Regole, formazione, dignità: le tre vie per governare il cambiamento
L’enciclica Magnifica humanitas e la scelta tra una cultura della potenza e una civiltà dell’amore

Molto è stato detto sulla lettera enciclica Magnifica humanitas . Molto è stato pubblicato in proposito anche su questo giornale. E a ragione. Si tratta di un testo organico e innovativo. Richiede di essere approfondito da molti punti di vista, offrendo un’alternativa alla mentalità che oggi è sempre più diffusa. Voglio mettere in evidenza i motivi di fondo che nell’enciclica spingono a scegliere, come viene detto, la “civiltà dell’amore” al posto della “cultura della potenza”. Voglio poi sottolineare i riflessi che questa scelta ha in un ambito specifico dell’operare umano: l’ambito del lavoro.
La Magnifica humanitas è davvero un testo in controtendenza. Fa emergere alcuni modi di pensare predominanti, li smaschera, ne mostra le conseguenze e fa vedere qual è la via che può consentire all’essere umano di realizzarsi nella sua pienezza. È la via della rivelazione cristiana, che nell’attuale contesto si ripropone in tutta la sua fecondità. Si tratta di aver chiara la scelta di fronte a cui ci troviamo. Essa è rappresentata dai due episodi biblici con cui l’Enciclica si apre: quello della Torre di Babele e quello della ricostruzione del Tempio di Gerusalemme a opera di Neemia. Mentre nel primo caso gli esseri umani vogliono far sorgere un edificio che sia espressione della loro potenza, nel secondo Neemia coordina gli sforzi del popolo di Israele e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. Oggi ci troviamo in una situazione analoga. Possiamo erigere una nuova Torre di Babele, destinata prima o poi a crollare, oppure lavorare a una città in cui gli esseri umani possono cooperare pacificamente in un contesto equilibrato e stabile.
Qual è la mentalità sottesa all’edificazione di cui si parla nei due esempi? In entrambi i casi l’essere umano è al centro. Ma lo è in maniere diverse. L’episodio della Torre di Babele fa emergere una situazione in cui riteniamo di poterci esprimere nel modo migliore andando al di là dei nostri limiti, grazie all’uso delle tecnologie. Ma così finiamo per entrare in conflitto con gli altri esseri umani. Non li ascoltiamo e non li capiamo più. Non siamo noi a usare le tecnologie, ma ne veniamo asserviti. Diverso è il caso di Neemia. Qui l’assunzione della limitatezza spinge gli esseri umani a relazionarsi fra loro e a cooperare, con fiducia e speranza. L’azione è congiunta, non individuale. Affermata è sempre la centralità umana, ma senza violenza, senza sopraffazione. E dunque il mondo stesso, nella sua totalità, può averne giovamento.
Questa è l’alternativa che ci troviamo a vivere anche oggi. Oggi: nell’epoca dell’Intelligenza artificiale. L’Enciclica si sofferma, con abbondanza di esempi, sulle conseguenze di un uso non regolamentato di questa tecnologia. Fra tali conseguenze, l’impatto sul mondo del lavoro è oggetto di particolare attenzione. Non bisogna sorprendersene. La Magnifica humanitas , come mostrano anche i primi due capitoli, intende offrire un esplicito contributo, nel contesto contemporaneo, alla dottrina sociale della Chiesa. È questo, anzi, lo sfondo all’interno del quale vanno considerati gli sviluppi dell’Intelligenza artificiale.
Il lavoro non è un semplice strumento per soddisfare specifici bisogni. Esso offre all’essere umano la possibilità di realizzarsi. Accresce la dignità della nostra vita. È proprio questo aspetto, però, a essere minacciato dagli sviluppi tecnologici e dalle mutazioni nelle strutture produttive che essi comportano. C’è il rischio che, con il predominio delle procedure algoritmiche, vadano perduti il senso stesso del lavoro e la sua portata sociale. Per evitarlo è necessario governare in anticipo la trasformazione. Ciò può essere fatto in tre modi, come l’Enciclica dice chiaramente. Una prima via è quella che consente di fissare criteri sociali per l’innovazione, evitando scelte che, favorendo un uso incontrollato delle tecnologie, producano disoccupazione ed esclusione sociale. La seconda strada è quella che promuove politiche attive di aggiornamento e di riqualificazione dei lavoratori. La terza comporta un cambiamento di mentalità: bisogna inserire fra gli indicatori di successo proprio la qualità e dignità del lavoro. Solo così l’innovazione non si farà complice di un incremento dell’ingiustizia sociale.
Anche qui siamo di fronte a una scelta. Di nuovo l’alternativa è tra una cultura che promuove l’esercizio di una potenza incontrollata e l’equilibrio dettato dalla civiltà dell’amore. Sta a noi vedere se è meglio abituarci a condizione di guerra costante, a un uso illimitato della forza, a una sopraffazione camuffata da realismo politico, oppure se ci conviene agire per disarmare le parole, prendersi concretamente le proprie responsabilità, assumere lo sguardo delle vittime, rilanciare la prospettiva della mediazione e la pratica del dialogo. Se seguiamo l’enciclica non possiamo avere dubbi: per salvaguardare la nostra magnifica humanitas, per farla davvero fiorire, è necessario intraprendere la seconda strada.
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