L'altalena, il pigiamino, le chiavi; così Amina custodisce i ricordi dei bambini della guerra nei Balcani

Il Museo dell'infanzia in guerra di Sarajevo raccoglie storie e oggetti. Amina Krvavac dirige la struttura e ha donato il suo pupazzo di stoffa. «Volevo dimenticare, poi ho capito che dovevo raccontare la verità di quei giorni»
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July 11, 2026
L'altalena, il pigiamino, le chiavi; così Amina custodisce i ricordi dei bambini della guerra nei Balcani
Una sala del Museo dell’infanzia in guerra, a Sarajevo. Si distinguono una chitarra e dei vestiti /Ufficio stampa WCM
Le scarpette in seta rosa appartenevano a Tina: aveva deciso che sarebbe andata tutti i giorni a seguire le lezioni di danza classica, non importa se sulle colline intorno a Sarajevo c’erano i cecchini. Quelle scarpette erano il suo personale antidoto alla guerra. Ora, con la stoffa rosa consumata e a tratti lacerata, sono sistemate sotto una teca di cristallo e sono diventate reliquia di un tempo che si spera non torni più. Accanto alle scarpette di Tina ci sono i libri di favole di Feda, sui quali a 6 anni imparò a leggere e scrivere durante i 1.425 giorni che durò l’assedio di Sarajevo. In una pagina del suo diario, conservato accanto ai volumi, Feda scrive: «Solo grazie ai miei libri riesco a non piangere tutto il giorno». Sono tanti gli oggetti che si possono vedere nel Museo dell’infanzia in guerra di Sarajevo, esperimento originalissimo e assai riuscito di un memoriale che ha tra i suoi significati anche quello di proclamare un commosso «Mai più!». Ci sono le chiavi di una casa che non esiste più, ci sono vestiti di Carnevale, bambole e puzzle, una chitarra, accompagnato uno ad uno da una spiegazione che non è mai “tecnica” ma vita vera. Vita vissuta.
E c’è uno strano pupazzo cucito insieme con stoffe e materiali di diversi colori. «Questo era mio, l’ho donato io al museo – racconta ad Avvenire la direttrice del War Childhood Museum, una dolcissima e determinata bosniaca che parla un italiano perfetto grazie al marito di Barletta. Amina Krvavac ha meno di 50 anni: è nata a Bugojno, nella Bosnia centrale, e nel 1992, quando la guerra scoppiò, visse la mancanza di cibo, di elettricità, di acqua. «Le lezioni scolastiche si svolgevano nei sotterranei dei magazzini, in posti improvvisati – racconta –. Con la mia famiglia andammo in un campo profughi in Croazia per diversi mesi, poi volli tornare, anche per ritrovare mio padre che era rimasto a casa. A Bugojno, quando ho compiuto 13 anni, nel 1993, non era possibile acquistare un regalo, così una mia amica, insieme a sua mamma, ha creato per me un giocattolo mettendo insieme vari materiali». Il pupazzo ora è lì, insieme agli altri 2.300 oggetti e testimonianze appartenuti ai bambini dell’ex Jugoslavia, in un edificio basso e bianco nel centro di Sarajevo, appena a nord del fiume che taglia in due la città, il Miljaca.
«Finita la guerra, volevo solo dimenticare, non volevo sentir parlare di nulla che mi ricordasse quegli anni, volevo cancellare tutto», continua Amina, in videocollegamento da Sarajevo. Durante gli studi universitari in Relazioni internazionali, però, si trovò ad approfondire il tema dei diritti dei bambini. E gli anni della guerra tornarono fuori con prepotenza, fino all’idea, realizzata con il fondatore Jasminko Halilovic, di creare una sorta di memoriale permanente. «Ho capito che sì, volevo trasmettere la verità sull’infanzia nella guerra, perché non ci si dimenticasse cos’era accaduto allora ai bambini e cosa sta accadendo oggi in troppe parti del mondo». E qual è questa verità? «Che i bambini in guerra non sono solo vittime. Durante l’assedio di Sarajevo tantissimi di loro correvano per fare sport, anche se era pericoloso perché c’erano i cecchini. È pazzesco immaginarlo oggi, ma si faceva. Anche io lo facevo. In sesta elementare il mio palazzo era distante dal sotterraneo dove era organizzata la scuola. Non c’era nulla dietro cui nascondersi, e io correvo e correvo sapendo che qualcuno poteva spararmi ma nemmeno mia mamma mi diceva di non andare. Andavamo tutti, era diventata una cosa normale», racconta ad Avvenire la direttrice esecutiva del Museo. «In guerra i bambini si adattano e sopravvivono. Se vengono percepiti o raccontati solo come vittime, non si rende giustizia alla loro creatività, resilienza, alla loro capacità di plasmare le proprie vite, di essere protagonisti anche in circostanze difficili come può essere un assedio o la condizione di sfollati in un campo profughi».
