Cosa hanno detto i nuovi vescovi di Faenza e Gorizia al loro ingresso in diocesi
La diocesi romagnola e quella isontina ieri hanno accolto i loro nuovi pastori, Morandi (che è stato ordinato dal predecessore, Toso), e Dianin, già vescovo di Chioggia, accolto da Redaelli

Due Chiese locali, due nuovi pastori e un filo rosso che attraversa parole e gesti: il servizio al Popolo di Dio, l’ascolto e la consapevolezza che il ministero episcopale si vive anzitutto come dono ricevuto. Domenica sono iniziati i ministeri del nuovo vescovo di Faenza-Modigliana, Michele Morandi, e del nuovo arcivescovo metropolita di Gorizia, Giampaolo Dianin. In Romagna, Morandi ha chiesto ai fedeli di accompagnarlo con la preghiera e la collaborazione, indicando nella vita quotidiana delle famiglie, dei lavoratori, degli educatori e dei volontari il tessuto che sostiene la società. In Friuli Venezia Giulia, Dianin ha scelto la via dell’ascolto e dell’umiltà, presentandosi come un pastore che entra «in punta di piedi» nella storia e nell’identità di una Chiesa segnata dall’incontro tra popoli, lingue e culture. Entrambi hanno richiamato la dimensione sinodale del cammino ecclesiale e la necessità di costruire comunione, affidando il proprio servizio alla partecipazione dell’intera comunità. Il tratto comune a unire questi due eventi è la consapevolezza che la missione della Chiesa cresce quando pastori e fedeli camminano insieme, mettendo al centro il Vangelo e il bene delle persone. Con queste nomine sono in totale una decina i nomi di vescovi indicati da Leone XIV per la Chiesa italiana: 6 sono gli ordinari diocesani, 4 gli ausiliari, tutti per Roma. Dei 6 ordinari, 4 erano già vescovi.
Morandi: «Al fianco di questa umanità»
«Pregate e collaborate con me per essere, insieme a Gesù, a servizio di questa magnifica umanità». Con queste parole il nuovo vescovo di Faenza-Modigliana, monsignor Michele Morandi, ha concluso domenica nella Cattedrale di Faenza la celebrazione della sua ordinazione episcopale. Più volte interrotto dagli applausi dei fedeli, il presule ha affidato alla diocesi il suo primo saluto, segnato da gratitudine e commozione. «Ho il cuore pieno di gratitudine per il Signore Gesù – ha detto – perché nella vita non ci poteva capitare nulla di più bello e più buono che incontrarlo. Ho la mente colma di pensieri e riconoscenza per il passato: per la vita ricevuta, per l’amore sperimentato, per la misericordia che Dio e tante persone mi hanno donato. E guardo al futuro con fiducia, nel desiderio di abbandonarmi totalmente alla volontà di Dio e di consumarmi per la sua Chiesa. Che fortuna la Chiesa!».
Il nuovo vescovo ha rivolto un ringraziamento ai familiari, in particolare ai genitori Mirca e Roberto, dai quali ha imparato «l’alfabeto dell’amore», e a papa Leone XIV, che lo ha chiamato a condividere la missione del Collegio apostolico. Quindi si è rivolto ai fedeli della diocesi: «Nell’umiltà della vita quotidiana, nelle case e nei luoghi di lavoro, nell’educazione dei figli, nella preghiera nascosta, nella cura dei più fragili e nella vicinanza ai poveri, voi sostenete il mondo. Siete l’ordito del tessuto della società: senza di voi tutto si sfrangia». Richiamando la tradizione ceramica di Faenza, Morandi ha ricordato l’immagine contenuta nella bolla di nomina: il gregge affidato al vescovo come un vaso di terracotta da custodire senza spezzarlo. «Pregate per me – ha concluso – perché abbia il coraggio di mettere le mani nella creta dell’umanità per plasmarla secondo l’arte di Gesù».
A consacrare il nuovo vescovo è stato il predecessore monsignor Mario Toso, affiancato dai vescovi emeriti Claudio Stagni e Italo Castellani. Alla celebrazione hanno preso parte quaranta vescovi, tre cardinali – Gualtiero Bassetti, Mauro Gambetti e il presidente della Cei Matteo Maria Zuppi – oltre a 160 presbiteri e circa duemila fedeli presenti dentro e fuori la Cattedrale, dove erano stati allestiti maxischermi. Nell’omelia Toso ha ricordato che il ministero episcopale non richiede di nascondere la propria fragilità: «Il Signore non ti chiede di mettere da parte i tuoi limiti, ma attraverso di essi ti chiama a seguirlo. Non ti viene chiesto poco, ma ti viene donato molto». Citando il motto scelto da Morandi, ha richiamato le parole di san Paolo: «La forza si manifesta pienamente nella debolezza». Quindi ha esortato il nuovo vescovo a guidare la Chiesa verso una presenza sempre più incisiva nella società e nel mondo digitale.
