Alemanno e il mondo al contrario. Ora
faccia sentire la sua voce

L’uscita dal carcere e la politica chiamata a misurarsi con una riforma sempre più necessaria
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July 7, 2026
Alemanno e il mondo al contrario. Ora
faccia sentire la sua voce
Gianni Alemanno / Ansa
Fa tutto un po’ strano in questa storia di Alemanno, che esce di galera. Il 15 maggio 2025, al convegno “Per un gesto di clemenza” indetto dalla mia cooperativa La Valle di Ezechiele, Ignazio La Russa entrò con passo militare nella Sala Zuccari, si mise su una sedia in prima fila, tirò fuori carta e penna cominciò a scrivere. Non prendeva appunti: scriveva una lettera al suo amico Gianni Alemanno. «Se lo conosco bene, farà il partito dei carcerati”, disse il presidente del Senato.
Effettivamente, tutti coloro che si battono per i diritti delle persone detenute hanno esultato per avere inaspettatamente tra le proprie fila un intrepido assertore della sicurezza e della certezza della pena. Intesa come carcere, chiavi e quant’altro. I suoi Diari di cella sono diventati un libro, di cui gli amici di “Nessuno Tocchi Caino” hanno organizzato fior fior di presentazioni: parliamo degli eredi di Pannella: non proprio la sua parte politica. Un podcast, dall’allusivo titolo “Il sindaco di Rebibbia”, con la voce di Luca Bizzarri. Sembrava che… sembrava.
Poi l’uscita da Rebibbia. I primi frame dei video descrivono qualcosa di molto comune. Uno che esce con le borse in mano. Quasi come ogni galeotto “liberante”. Certo, non erano le borse da supermercato con il nome a pennarello scritto sopra. Ma fin lì… E poi il bagno di folla, l’acclamazione quasi una star, le televisioni, le radio, l’assieparsi dei microfoni, il gettarsi nelle braccia di chi ha letteralmente dichiarato – mentre lo assoldava nel suo battaglione -: «Chi ha sbagliato deve marcire in galera»; il suo – di Alemanno – goffo tentativo di riparare alla maldestra e intempestiva uscita del generale. Ma soprattutto, quando alla S. Messa in carcere a Busto Arsizio, la domenica dopo, ho detto ai miei: «Ma vi sembra normale che uno esce di galera e la prima sera, anziché stare con la sua famiglia, se ne va a cena con Vannacci?»: non vi dico i commenti. Davvero: il mondo al contrario.
Ora, non sappiamo se il Sindaco di Rebibbia incarnerà il ruolo di araldo dei diritti delle persone detenute o se, semplicemente, cercherà quantomeno di dare una mano a quanti hanno condiviso la cella con lui. Se farà il “partito dei carcerati” che, a suo dire, si dichiarano di destra (e non ha fatto una gran pubblicità alla “destra”), oppure no. Certo sappiamo, come ha autorevolmente scritto monsignor Delpini, arcivescovo di Milano, nella prefazione a Fuorilegge , scritto dall’ex cappellano di San Vittore, Roberto Mozzi, che «il carcere è dunque un gemito, una discarica del dolore assurdo». E più ancora, riesumando un vocabolo che andava di moda qualche decennio fa, dice che «in realtà si deve constatare che il sistema è un fallimento». Si usa la parola “sistema” quando non si sa a chi dare la colpa di ciò che non va. O si sa, ma sono “i massimi sistemi”, “i piani alti”, “la camera dei bottoni”, “l’establishment”: là dove si decide. O dove si decide di non decidere.
Oggi, martedì 7 luglio, alle 18.30 verrà presentato Fuorilegge alla Fondazione Ambrosianeum, a Milano. Una lettura che chi opera in galera sente scorrere agile. O forse no. Perché siamo un po’ troppo cinicamente abituati al pensiero che uno per poter fare una prima telefonata a casa possa metterci un mese. O anche più. Ma non è mica una cosa normale. Siamo troppo abituati al pensiero che il lavoro in carcere sia un premio, dipendente dalla propria condotta anche extra lavorativa. Ma forse così normale non è. Siamo tutti abituati alla presenza di persone i cui bisogni di cura sono così evidenti, che ci fanno esclamare, ogni maledetta volta: «Ma tu che ci fai qui?». Non è mica normale. E anche tra gli operatori ai più alti livelli dell’Amministrazione spesso si insinua un senso di impotenza verso un’entità indefinita, con cui sembra impossibile lottare. Il sistema.
Possiamo guardare a Gianni Alemanno come a un “antisistema”, armato di anni tra i palazzi del potere e le patrie galere? Luca Bizzarri ha qualche dubbio. Forse non serve neanche diventare un “anti”. Servirebbe avere il coraggio politico, nel senso più nobile di questa parola, di fare ciò che serve. Il garante dei diritti dei detenuti, Turrini Vita, ha pronunciato l’oracolo: serve un indulto. Per carità: non basterebbe solo quello. Ma almeno proviamo a metterci in regola noi, prima di mettere in regola gli altri. Non continuiamo a scardinare le persone in galera oltre ogni limite e ogni ragionevolezza. E visto che Alemanno ha dichiarato pubblicamente di aver votato sì all’ultimo indulto del 2006, ci attendiamo davvero faccia sentire la sua voce “colà dove si puote”.
Cappellano del carcere di Busto Arsizio

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