Il vescovo del Tigrai: «L'assedio dopo il genocidio. I cattolici ora sono a rischio»

di Paolo Lambruschi, inviato ad Adigrat (Etiopia)
Tesfaselassie Medhin è eparca di Adrigat, nel nord dell’Etiopia. Quattro anni dopo la fine della guerra civile, la tensione è di nuovo alta. «Niente di quello che fu promesso con gli accordi di pace di Pretoria è stato realizzato»
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July 6, 2026
Il vescovo del Tigrai: «L'assedio dopo il genocidio. I cattolici ora sono a rischio»
Donne sfollate nei terreni agricoli adiacenti al capo profughi di Adigrat
Le coscrizioni forzate di giovani tigrini, anche minorenni, che l'amministrazione starebbe effettuando per le strade delle città per rimpinguare le forze di difesa regionale sono l'ultimo segnale di una tensione alle stelle in Tigrai, nel nord Etiopia. A tre anni e mezzo dall'accordo di pace siglato a Pretoria, sotto l'egida dell'Unione Africana dal governo federale e da quello regionale, mai rispettato, la situazione sta precipitando. Le alleanze rispetto al conflitto del 2020-2022 si sono ribaltate. Il dittatore eritreo Isayas Afewerki, all'epoca alleato di Abiy contro gli allora comuni nemici del Tplf, partito guida del Tigrai, si è sempre opposto agli accordi di Pretoria e oggi è schierato con l'ala militare del Tplf che ha ripreso a imporsi nella regione. Un’alleanza dettata anche dalla resistenza alle mire di Abiy, premier etiope, sul porto eritreo di Assab per ottenere l'agognato sbocco sul Mar Rosso. Anche le forze regionali di Amhara, che occuparono e tuttora occupano il Western Tigrai, sono oggi in guerra con Addis Abeba e non riconoscono gli accordi di Pretoria. L'ex leader del Tplf Getachew Reda, che firmò gli accordi di pace e guidò l'amministrazione ad interim tigrina fino allo scorso anno, ha fondato un partito contrario alla guerra e ha dovuto lasciare Macallè per trasferirsi ad Addis Abeba dove ha avuto l'incarico di rappresentante del governo per il Corno d'Africa. Gli Stati Uniti stanno prendendo posizioni contraddittorie. Da una parte si sono schierati contro il Tplf annunciando sanzioni e restrizioni nei visti a chi minaccia la pace in Etiopia, dall'altra stanno corteggiando l'Eritrea, considerata importante per controllare il Mar Rosso. Abiy da mesi ha chiuso i rifornimenti bloccando il carburante, l'invio di aiuti umanitari e i salari dei dipendenti pubblici e ha escluso il Tigrai dalle recenti elezioni politiche vinte dal suo partito della Prosperità con il 90% delle preferenze. Gli analisti fanno notare che il governo centrale e quello locale stanno ripetendo le stesse azioni che portarono, a novembre, alla guerra cruenta che ha messo in ginocchio la regione etiope e che la maggioranza dei tigrini non vuole di nuovo. 
L'atmosfera ad Adigrat è tesa e incerta. L’Eritrea che ha devastato il Tigrai due anni fa, alleata all’esercito federale, oggi è schierata con i leader tigrini nemici di ieri contro il premier etiope Abiy Ahmed. E ogni giorno potrebbe vedere il ritorno della guerra nella regione settentrionale etiope, ancora una volta, sotto assedio e strangolata. A due ore di auto dal capoluogo Macallè c’è Adigrat, il “paese tra i campi” in tigrino, distesa a 2.400 metri su un altopiano circondato dalle ambe. Qui abbiamo incontrato il coraggioso eparca cattolico del Tigrai, Tesfaselassie Medhin, voce dei senza voce durante la sanguinosissima guerra civile del biennio 2020-2022. Nel novembre 2021 denunciò «la guerra genocida» che si stava consumando nella regione autonoma settentrionale oscurata da un blackout comunicativo ed energetico. Nato 73 anni fa ad Alitena, la città dove San Giustino de Jacobis, “apostolo dell’Etiopia”, prima della colonizzazione italiana, iniziò la sua opera missionaria adottando rito e lingua liturgica locale (il Ge'ez) proseguendola ad Adigrat, oggi l’unico vescovo cattolico del Tigrai – una regione vasta quanto il Nordovest italiano – resta voce di chi non ha voce.
 Tesfaselassie Medhin
 Tesfaselassie Medhin
Che situazione sta vivendo il Tigrai?
Questa è una regione dimenticata. Tutti parlano delle guerre di Gaza e dell’Ucraina, che ci rendono molto tristi, ma è molto grave anche quello che sta accadendo qui. Noi abbiamo subito un genocidio tra il 2020 e il 2022, almeno 135 mila donne hanno subito sistematiche violenze di genere, ci sono quasi un milione tra sfollati interni e contadini che vivono in povertà estrema, affamati, assetati, ammalati senza assistenza, e dipendono dal poco aiuto che gli possono offrire le Ong e le organizzazioni della Chiesa cattolica come il Catholic relief service degli Usa e le diverse Caritas. La guerra civile si è fermata nel novembre 2022 grazie agli accordi di pace di Pretoria, ma da oltre tre anni niente di quello che è stato promesso è stato realizzato.