La giornata di festa era iniziata nel pomeriggio in municipio, dove il sindaco Massimo Isola, a nome dei 17 Comuni della diocesi, aveva accolto il presule chiedendogli di essere compagno di viaggio nella promozione del bene comune. Morandi ha assicurato il proprio impegno a essere «segno di unità per la famiglia umana», nella disponibilità all’ascolto, al dialogo e al servizio.
Al termine, il corteo dei gonfaloni comunali e dei figuranti dei cinque rioni cittadini ha accompagnato il nuovo vescovo fino alla Cattedrale tra il suono festoso delle campane. Nato ad Alfonsine 50 anni fa, Morandi è stato ordinato sacerdote il 18 ottobre 2003. Dopo diversi incarichi pastorali e di governo, dal 2016 era vicario generale della diocesi ravennate.
Dianin: «Tra di voi in punta di piedi»
«Oggi mi presento a voi anzitutto con questo verbo: mi sento liberamente e amorevolmente sottomesso a questa Chiesa, alla sua storia e alla sua identità. Questa Chiesa viene prima di me, il mio tempo e le mie energie sono per voi con tutti i miei limiti e le mie fragilità, ma col desiderio sincero di un dono pieno e gioioso». Sono state queste le prime parole che il nuovo arcivescovo metropolita di Gorizia, Giampaolo Dianin ha pronunciato domenica nella basilica di Aquileia nel primo dei due momenti che hanno segnato l’inizio del suo ministero episcopale nella Chiesa isontina. La scelta di partire dalla città romana ha assunto un significato particolare in quanto coincisa con il giorno in cui la liturgia fa memoria dei santi martiri Ermacora e Fortunato, protovescovo e protodiacono della comunità aquileiese e patroni delle Chiese di Gorizia e Udine ma anche della regione Friuli Venezia Giulia.
La tappa successiva ha visto il nuovo arcivescovo giungere a Gorizia per ricevere il pastorale dalle mani del suo predecessore: l’arcivescovo emerito Carlo Roberto Maria Redaelli, nel suo indirizzo di saluto iniziale, ha voluto ricordare «la fatica che le generazioni, che qui prima di noi hanno cercato di vivere il Vangelo, hanno dovuto affrontare per non perdere la speranza nella pace e per riprendere cammini di riconciliazione e di comunione in questa terra di confine e di incontro di lingue e culture diverse. Una Chiesa assolutamente particolare quella di cui diventi ora pastore – ha concluso il presule – proprio per le caratteristiche del suo territorio, del suo contesto sociale e della sua storia. Una sfida interessante per chi qui assume il compito di arcivescovo».
Il rito è stato concelebrato da una quindicina di vescovi e arcivescovi provenienti non solo da tutto il Triveneto ma anche dalla Slovenia e da un centinaio di sacerdoti giunti anche dalla diocesi di Padova e da quella di Chioggia. Accanto alle massime autorità civili e militati della Provincia, anche tantissimi fedeli che hanno gremito la Cattedrale in ogni ordine di posti e fra loro anche rappresentanze delle comunità dove sino ad oggi Dianin è stato chiamato a svolgere il proprio servizio presbiterale ed episcopale. «Mi inserisco nel cammino di questa Chiesa – ha sottolineato l’arcivescovo durante la sua omelia – per continuare la seminagione, in particolare quella del caro vescovo Carlo che ringrazio della sua accoglienza e delle tante attenzioni avute nei miei confronti. Entro in punta di piedi per ascoltare tutto e tutti con umiltà e apertura della mente e del cuore. Il cammino sinodale ci ha insegnato che l’ascolto non è strumentale a qualcos’altro, ma è itinerario spirituale, conversione del cuore. Gorizia non è Chioggia e non è Padova, le due realtà da cui provengo; vi guarderò, vi ascolterò; aiutatemi a entrare e serviamo insieme la gioia del Vangelo».
Al termine della liturgia, a nome dei vescovi del Triveneto, il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, ha sollecitato Dianin a essere sempre per la sua Chiesa «garanzia di comunione e di sinodalità, cioè di un cammino fatto insieme ai fratelli, seguendo tutti Gesù». Nei suoi ringraziamenti conclusivi, pronunciati anche in sloveno, friulano e tedesco a significare la ricchezza di questa terra, l’arcivescovo ha chiesto al Signore di poter amare e servire la sua nuova Chiesa «Sicut et Christus dilexit ecclesiam», come anche Cristo ha amato la sua Chiesa e ha dato la sua vita per Lei»: «Camminiamo insieme – è stato il suo invito finale all’intera comunità – perché laddove c’è il Signore siamo tutti nella stessa casa».
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