Cina e Giappone: la danza dà corpo alle vittime di guerra

La ventesima edizione di Biennale Danza, a Venezia, chiuderà con ”What is War”, coreografia nata dal dialogo tra la cinese
Wen Hui
e la giapponese Eiko Otake sulle “donne di conforto” durante la Seconda guerra mondiale
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July 13, 2026
Cina e Giappone: la danza dà corpo alle vittime di guerra
"What is War" di Wen Hui e Eiko Otake / Jingqiu Guan
Una è cresciuta nella Cina della Rivoluzione culturale, l'altra nel Giappone del dopoguerra. Da trent'anni le coreografe e artiste interdisciplinari la cinese Wen Hui e la giapponese Eiko Otake si confrontano sui temi della memoria, del corpo e della storia. Oggi quel dialogo approda a What is War , lo spettacolo che debutta in prima italiana il 31 luglio e 1° agosto al Teatro Piccolo Arsenale di Venezia, in chiusura della 20ª Biennale Danza, diretta da Wayne McGregor in programma dal 17 luglio al 1° agosto. Sullo sfondo c'è una delle pagine più controverse del Novecento asiatico, quella delle cosiddette “donne di conforto”, le migliaia di donne ridotte in schiavitù sessuale dall'esercito imperiale giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Ma What is War non è una lezione di storia. È un dialogo tra due donne che appartengono a Paesi segnati da quella tragedia e che hanno scelto di attraversarla insieme, senza cancellarne la complessità.
Per Eiko Otake la guerra non è mai stata un tema astratto. «Ho sempre pensato molto alla guerra, fin da quando ho memoria, probabilmente perché sono cresciuta nel Giappone del dopoguerra, il Paese che ha invaso e colonizzato i suoi vicini asiatici. Alla fine della guerra, però, la maggior parte delle città giapponesi era stata gravemente danneggiata dai bombardamenti e Hiroshima e Nagasaki erano state rase al suolo dalle bombe atomiche. Abbiamo imparato che la nazione giapponese e gli adulti al potere erano stati i carnefici, ma i cittadini sotto i bombardamenti si sentivano vittime. Ed era più comune che venissero raccontate le storie delle vittime». Una consapevolezza che, racconta, l'ha accompagnata anche negli anni della guerra del Vietnam e dell'impegno nel movimento pacifista. «Sono fortemente contraria alla guerra. La violenza di massa non solo uccide, ma rende le persone irrazionali, ossessionate, ferite e disinformate».
Per Wen Hui il punto di partenza è diverso ma approda allo stesso interrogativo. «La memoria del corpo è un tema fondamentale del mio lavoro. Mi sono concentrata a lungo sul controllo istituzionale e sull'oppressione subita dai corpi delle donne, esplorando gli interventi sistemici dello Stato e della società sui corpi femminili e i limiti imposti anche dall'invecchiamento. Cerco di indagare le tensioni tra il potere e il corpo individuale». Quando nel gennaio 2020 Otake vola a Pechino, le due artiste si ritrovano come vecchie amiche. «Abbiamo parlato tutta la notte. La maggior parte del tempo l'abbiamo trascorsa raccontandoci i ricordi delle nostre famiglie e ci siamo trovate subito in sintonia».
Da quell'incontro nasce un confronto che ha anche un forte valore simbolico. Una coreografa cinese e un'artista giapponese scelgono infatti di lavorare insieme proprio sulla memoria della guerra che continua ancora oggi a pesare nei rapporti tra i loro Paesi. Ma nessuna delle due vuole trasformare lo spettacolo in un processo o in un manifesto politico. «Siamo cresciute e ci siamo formate in modo diverso», osserva Otake. «Non solo per i sistemi politici dei nostri Paesi, ma anche per la differenza di età e di formazione. È proprio questo che ci piace della collaborazione. Ognuna di noi impara dalle differenze dell'altra, ma emergono anche le nostre affinità umane. Non abbiamo paura delle differenze. Dedichiamo tempo e impegno al confronto e, il più delle volte, scopriamo che i nostri desideri sono simili». Le fa eco Wen Hui: «Le nostre educazioni e gli ambienti in cui siamo cresciute erano completamente diversi e questo ha alimentato la curiosità reciproca, spingendoci a esplorare le nostre riflessioni più profonde sulla vita».
Ed anche sulle ferite lasciate dalla guerra nei reciproci Paesi. Eiko Otake non elude questo aspetto. «Il rapporto storico tra Giappone e Cina ci fa sentire ancora più urgentemente il bisogno di parlare della guerra, e in particolare della Seconda guerra mondiale, e di ciò che abbiamo imparato dalle persone che l'hanno vissuta, affinché non dimentichiamo collettivamente». Wen Hui condivide senza esitazioni questa prospettiva perché «il mondo sta diventando sempre più caotico».
Al centro di What is War ci sono i drammi delle cosiddette “donne di conforto”. Un tema ancora oggi doloroso e controverso nei rapporti fra Cina e Giappone. «L'idea iniziale», racconta Wen Hui, «è nata nel 2022, quando siamo andate insieme al Memoriale delle donne di conforto di Liji Lane, a Nanchino. Lì abbiamo visto le fotografie delle sopravvissute e ascoltato le loro storie. Tornate in studio, abbiamo continuato a lavorare su quelle immagini. Durante una prova Eiko si è spogliata lentamente ed è entrata nello spazio della proiezione. In quel momento ho sentito che una donna stava entrando nella storia di un'altra donna. È stato profondamente commovente».
Per Otake, affrontare quella pagina della storia significa prima di tutto assumersi una responsabilità. «Conosco molte donne giapponesi che hanno dedicato la loro vita a sostenere le sopravvissute e a raccogliere le loro testimonianze. Oggi la maggior parte di quelle donne non c'è più. Per questo sento ancora più forte il dovere di ricordarle. Non voglio parlare al loro posto, ma continuare ad ascoltare quello che ci hanno lasciato».
Nel lavoro condiviso non c'è mai stata la ricerca di una posizione comune a tutti i costi. Al contrario, spiegano, la differenza è diventata il motore della creazione. «Quando un'amica ti racconta la storia della sua famiglia durante la guerra», osserva Otake, «all'improvviso provi emozioni molto più profonde. Quando ci si commuove e si prova empatia è difficile non volersi bene. Ecco perché gli amici, il dialogo, il lavoro di squadra e l'arte ci aiutano a essere umani».
La domanda che dà il titolo allo spettacolo, del resto, resta volutamente aperta. «Che cos'è la guerra?», ripete Otake. «Non credo di avere una risposta. So soltanto che la guerra continua a cambiare forma e continua a produrre sofferenza. Vorrei che il pubblico uscisse dal teatro con il desiderio di ridurre la distanza che sente nei confronti delle persone coinvolte nelle guerre di oggi. Quando immaginiamo davvero la vita degli altri, diventa molto più difficile accettare la violenza come qualcosa di inevitabile».

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