Roma e la «valorizzazione immobiliare». Anziani (anche centenari) a rischio sfratto
di Paolo Ciani
Senza negare i diritti della proprietà, è giusto cacciare persone di questa età? Che vivono in queste case da 50 anni, pagando regolarmente l'affitto?

Caro Direttore, in questi giorni a Roma alcune famiglie che vivono da decenni negli immobili conferiti dalla Cassa Forense e oggi gestiti da un fondo immobiliare rischiano di essere mandate via dalle proprie case, nel quadro di una operazione di cosiddetta “valorizzazione” immobiliare. Tra loro ci sono persone molto anziane: due donne di 100 anni, una di 91 anni, inquiline che per oltre mezzo secolo (in alcuni casi 70 anni) hanno abitato quegli appartamenti, pagando regolarmente l’affitto, costruendo lì la propria vita, le proprie relazioni, la propria quotidianità. Credo che, prima ancora delle carte, dei fondi, dei rendimenti e dei piani industriali, bisognerebbe fermarsi davanti a una domanda semplice: è umano chiedere a una persona di cento anni di lasciare la casa in cui ha vissuto per cinquanta anni?
Non si tratta di negare i diritti della proprietà, né di ignorare la complessità della gestione di grandi patrimoni immobiliari. Ma una comunità civile deve saper riconoscere che non tutte le situazioni sono uguali. E che davanti a persone così anziane la parola “sfratto” non può essere pronunciata come se fosse una pratica amministrativa qualunque. Per una persona di cento anni la casa non è soltanto un immobile. È la memoria concreta della propria vita. È il corridoio che conosce, il vicino che saluta, il negozio sotto casa, il medico di riferimento, la luce della finestra, il percorso imparato giorno dopo giorno. È un equilibrio fragile, spesso invisibile, ma essenziale. La letteratura scientifica ci dice da tempo che lo sradicamento forzato degli anziani dal proprio ambiente può produrre conseguenze gravissime: disorientamento, depressione, perdita di autonomia, peggioramento delle condizioni di salute. Per un anziano molto fragile, essere allontanato dal proprio habitat può significare mettere seriamente a rischio la sua stessa vita. E allora la questione non è soltanto giuridica. È morale, sociale, politica nel senso più alto del termine.
Questi immobili, per la loro storia, non nascono come beni qualsiasi. Hanno avuto una funzione sociale: offrire case dignitose, a canoni accessibili, a famiglie, lavoratori, pensionati. Oggi quella funzione sembra rovesciarsi. La casa, da diritto e luogo di vita, rischia di diventare soltanto un asset da mettere a reddito, una voce di bilancio, un’occasione di mercato. Ma le nostre città non possono essere governate solo dalla logica della rendita. Non possono diventare luoghi da cui vengono progressivamente espulsi gli anziani, i lavoratori, i giovani, le “famiglie normali”. Non possono perdere residenti, legami, memoria, per lasciare spazio soltanto a chi può permettersi canoni sempre più alti.
Colpisce, inoltre, che tutto questo avvenga mentre in molti stabili vi sono appartamenti vuoti, inutilizzati, lasciati in attesa di una destinazione più conveniente. È una contraddizione che ferisce. Da una parte cresce l’emergenza abitativa, aumentano gli sfratti, aumentano le difficoltà delle famiglie; dall’altra pezzi importanti di patrimonio immobiliare restano sottratti alla loro funzione più semplice e più necessaria: essere case abitate. Per questo credo che sia necessario un intervento immediato delle istituzioni. Il Governo, la Regione Lazio, il Comune di Roma, devono aprire un confronto con la proprietà e con il gestore del fondo per trovare soluzioni ragionevoli, umane, praticabili. Almeno per le persone più anziane e fragili deve essere garantita la possibilità di restare nella propria abitazione, o comunque una soluzione che non rappresenti uno sradicamento traumatico e ingiusto.
Alla Cassa Forense e al fondo che gestisce questi immobili va chiesto un atto di responsabilità. La valorizzazione di un patrimonio non può essere misurata soltanto in termini economici. Esiste anche una valorizzazione sociale, civile, umana. E un patrimonio che ha avuto una funzione sociale non può essere trattato come se fosse indifferente alla vita delle persone che lo abitano. Sgomberare una donna di cento anni dalla casa in cui vive da decenni non è modernizzazione. Non è efficienza. Non è valorizzazione. È il segno di una società che rischia di perdere il senso del limite, della cura, della misura. Le nostre città hanno bisogno di investimenti, di rigenerazione urbana, di nuove forme dell’abitare, anche di case per studenti. Ma tutto questo non può avvenire calpestando le persone più fragili. Una città si rigenera davvero quando tiene insieme futuro e memoria, sviluppo e giustizia, proprietà e responsabilità, mercato e umanità. Per questo mi auguro che gli sfratti vengano sospesi e che si apra subito una strada diversa. Non per creare un precedente contro qualcuno, ma per affermare un principio a favore di tutti: nessuna operazione immobiliare può valere più della vita concreta di una persona fragile. Difendere queste anziane inquiline non significa difendere un’idea di città: una città in cui la casa non sia soltanto merce, ma luogo di dignità, di relazioni, di appartenenza; una città che non espelle chi l’ha abitata per una vita, ma sa ancora riconoscere nei suoi anziani una parte preziosa della propria storia.
Deputato Pd
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