Ad esempio?
Tutte le forze che occupano il Tigrai dovevano andarsene per tornare ai confini regionali del 2019. E così le persone sfollate avrebbero potuto tornare a casa. Poi, le forze di difesa tigrine dovevano consegnare le armi. Invece dopo 3 anni e mezzo, i militari eritrei e le forze regionali Amhara sono rimaste in Tigrai mentre quelle di difesa tigrine non si sono disarmate. Alla popolazione bloccata nei campi per sfollati ormai da sei anni mancano i medicinali, ma tutti non possiamo curarci, né muoverci liberamente senza correre pericoli. I salari sono stati bloccati da Addis Abeba e gli insegnanti, il personale sanitario e i funzionari pubblici non prendono lo stipendio da mesi, di conseguenza i servizi non funzionano. I rifugiati in Sudan e gli sfollati fuggiti dal Western Tigrai (occupato da Amhara ed eritrei, ndr) non possono rientrare e le scuole non sono operative. Una generazione intera sta crescendo nell’ignoranza. Siamo di nuovo sotto assedio, strangolati. La situazione ci spaventa molto, i rapporti tra Addis Abeba e il governo regionale del Tigrai guidato dal Tplf (storico partito guida tigrino e nazionale fino al 2018, ndr) sono peggiorati molto. Abbiamo 50 scuole cattoliche chiuse nelle aree rurali. Mi arrabbio quando penso a cosa sta succedendo ai nostri bambini, ad esempio nell’area degli Irob, zona di confine con l’Eritrea occupata in parte dall’esercito di Asmara dove c’è la maggioranza delle parrocchie cattoliche. La ferita sanguina profondamente. Siamo a un punto chiave della storia dei cattolici in Tigrai: dopo 180 anni di costruzione della Chiesa, o ci risolleviamo e andiamo avanti o siamo destinati a sparire.
Si sente parlare di coscrizioni forzate dei giovani da parte delle autorità tigrine e molti stanno lasciando la regione. La gente vuole una nuova guerra civile?
No, la gente del Tigrai non la vuole. I giovani se ne vanno perché non c’è famiglia che non abbia perso un parente, io stesso ho avuto 30 parenti massacrati. Sono giochi di potere tra i governi, con gli Usa deboli e l’Ue afona. Il governo centrale ha messo differenti gruppi uno contro l’altro: amhara contro tigrini, tigrini contro eritrei oromo contro amhara. Le tensioni sono fortissime in Tigrai.
Qual è la via della pace?
L’unica soluzione è applicare gli accordi di Pretoria che sono molto chiari. Sono sei anni che il Tigrai è escluso dalla vita politica nazionale e non abbiamo partecipato per ragioni di sicurezza nemmeno alle ultime elezioni del mese scorso. Se il premier Abiy restituisce al Tigrai quello che gli è dovuto può esigere un’alleanza per trovare un accordo negoziale con l’Eritrea e avere uno sbocco al mare. Ma non sta tenendo azioni di riconciliazione e il Tplf sta tessendo nuove alleanze con l’Eritrea nonostante quello che è successo durante la guerra.
Che tributo hanno pagato e stanno pagando le donne tigrine?
Le statistiche di violenze di genere sono terribili, così come le conseguenze fisiche e psichiche. Per noi le storie sono le persone incontrate. Spesso hanno subito stupri collettivi e gravidanze forzate. Nei genitali di molte donne sono stati inseriti oggetti per renderle sterili a vita.
E sono stigmatizzate?
Si. Penso a una madre di tre figli che ho conosciuto, presa per strada da un gruppo di soldati e stuprata. Non è più tornata dalla famiglia, e gira con i suoi tre bambini in condizioni fisiche difficili. Non riesce più a stare seduta e soffre di anemia. L’abbiamo portata in ospedale perché ha bisogno di comprare costose borse di sangue e non riesce a sfamare i figli. La aiutiamo noi per quel che possiamo, è stata abbandonata anche dai suoi dopo essere stata orribilmente violentata.
E i traumi psichici?
Ne soffriamo tutti, siamo tutti sopravvissuti per miracolo a due anni terribili di guerra e questo porta conseguenze pesanti. I livelli di povertà dei bambini più piccoli sono devastanti ed è stato colpito lo spirito creativo e commerciale dei tigrini. Queste tensioni, i pericoli di una nuova guerra, il blocco dei servizi pubblici e la povertà conseguente sono traumatici. Ho intenzione di creare qui il ministero cattolico per la salute mentale introducendo i programmi dell’associazione internazionale che lo ha creato per aiutare a superare con l’ascolto, il counseling e le cure lo stigma e la discriminazione. Chiedo alla Chiesa italiana di starci ancora vicina. Stiamo lottando per sopravvivere.

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