Un patto tra le fedi per algoritmi “umani”
Leader religiosi, accademici, istituzioni e aziende tecnologiche riuniti a Parigi per un'alleanza che definisca le basi etiche dello sviluppo dell'IA e salvaguardi la dignità della persona

Salvaguardare la nostra umanità. Questo è l’imperativo che risuona sempre più di frequente quando si parla di Intelligenza artificiale. Ed è proprio questo il messaggio emerso forte e chiaro dall’incontro organizzato dall'Interfaith Alliance for Safer Communities, lo scorso 26 giugno a Parigi, che ha riunito leader religiosi, accademici, istituzioni e aziende come Anthropic, OpenAI e Google. L’obiettivo è ambizioso e inedito nella formula: stringere un patto vincolante e non solo di intenti tra i diversi attori in gioco, che coinvolga in primo luogo le varie fedi, per definire le basi etiche dello sviluppo dell’Intelligenza artificiale. Quando si parla di materiale umano, di comunità, di conservare valori, radici, identità e tutelare soprattutto i più esposti alla pervasività del digitale, in primo luogo i bambini, nessuno può tirarsi indietro. Si tratta di ripensare dalle fondamenta un’intera civiltà, quella stessa civiltà occidentale che sul primato della libertà e dei diritti ha costruito la sua stessa ragion d’essere. È ormai evidente che questa governance rende necessario un impegno costante e un certo deciso pragmatismo, ma prima di tutto una visione etica e culturale di lungo respiro.
Ogni rivoluzione tecnologica è in ultima analisi misurata non solo da ciò che inventa, ma da come la società si evolve insieme ad essa e dall’impatto che questa trasformazione ha sulla partecipazione dei cittadini alla vita democratica. Disinformazione, deepfake, manipolazione dell’opinione pubblica, algoritmi che alimentano polarizzazione e conflitto, dipendenza digitale soprattutto tra i giovani. Queste sono le conseguenze di un uso non regolato e consapevole della tecnologia digitale. Ma se leggi e regolamentazioni, come quelle votate dall’Unione Europea, aiutano a costruire un quadro normativo chiaro, è altrettanto evidente che non sono sufficienti da sole a tutelare la libertà dei cittadini. La tutela della libertà e della partecipazione democratica richiede in primo luogo persone capaci di giudizio critico, non semplici consumatori di contenuti prodotti dagli algoritmi.
Papa Leone, nell’enciclica Magnifica humanitas , ha centrato il punto: la vera questione non riguarda tanto la tecnologia in sé ma si tratta, piuttosto, di affrontare la “questione antropologica” che emerge dalla rivoluzione digitale e definire quale idea di uomo guiderà lo sviluppo dell’intelligenza artificiale stessa. È evidente che da una prospettiva religiosa, inclusa quella buddhista, l’essere umano possiede una dignità che non dipende solo dal progresso tecnologico, né dalla produttività o dall’efficienza. Tantomeno risponde a logiche di concentrazione del potere né si fonda sull’illusione dell’autosufficienza. Benché possa apparire come un paradosso, immaginare una società nella quale tecnologia e sviluppo siano orientati al bene comune è possibile proprio perché la tecnologia non è mai neutrale. Ogni sistema tecnologico riflette gli interessi, i valori di chi lo progetta, lo finanzia, lo regola e lo utilizza. Ecco perché serve un patto che richiami a una responsabilità politica, etica e giuridica, non concentrato soltanto sulla prospettiva dell’innovazione. Occorre un accordo tra i “guardiani” della preziosità della dimensione spirituale umana, tra coloro che operano nel territorio, nelle comunità, nelle organizzazioni. È urgente ritrovare uno spazio dove pensare, progettare, agire per promuovere una cultura della consapevolezza e della cura. I leader religiosi devono essere al centro del dibattito sullo sviluppo morale ed etico di queste potenti tecnologie per sviluppare un diverso paradigma narrativo, culturale e morale e un linguaggio alternativo rispetto allo sterile dibattito polarizzante. Moralità, comunità, patto di responsabilità e consapevolezza, corretta conoscenza e un nuovo linguaggio sono tutti elementi di questo patto di “fraternità”. Il filosofo inglese Roger Scruton parlava spesso di Oikofilia, di amore per ciò che ci è prossimo. E quale bene comune può essere più prossimo di un’idea fraterna di etica che conservi ciò che ci rende ancora umani?
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