Amina Krvavac
Amina Krvavac
Amina è particolarmente affezionata a un altro “souvenir” regalato al Museo dagli abitanti di un villaggio a mezz’ora di distanza da Sarajevo. «Sono andata con un collega, ci aspettavano più di 20 persone. Era una giostrina che portava con sé ricordi tragici: una bomba ci cadde sopra, morirono diversi bambini e altri rimasero feriti. La cerimonia di consegna di una parte della giostrina, che era stata conservata e preservata come una reliquia nello stesso posto per 20 anni, è stata un momento molto difficile». Aperto nel 2017, il Museo dell’infanzia in guerra di Sarajevo raccoglie oggetti di uso comune appartenenti a bambini bosniaci, serbi, croati. È l’unico posto, in Bosnia Erzegovina, dove la memoria è condivisa: ancora oggi il Paese è diviso in tre etnie, tre sistemi educativi, tre lingue… Uno spazio non certo neutro («Come potrebbe un Museo di guerra esserlo?», commenta Amina) ma sicuro, pacificato, dove le esperienze dei bambini «forniscono una base molto adatta per il processo di riconciliazione nella società. Quando si affrontano e si condividono i propri ricordi, è più facile accettare quelli di coloro che si trovavano dall’altra parte. Le storie dei bambini trascendono tutte le divisioni politiche, etniche e nazionali».
Proprio oggi a Sarajevo e in tutta la Bosnia Erzegovina si osserva il Giorno della Memoria, per commemorare le oltre 8mila vittime del genocidio di Srebrenica, avvenuto l’11 luglio 1995. Il Museo dell’infanzia in guerra è stata la prima organizzazione, in cooperazione con il Centro Memoriale di Srebrenica a Potocari, a documentare l’esperienza dei bambini e dei ragazzi sopravvissuti. Nel Museo dell’infanzia in guerra ogni oggetto esposto è frutto di una donazione. Libri, fotografie, giocattoli, pigiami, soprammobili: memoria tangibili di bambini in carne e ossa. C’è il seggiolino di una altalena che un nonno aveva costruito per la sua prima nipotina, poi finita in un seminterrato di Sarajevo diventato rifugio. «Mia mamma non poteva tenermi sempre d’occhio – spiega Majda nella targhetta che accompagna il piccolo sedile – così legò un campanellino all’altalena per sapere se ci fossi sopra oppure no. Quell’altalena è piena di sogni, di immaginazione e speranza – il nascondiglio più sicuro della Sarajevo assediata». E poi un coniglio blu che Meliha ha voluto donare al Museo: «Non ricordo mio fratello – scrive nella targhetta accanto al pupazzo –. Era solo di poco più grande di me, lo hanno portato via dalle braccia di mia madre e lo hanno ucciso. Siamo fuggiti da casa nostra senza nemmeno riuscire a chiudere la porta a chiave. Poi abbiamo vissuto in un campo profughi. Questo coniglietto blu era l’unica cosa che mi dava gioia. Il suo colore e il suo sorriso illuminavano anche le giornate più tristi». Oggi il Museo dell’infanzia in guerra è anche un modello: nella sede di Sarajevo sono esposti oggetti che rimandano ad altri 21 conflitti, dalla Siria a Gaza, dall’Afghanistan alla Georgia. Una “succursale” è stata aperta nel 2020 a Kiev, in Ucraina. «La questione è molto semplice – conclude Amina Krvavac, che è anche presidente dell’European Museum Forum, un’organizzazione sotto l’egida del Consiglio d’Europa - : la guerra non deve far parte dell’infanzia di nessun bambino. In nessun luogo».

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