La storia di Alice, la laurea dopo il buio della droga a Rogoredo

Arrivata nel bosco della droga alle porte di Milano a 16 anni, ha da poco conseguito il titolo in Scienze dell'Educazione. A cambiarle la vita, l'incontro con lo psicologo Simone Feder
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July 5, 2026
La storia di Alice, la laurea dopo il buio della droga a Rogoredo
Il bosco della droga di Rogoredo / FOTOGRAMMA
«Ripensare a tutto il percorso è una fatica. Tanti esami li ho sostenuti mentre portavo dentro di me qualcosa di molto pesante. Ci sono stati giorni in cui mi chiedevo se fossi nel posto giusto, se una ragazza come me potesse diventare davvero un’educatrice. Poi ho capito che quelle domande erano sbagliate: sono arrivata qui grazie a ciò che ho vissuto, non malgrado il passato. Molti libri di psicologia o pedagogia li ho letti sapendo sulla mia pelle cosa significassero». Quella di Alice (nome di fantasia, ndr.) è una storia individuale e insieme collettiva, raccontata con voce delicata ma ferma, estranea a sconti o eufemismi. Oggi ha 26 anni, da pochi giorni si è laureata in Scienze dell’educazione. Il suo presente è questo: un titolo di studio, un impegno nel volontariato, un futuro professionale in costruzione. Una decina d’anni fa, sarebbe stato arduo immaginarlo: tra i 16 e i 17 anni entrava nel bosco di Rogoredo, una delle più estese piazze di spaccio d’Europa, e l’esistenza sembrava sfuggirle via senza orizzonti. Invece, da quel buio è uscita. La svolta è iniziata incontrando Simone Feder, psicologo ed educatore della Casa del Giovane di Pavia, da lungo tempo impegnato proprio a Rogoredo; dopo il percorso in comunità, la sua seconda occasione è diventata un cammino di rinascita.
Rogoredo esercita l’attrazione di una calamita che non conosce distinzioni di ceto. Accoglie chi arriva dalla provincia lombarda, come Alice, e chi invece è partito dall’altra parte del mondo. Scava nel profondo, dà risposte suadenti alle fragilità che si celano negli anfratti dell’animo. «Lì non ci sono finita perché cercavo divertimento. Ero curiosa, ma nella vita mi trovavo ovunque fuori luogo; lì, invece, mi sentivo “vista”. L’eroina è arrivata velocemente, ma presto mi sono fermata perché mi ero resa conto di quanto fosse potente. Poi è bastato un attimo per ricaderci, da lì ho iniziato davvero, andando avanti per quattro anni – ricorda la ragazza –. Per caso, un giorno ho incontrato Simone Feder in stazione. Ricordo la sua domanda: “Ma tu cosa centri con questo posto?”. Non mi ha salvato una tecnica o un programma, ma la sua presenza». 
La forza dei legami umani, proprio in quei luoghi dove l’umanità sembra svanire lasciando spazio solo a una precaria quotidianità di dipendenza e marginalità, diventa leva del riscatto. «Non è stato facile – riconosce Alice –. Spesso si racconta la relazione educativa come una cosa bella e positiva, ma è complessa, a volte fa arrabbiare. Non bisogna essere giudicati, ma neanche assecondati». Serve che qualcuno creda in te, persino quando nemmeno tu ci credi più: «È la chiave di tutto – riflette la giovane donna -. Quando hai toccato il fondo, non c’è niente di più difficile che immaginare un avvenire. In quel momento non ci riuscivo: Simone lo ha visto al posto mio, finché ho cominciato a intravederlo anche io».
Un passo alla volta, Alice è rinata. In tasca aveva già un diploma, conseguito nonostante la dipendenza; superata anche quella, è tornata sui libri. «Me lo ha proposto Simone. Allora ho pensato: se studio Scienze dell’educazione, posso far del bene per gli altri, posso essere utile; studiare conta, restituisce uno sguardo sul mondo». Così, esame dopo esame, Alice ha conquistato la laurea: «Forse, il motivo per cui oggi desidero diventare educatrice nasce proprio da questo: perché so cosa significa essere guardati soltanto per le proprie ferite, e so quanto può cambiare la vita incontrare qualcuno capace di vedere anche tutto il resto».

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