Riarmo, costi e scelte per l’Italia. La trasparenza che ora serve

Il vertice Nato riporta al centro gli impegni assunti dal governo e le conseguenze per famiglie, industria, conti pubblici e ruolo del Paese negli scenari di difesa
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July 7, 2026
Riarmo, costi e scelte per l’Italia. La trasparenza che ora serve
Cartelloni della Nato vicino alla Moschea Millet, ad Ankara. Il summit dell'Alleanza Atlantica si svolge al Beştepe Presidential Compound, il complesso presidenziale della Repubblica di Turchia /Ansa
La corsa al riarmo che va in scena ad Ankara in questi giorni, con l’attesissimo vertice della Nato, ha anche un risvolto nazionale. All’Italia serve un’operazione trasparenza, è inutile negarlo. Occorre sapere come il nostro governo intenda dare concretezza agli impegni presi in materia di riarmo. Impegni stringenti in sede internazionale, cui ha fatto seguito anche una strategia nazionale finora passata sotto silenzio. Se qualcosa è cambiato, però, è giusto saperlo.
All’Italia non viene più chiesto soltanto di condividere gli oneri della sicurezza mettendo risorse, ma anche di accelerare sulla capacità di produzione di strumenti militari e sulla prontezza di reazione. Di cosa si tratta? Si tratta di uno scenario che prevede per noi e per gli altri Stati un nuovo ruolo, attivo e operativo, negli scenari di difesa internazionale e che ha già portato a una svolta evidente negli assetti di alcuni Paesi membri dell’Alleanza, a partire dalla Germania e dai Paesi baltici. L’offensiva russa in Ucraina ha profondamente modificato in questi anni la strategia dei governi più esposti, tanto da produrre una riconversione industriale ed economica impensabile fino a un decennio fa. Colossi come Volkswagen e Rheinmetall stanno ridefinendo il volto delle loro fabbriche puntando sulla costruzione di veicoli militari, mentre la Polonia ha scommesso su un netto rafforzamento dei reparti militari. Pesa il braccio di ferro tra la vicina Ucraina e il Cremlino: da un lato Kiev si è dimostrata capace in questi anni non solo di resistere, ma anche di contrattaccare, diventando un punto di riferimento avanzato per la produzione di droni, tecnologie e sistemi missilistici. Dall’altro, il macabro pantano in cui si è infilato Vladimir Putin aggredendo l’ex Repubblica sovietica non è più inquadrabile nella definizione di «operazione militare speciale» come si affrettò a dire lo stesso presidente all’inizio delle ostilità, ma è ormai a tutti gli effetti «una guerra» come ha riconosciuto il suo portavoce Dmitri Peskov.
Ecco la cornice in cui si svolge il summit turco: è la cornice della guerra inevitabile, che porta altra guerra e trasforma tutto in opzione bellica. Sennonché nel nostro Paese le conseguenze di questa riorganizzazione all’insegna del “warfare State” sono sempre state smentite con decisione: nessuna modifica in chiave militare, nessun cambiamento, solo un adeguamento ai vincoli imposti da Nato e Ue. È ancora valido questo discorso o dietro alla retorica si stanno profilando scelte di altro tipo? Cosa vuol dire, ad esempio, sostenere che le spese per la difesa sono «il prezzo della libertà», come ha detto recentemente la presidente del Consiglio? Forse si intende che le democrazie occidentali, compresa la nostra, sono sotto schiaffo e che esistono minacce reali alla nostra sovranità. Così si giustificherebbero investimenti in cybersicurezza, in prevenzione di attacchi terroristici, in difesa delle infrastrutture critiche.
Finora si è rimasti sul terreno delle schermaglie, con una triangolazione tra presidenza del Consiglio, ministero della Difesa e dicastero dell’Economia che non ha contribuito a chiarire la situazione, anzi. Sul piatto ci sono decine di miliardi di risorse da mettere nei prossimi anni, che inevitabilmente (nonostante le rassicurazioni di rito) andrebbero sottratte ad altre voci di spesa, più urgenti per il cittadino, dalla sanità all’economia, fino alla scuola. Al netto delle deroghe sul Patto di Stabilità che verranno verosimilmente concesse dall’Europa, è necessario capire che impatto ci sarà sulle nostre scelte di politica industriale e sui bilanci delle famiglie. L’ambiguità strategica mostrata su questo tema ha una ragione, ovviamente: l’opinione pubblica italiana è fortemente contraria al riarmo e a scenari che vedano l’Italia coinvolta in operazioni belliche. Si è capito poco rispetto alle controverse parole del presidente della Nato, Mark Rutte, relative all’uso delle basi logistiche militari del nostro Paese da parte degli Stati Uniti, durante la guerra in Iran. C’è stato o no un coinvolgimento? E di che tipo? Nel frattempo, la campagna “Un’altra difesa è possibile”, proposta dalla Rete italiana pace e disarmo insieme alla Conferenza nazionale enti del servizio civile e Sbilanciamoci! ha raccolto migliaia di firme in pochi giorni per la proposta di legge di iniziativa popolare che chiede l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile non armata e non violenta.
Sullo sfondo c’è anche la riforma dello strumento militare, presentata attraverso due disegni di legge dal governo lo scorso mese di giugno, che porterà a un aumento delle unità operative tra forze armate, sanità militare e carabinieri. Anche questo è un aspetto su cui è necessario almeno aprire un confronto pubblico, per capire quale direzione sta prendendo il Paese.

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