Robert Powell: «50 anni dopo il mio Gesù resta il volto che tutti hanno immaginato»

L'attore 82enne, ospite dell’Italian Global Series Festival, festeggia
i 50 anni del "Gesù di Nazareth" di Zeffirelli: «Con lui decidemmo che non avrei fatto attore, bastava la presenza»
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July 7, 2026
Robert Powell: «50 anni dopo il mio Gesù resta il volto che tutti hanno immaginato»
Robert Powell in "Gesù di Nazareth" di Franco Zeffirelli / RaiPlay
Cinquant’anni fa è diventato il volto di Cristo per milioni di persone. Era la primavera del 1977 quando l’attore britannico Robert Powell, scelto da Franco Zeffirelli per interpretare Gesù di Nazareth, miniserie in cinque puntate in onda su Rai 1 dal 27 marzo al 24 aprile, conquistò prima il cuore del pubblico italiano e poi quello di tutto il mondo trasformandosi in una vera e propria star e ispirando da allora l’arte devozionale. Già nel settembre del 1976 però la Rai trasmise il documentario sulla realizzazione della serie, Diario di un film: Gesù di Nazareth, con interviste e riprese dai vari set. Furono necessari due anni di lavorazione, otto mesi di riprese, 220 attori e un migliaio di comparse per portare a termine uno dei primi kolossal della tv italiana e una delle prime trasmissioni a colori della Rai. Ben 700 milioni gli spettatori a livello globale durante la prima messa in onda, con repliche che negli anni hanno continuato a registrare ascolti altissimi. Lo stesso papa Paolo VI ne raccomandò la visione ai fedeli durante l’Angelus, dicendo: «Stasera vedrete un esempio del buon uso che si può fare dei nuovi mezzi di comunicazione che Dio offre all’uomo».
A celebrare i 50 anni dell’opera di Zeffirelli, arrivata dopo Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini e a pochi anni dal musical Jesus Christ Superstar e da Il Messia di Roberto Rossellini ci ha pensato la seconda edizione dell’Italian Global Series Festival, diretto da Marco Spagnoli, ideato e prodotto da APA (Associazione Produttori Audiovisivi) e in cartellone dal 3 al 10 luglio a Rimini e Riccione, trasformate in un palcoscenico dell’eccellenza televisiva italiana e internazionale.
Per festeggiare il cinquantenario è arrivato a Rimini proprio Robert Powell, oggi 82enne, che ha ricevuto il Maximo Excellence Award e che, in un incontro con il pubblico al cinema Fulgor – al quale ha partecipato anche il regista Giulio Base, che sulla figura di Gesù ha realizzato tre film –, è tornato indietro nella memoria a quando, 30enne e già affermato attore teatrale, snobbato da Zeffirelli per Fratello Sole Sorella Luna e Romeo e Giulietta, divenne il Gesù che il regista fiorentino stava cercando e che il pubblico si aspettava. Al suo fianco un cast stellare composto da Anne Bancroft, Ernest Borgnine, Laurence Olivier, Anthony Quinn, Rod Steiger, Peter Ustinov, Ian Bannen, Valentina Cortese, Ian Holm, Earl Jones, James Mason, Ralp Richardson.
«Il successo della serie – ha detto Powell – sta nella capacità di avere raccontato la storia di Gesù nella maniera più semplice possibile, così che tutti potessero riconoscere lui e se stessi. Ognuno ama il proprio Gesù e il rischio era che il mio Gesù non fosse il loro. Ho deciso allora di diventare come una tela bianca su cui ognuno potesse dipingere Cristo. Durante le ultime fasi della preparazione una sarta, vedendomi per la prima volta nei panni di Gesù, scoppiò in lacrime, cadde in ginocchio, si fece il segno della croce esclamando: “Signore!”. Nelle migliaia e migliaia di lettere che abbiamo ricevuto dopo la messa in onda gli spettatori dicevano che ero esattamente il Cristo che avevano immaginato. Qualche anno dopo, negli anni ’80, ero in Venezuela per girare un film e la domenica di Pasqua tutta la troupe andò a Messa, mentre io preferii restare in albergo per riposare. Quando tornarono mi dissero che dietro l’altare della Chiesa c’era una mia gigantografia».
Continua l’attore: «Nel 1974, cominciando a cercare chi potesse interpretare Gesù, Zeffirelli prese in considerazione i più grandi attori dell’epoca che avevano più o meno l’età giusta, come Robert Ne Niro, Al Pacino e Dustin Hoffman. Tutti meravigliosi, ma talmente bravi che avrebbero necessariamente fatto sé stessi o rimandato ad altri ruoli non in linea con la figura di Gesù. Quando venne fuori il mio nome rifiutai di incontrare Zeffirelli, che negli anni precedenti mi aveva umiliato liquidandomi sbrigativamente per altri ruoli. All’epoca stavo lavorando con la Royal Shakespeare Opera e risposi che se Zeffirelli voleva, poteva venire a vedermi a teatro. Quando mi fu chiesto un vero provino però accettai: recitai il Discorso della Montagna e la scena dell’Ultima Cena con parrucca bionda e barba finta, fingendo di parlare di fronte a duemila persone. Non mi sembrava sinceramente che il provino fosse andato bene, ma tre settimane dopo fui richiamato per una nuova audizione: Zeffirelli aveva deciso che ero l’attore giusto, io invece pensavo che interpretare Gesù fosse impossibile. Parlando con Franco però alla fine abbiamo trovato l’idea giusta: non avrei imposto nulla della mia personalità, non avrei avuto un atteggiamento intellettuale, non avrei fatto l’attore, quindi. Ci sarebbe stata solo la mia presenza, la mia voce, il trucco e la migliore regia che abbia mai visto, con quella ossessione per i dettagli che aveva Zeffirelli. Le tonnellate di lettere che abbiamo poi ricevuto ci ha detto che in realtà è stato il pubblico a fare tutto il lavoro».
La leggenda dice che Zeffirelli, divenuto poi il padrino dei due figli di Powell, pensava inizialmente all’attore per il ruolo di Giuda, ma cambiò idea. «Se Giuda ha questi occhi – pare abbia detto il regista – che occhi dovrebbe avere Gesù?». Quegli occhi blu che mozzavano il fiato e che Powell raramente sbatteva, perché così voleva Zeffirelli.
Girata tra Tunisia e Marocco, la serie, arrivata anche al cinema, scritta da Anthony Burgess, Suso Cecchi D’Amico, Masolino D’Amico, David Butler e dallo stesso Zeffirelli, era stata inizialmente pensata per Ingmar Bergman e si avvalse della consulenza di monsignor Pietro Rossano (già Rettore della Pontificia Università Lateranense), il pastore anglicano Richard Gilbert, il rabbino Albert Friedlander e Mohammed ben Bourboue della scuola coranica di Meknes.
«Quando mi chiedono se sono credente, non posso dire di non esserlo», conclude Powell. «Sul set ero un attore che interpretava un personaggio, ma per due volte ho sentito dentro qualcosa di speciale, come un “aiuto” che arrivava dall’esterno. Qualcosa che hanno sentito anche gli altri intorno a me, ammutoliti e in lacrime».

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