Le armi non sono l'unica via

La convinzione che l'Europa non abbia alternativa al riarmo è figlia di presupposti tutti da dimostrare. Esistono altre risorse politiche e diplomatiche su cui costruire la sicurezza
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July 11, 2026
Le armi non sono l'unica via
La pistola "personalizzata" regalata dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan ai leader che hanno partecipato al vertice Nato di Ankara /Ansa
Il vertice di Ankara, appena conclusosi con un gesto simbolico che racchiude il significato di una intera epoca – mi riferisco al dono fatto dal Presidente Erdogan ai suoi ospiti, una pistola con una scatola di proiettili – fornisce l’ennesima occasione per fare qualche chiarimento sulle posizioni di chi critica la corsa al riarmo e propone di avere un atteggiamento differente sullo scenario internazionale.
Chi abbia letto i giornali di questi giorni, o chi abbia ascoltato le trasmissioni radio-televisive, ha dovuto constatare che, ancora una volta, si è dato spazio pressoché esclusivamente alle posizioni pro-riarmo mentre le posizioni di coloro che criticano questa scelta, non solo non hanno trovato spazio ma sono state ridotte, se pure per vie non sempre coincidenti, all’argomento del “putinismo”. In altre parole, chi non è a favore del riarmo sarebbe, nel migliore dei casi, un ingenuo irresponsabile che sottovaluta il pericolo proveniente dalla Russia, e nel peggiore dei casi una specie di “nemico interno” che, anche prima che le guerre vengano combattute sul campo, finisce per lavorare a favore di coloro dai quali occorre invece difendersi.
È un vecchio argomento, quest’ultimo, che da sempre è stato utilizzato contro coloro che invocano la pace. Di «opera sabotatrice» e di parole che avrebbero aperto «la strada al trionfo della Germania» parlava ad esempio Benito Mussolini in un articolo del 18 agosto 1917 commentando la denuncia che Benedetto XV aveva fatto della Prima guerra mondiale come di un’«inutile strage». Ma l’elenco sarebbe lungo, e riguarda anche i più sinceri democratici (un nome per tutti: quello di George Orwell).
La questione però non può essere semplificata e liquidata in questo modo, a meno di non pensare che la discussione sia inquinata dagli interessi di chi specula politicamente ed economicamente sulle armi oltre che dalla disonestà intellettuale di coloro che gli suonano la carica sulle pagine dei giornali e nei programmi radiotelevisivi.
La convinzione che l’Europa di oggi non abbia alternativa alle armi per tutelare la propria sicurezza è figlia di una serie di presupposti, tutti da dimostrare, da cui però discendono scelte, che sono tutte da giustificare proprio perché non è vero che sono senza alternative. Ad esempio, si ripete continuamente che la pace nell’Europa del Secondo dopoguerra è stata garantita esclusivamente dalla presenza militare degli Stati Uniti, da rimpiazzare ora attraverso un massiccio investimento in armi, e che la Russia costituisce un pericolo per l’Europa di oggi, come dimostrerebbe l’invasione dell’Ucraina. Tutto questo può essere certamente vero, ma rappresenta solo una parte della verità. Farne la verità tutta intera significa togliere quella parte della realtà che potrebbe fornire le risorse per una risposta differente alle sfide del presente. Ed è proprio su quest’altra parte della verità che il mondo pacifista richiama l’attenzione e su cui governanti illuminati dovrebbero fare leva se davvero volessero lavorare per la pace.
Al netto di considerazioni pragmatiche, come quella ricordata da molti secondo cui è decisamente controintuitivo pensare a un attacco contro l’Europa mosso da una potenza che non riesce ancora, dopo quattro anni di guerra, a chiudere la partita aperta in Ucraina, altre riflessioni si impongono.Innanzitutto, come sta spiegando molto bene Vittorio Pelligra sulle pagine di Avvenire nella sua serie “La monarchia della paura”, l’ossessione per la sicurezza produce un circolo vizioso che finisce per realizzare proprio ciò che dice di voler evitare (come alcuni segnali stanno già confermando). Nessuno nega che ci siano pericoli da affrontare, ma pensare che a queste sfide si possa e si debba rispondere solo creando le condizioni per una catastrofe che rischia di essere ancora più gravi di quelle passate, ha davvero dell’incredibile e ci fa aprire gli occhi sulla cecità della classe dirigente di questa epoca, in preda a quella che Marco Iasevoli ha chiamato efficacemente, su queste colonne, «la febbre delle armi».
In secondo luogo, e soprattutto, l’insistenza sulla corposa e stupefacente operazione di riarmo – portata avanti con atteggiamenti e parole che suonano persino arroganti, come quelle di Mark Rutte riportate dalla stampa, secondo cui la Nato troverà il modo di “costringere” i Paesi membri ad arrivare al 5 % del Pil di spese militari –, mette da parte un intero patrimonio di sapienza giuridica e politica di cui l’Europa nel suo insieme, e i paesi europei presi singolarmente, sono sempre stati propugnatori e custodi. La libertà e la democrazia in pericolo (lo sono sempre, anche all’interno) si difendono credendo fortemente anche nei mezzi che esse ci mettono a disposizione, persino contro coloro che le attaccano. L’Europa, in particolare, è chiamata a valorizzare la sua storia e il suo patrimonio, i quali ci ricordano che è possibile, anche tra paesi che sono stati nemici, avviare e realizzare opere comuni capaci di aprire spazi di dialogo e di collaborazione, se non di vera e propria solidarietà e condivisione politica e istituzionale.
Infine, non bisogna farsi prendere da argomenti troppo semplici. Le guerre non sono eventi improvvisi e non riguardano solo gli stati belligeranti. Sono affari complessi, frutto di scelte di medio e lungo termine, e sui quali la comunità internazionale tutta può dire e fare moltissimo. È su questo che occorre riflettere e investire per risolvere i problemi che periodicamente si manifestano. Non è alimentando le guerre che aiuteremo i paesi invasi contro i loro invasori. E dire questo, ripetiamolo ancora una volta, non vuol dire stare dalla parte di questi ultimi. È esattamente il contrario.

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