Legge elettorale, intesa sui fuori sede. Ma sulle preferenze restano le distanze
La maggioranza presenta un emendamento che consente a chi si trova fuori dal Comune di residenza di votare per politiche, europee e referendum.
Necessario presentare una richiesta
entro 30 giorni
dal trasferimento. Dopo la timida apertura di Salvini, il leghista Molinari frena: «Per noi meglio i collegi uninominali». Lupi (Nm): troveremo una sintesi E nel Pd Silvia Costa e Monica Canalis chiedono a Schlein di impegnarsi per il diritto di scegliere

L’ input è arrivato dai movimenti giovanili dei tre grandi partiti del centrodestra. Ma è chiaro che la mossa della maggioranza sul voto ai fuori sede risponde a logiche precise. Ci sono almeno due buone ragioni che spiegano l’accelerazione. La prima, più immediata, è il tentativo di allontanare l’attenzione dalla frattura sulle preferenze e dare un’immagine di compattezza su un tema così decisivo come la legge elettorale. La seconda è la possibilità di annullare uno degli argomenti più battuti dagli avversari.
Il testo dell’emendamento porta la firma di Fabio Roscani, presidente di Gioventù nazionale, oltre che del leghista Luca Toccalini, del forzista Simone Leoni e di Maria Chiara Fazio di Noi Moderati. Un solo articolo, diviso in sette commi, che prevede l’accesso ai seggi dei comuni in cui si risiede per motivi di studio, lavoro o cura. La richiesta va fatta entro 30 giorni dal trasferimento o comunque entro il 31 dicembre di ciascun anno. Ma è necessario che il nuovo domicilio venga eletto per almeno nove mesi. L’amministrazione comunale provvederà a inserire l’elettore in un elenco dedicato. L’opzione è prevista per elezioni politiche, europee e referendum. La domanda di iscrizione nell'elenco degli elettori fuori sede «deve essere presentata personalmente o mediante l'utilizzo di strumenti telematici al Comune di temporaneo domicilio», come si legge nel comma 3, e andrà allegata la copia di un documento di riconoscimento.
Fin qui la posizione di sintesi, che trova il plauso di tutta la maggioranza e quello di Azione di Carlo Calenda. Ma il nodo preferenze resta, eccome. Non a caso quella che era sembrata un’apertura di Matteo Salvini, giovedì, è stata subito corretta dal capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari: «Si è arrivati ad un testo di compromesso, dove la Lega ha già fatto delle rinunce, perché per noi il sistema migliore era quello con i collegi uninominali», quindi «penso che andare a ricambiare un testo su un tema così sensibile come quello delle preferenze sia molto complicato». Forza Italia non torna sul tema, ma non c’è bisogno, visto che già dopo il fallimento dell’ultimo vertice dei tecnici di coalizione era stata molto meno disponibile della Lega. Maurizio Lupi di Noi Moderati, invece, unico altro partito di maggioranza a voler introdurre la possibilità di scelta dei candidati, conserva l’ottimismo ostentato lungo tutta la fase di trattativa. Spiega che la legge elettorale non salterà sulle preferenze, che la coalizione saprà «trovare una sintesi». Ma se anche così non fosse sia Noi moderati sia FdI, lascia intendere, tenteranno comunque la via dell’Aula, magari sperando in un appoggio inaspettato: «Vogliamo che si arrivi ad una posizione comune», ma «è giusto che decida il Parlamento e quindi la settimana prossima vedremo il risultato».
FdI, con Giovanni Donzelli, altro sherpa delle negoziazioni interne, si pone sulla stessa linea: «Ricordo che il centrodestra fino a oggi non si è mai diviso in nessuna votazione che c'è stata alla Camera o al Senato e non ho motivo di credere che finirà diversamente questa volta». La verità salta comunque fuori da un big della maggioranza, che sa bene quanto lo stallo domini ancora le trattative e se lo lascia sfuggire: «Oggi ci siamo ricompattati sui fuori sede, fondamentale bacino di voti, ma sulla riforma continua il gioco delle tre carte...».
Non che le cose vadano meglio sul fronte opposto. Il colpo sui fuori sede va a segno. E nessuno trova il modo di commentarlo per gran parte della giornata. Dopo un lungo silenzio Riccardo Magi di Più Europa rompe però gli indugi e annuncia l’intenzione di appoggiare la proposta di modifica. Seguono le dichiarazioni di Filiberto Zaratti, che invece chiede alla maggioranza di confrontarsi: «La nostra proposta è migliore». Nulla dal Pd.
Nel frattempo prosegue la querelle interna alle donne del centrosinistra dopo l’appello bipartisan contro le preferenze presentato da alcune parlamentari. L'ex europarlamentare Silvia Costa, esponente della direzione nazionale Pd, e la consigliera regionale piemontese dem Monica Canalis hanno consegnato alla segretaria Elly Schlein un “contro appello”, che va nella direzione contraria e chiede alla leader dem di dire «finalmente una parola chiara a favore delle preferenze».
Tornando ai fuori sede, da segnalare anche la «soddisfazione» di The Good Lobby, da tempo impegnata sul punto. Yari Russo, campaigner dell’organizzazione e rappresentante della Rete Voto FuoriSede, parla di un «segnale importante», che promette di «dare voce a 5 milioni di persone».

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