I Mondiali "Maga" di Infantino: yesman di Trump, "grazia" l'attaccante Usa dalla squalifica

Si grida allo scandalo dopo il rovesciamento del verdetto nei confronti di Folarin Balogun, che sarà in campo contro il Belgio. L'intervento diretto di Trump sul numero 1 della Fifa, che obbedisce
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July 6, 2026
I Mondiali "Maga" di Infantino: yesman di Trump, "grazia" l'attaccante Usa dalla squalifica
Gianni Infantino con Donald / REUTERS/Evelyn Hockstein/File Photo
Ai mega Mondiali, anzi ai “Maga Mondiali” trumpiani, ne stiamo vedendo di tutti i colori. E alla succursale della Casa Bianca, la Fifa del presidente Gianni Infantino, non bastava l’abuso dell’IA e l’introduzione del chip che orienta il pallone fuori e dentro il campo di gioco. No, adesso ha deciso di sovvertire anche le regole secolari in merito alle squalifiche dei calciatori. «Fuori la politica dal calcio!» è il monito di tutti i grandi mecenati Fifa quando si incontrano nei loro convegni internazionali, ma poi basta una telefonata di “Super Trump” per trasformare un cartellino rosso in un semaforo verde e graziare l’attaccante degli Stati Uniti Folarin Balogun. Il suo ct, l’argentino Mauricio Pochettino, era molto contrito per quella espulsione che il suo millennial colored aveva rimediato nella sfida vinta contro la Bosnia-Erzegovina, e da uomo di calcio di lungo corso si preparava al match degli ottavi di finale contro il Belgio a fare a meno di Balogun.
Ma il telefono caldo della Sala Ovale ha squillato una sola volta al cellulare di Infantino e tanto è bastato per chiedere e ottenere la sospensione immediata della squalifica. «Yes we can!», la risposta rapida del n.1 della Fifa che tempo fa aveva premiato il suo best friend Donald con il “Premio Fifa per la Pace”, ottenendo in cambio quel simpatico cappellino Maga con su scritto “Make America Great Again”. Un cimelio che il prode Gianni ha indossato pubblicamente con orgoglio ma senza troppa dignità. Tornando alla cancellazione della squalifica di Balogun, la domanda di tutto il mondo ora è: ma il regolamento Fifa lo permette? Fatta la legge trovato l’inganno: l’azzeccagarbugli dell’Onu del football ha fatto valere l’articolo 27 del Codice disciplinare, quello che permette di trasformare la squalifica da espulsione in una sorta di “condizionale”, per cui Balogun è abile e arruolato per Usa-Belgio, libero di giocare e per la gioia di Trump anche di segnare.
Il Belgio ovviamente si indigna e grida allo scandalo. Ad avvalorare il “RedCardGate” questa volta non c’è il Washington Post che indaga, ma l’altrettanto autorevole New York Times che conferma: il Maga President ha telefonato al suo vassallo Infantino e gli ha chiesto di intervenire a gamba tesa sul regolamento che vale per tutto il pianeta football tranne che per gli Usa, terra di soccer in effetti.
L’Abodi del Belgio, il ministro dello Sport della Federazione Vallonia-Bruxelles, Jacqueline Galant, invoca la lesa maestà del fair play, mentre tutte le forze politiche del governo belga, socialisti in primis, invocano l’intervento della Corte Europea. Ma noi sappiamo che la giustizia sportiva oltre che sommaria ha tempi rapidissimi e domani (alle 2 di notte italiane) Stati Uniti e Belgio già incrociano i loro destini in un ottavo senza appello, partita da dentro o fuori. Perciò, il “caso Balogun” sta per essere archiviato altrettanto velocemente alla voce “scandalo ai Mondiali” e a questo punto solo il verdetto del campo può ribaltare quella che è la più grave delle ingiustizie a cui noi italiani (miseri spettatori del Mondiale 2026) abbiamo assistito dai tempi dell’arbitro Moreno, il direttore di gara ecuadoregno che con il suo arbitraggio altrettanto scandaloso e parziale in favore della Corea del Sud, fece buttare fuori la Nazionale di Trapattoni dai Mondiali del 2002. Il signor Moreno a distanza di anni è stato arrestato e condannato per corruzione. Sul signor Infantino i fascicoli di inchiesta, dal 2020 a oggi, si affastellano sulle scrivanie dei vari tribunali, ma in quanto uomo Maga continua a farla franca e a rimanere un intoccabile, uno dei tanti uomini del Presidente. 

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