dal diritto alla forza.
Ma la pace è davvero possibile o è solo un sogno ingenuo e dobbiamo rassegnarci alla guerra?
La guerra, come afferma il Concilio, nasce da uno squilibrio profondo che esiste nel cuore dell'uomo. Il primo impegno, dunque, è quello alla conversione continua dall’egoismo che ci pervade come singoli e come comunità. Ma la pace è possibile, dobbiamo crederlo. È, però, una costruzione quotidiana e artigianale, come diceva papa Francesco. Non ci sono, dunque, grandi aziende né produzione in serie. È lavoro di ciascuno attraverso il continuo superamento del conflitto e la sua trasformazione in occasione di crescita delle relazioni umane e sociali.
Qual è il segreto per essere un buon negoziatore?
Un atteggiamento di fiducia nei confronti dell'interlocutore. La convinzione che con lui si possa costruire qualche cosa. L’attitudine contraria mina alla base qualsiasi trattativa. Poi naturalmente bisogna essere molto leali. Il negoziatore dice quello che può dire e fino dove può dire e non fa promesse invano, si ferma ai fatti e cerca appunto, a partire da questi, di costruire dei rapporti con gli altri in buona fede. E mette nel dialogo una forte carica umana, andando al di là dei semplici ruoli. Solo l’umanità ci fa davvero avvicinare agli altri, trovare un contatto, una sintonia.
C’è una trattativa che l’ha particolarmente provata?
L'attuale negoziato - che, purtroppo, non esiste ancora - per la conclusione della guerra in Ucraina in atto da oltre cinque anni. Nel frattempo, la Santa Sede è molto impegnata nell’aiuto umanitario, nel ritorno dei bambini ucraini dalla Russia e negli scambi dei prigionieri.
Ha citato l’Ucraina. Quali dei molti quadranti del pianeta dilaniati dalla violenza la preoccupa di più?
Il Medio Oriente, dove non si riesce a risolvere il problema di fondo, ovvero la situazione dei palestinesi. La Santa Sede, da almeno dieci anni, ha firmato l’accordo con la Palestina, riconoscendo nella pratica la formula dei due Stati. Ora, dopo la tragedia di Gaza, molti altri Paese lo hanno fatto. La situazione sul terreno, tuttavia, diventa sempre più difficile: il territorio della Cisgiordania, dove dovrebbe nascere lo Stato di Palestina, è eroso dagli insediamenti dei coloni israeliani. È una situazione estremamente complessa in cui sembra difficile trovare una via d’uscita. Non vuol dire che non ci sia. Dobbiamo forse far ricorso a un surplus di creatività.
Ma la guerra può essere “giusta”?
In “Magnifica humanitas”, il Papa dice che questo concetto va profondamente ripensato. Nella interpretazione cattolica, la “guerra giusta” cioè moralmente giustificabile è quella di legittima difesa, purché rispetti una serie di caratteristiche, prima fra tutte la proporzionalità. L’attuale presenza delle armi di distruzione di massa, però, cambia la prospettiva. E necessita una nuova riflessione. Non dimentichiamo, poi, che le guerre vengono alimentate anche da enormi interessi economici, soprattutto per quanto riguarda il riarmo. Tanti traggono il vantaggio dal proliferare dei conflitti.
Che consiglio darebbe a quanti vogliono impegnarsi per la pace?
Di non rassegnarsi al pessimismo né all’ansia da prestazione. Di credere al Vangelo: nulla del bene seminato va mai perduto. Ogni gesto di bontà, ogni gesto di amore, ogni gesto di carità, troverà il suo spazio.

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