I minori in cella hanno desideri "normali": ecco quali sono
Per la prima volta una ricerca interroga
i detenuti degli Ipm sui loro sogni e
le loro aspirazioni. Tutte molto simili a quelle dei coetanei mai entrati in carcere

Non chiede “come stai in carcere?”, né scava nel passato. Piuttosto guarda al futuro - “cosa vuoi fare fuori da qui?” - alle emozioni - “quale è per te il valore più importante?” - e ai sogni dei giovani detenuti. Si chiama “Introspezioni” ed è la prima ricerca in assoluto - promossa dal ministero della Giustizia con Fondazione Lottomatica e Fondazione Francesca Rava, e curata da SWG e Cuntura – che va oltre lo stato del disagio giovanile e le condizioni delle carceri italiane, indagando sui sentimenti più profondi dei ragazzi che scontano un reato negli Ipm (Istituti penali minorili). E che ha un carattere innovativo, sia per la sua portata numerica – coinvolge tutti e 18 gli Ipm italiani con 373 questionari raccolti in 43 giorni di ascolto – sia per il risultato. Che se da un lato è ricco di sfumature, viene toccata l’emotività, dall’altro contraddice l’immaginario pubblico ignaro della “normalità” che caratterizza i desideri delle nuove generazioni dietro le sbarre.
“Ragazzi come tutti gli altri” ma con alle spalle una vita difficile, a volte abbandonati o lasciati in situazioni di povertà o costretti a emigrare. Spinti spesso a delinquere. Che tuttavia – e questo è il primo dato interessante di Introspezioni - mettono la famiglia in cima alla scala dei loro valori, seguita dalla libertà, dalla lealtà e dall’amore. E vogliono un domani migliore, soprattutto “normale”: fatto di amici, legami e un “lavoro pulito”. Non, come forse si è portati erroneamente a pensare, di supremazia, vendetta – anzi molti di loro esprimono il bisogno di “riparare al mal tolto” - o di “soldi facili”. Dalle risposte aperte rivolte al 67% dei giovani detenuti intervistabili, arriva infatti un forte desiderio di sentirsi parte di qualcosa in modo concreto: il 92% ha un progetto una volta uscito dall’Ipm e il settantaquattro si dice determinato a realizzarlo. Per tappe, non fantasie, né scorciatoie: studiare, trovare un mestiere, ricominciare, diventare un punto di riferimento “buono”. Più della metà di loro vuole aiutare “chi ha fatto gli stessi errori”. Vuole dare l’esempio, insomma.
«Una comunanza di valori positivi che non avremmo mai immaginato, che sembra incompatibile con la situazione di disagio e di dolore in cui si trovano questi ragazzi», dice il ministro Carlo Nordio. Ma che non stupisce invece chi negli Ipm passa molto del suo tempo, come Mariavittoria Rava, presidente della Fondazione Francesca Rava (che dal 1954 lavora con le fragilità giovanili): «Dietro agli stereotipi più comuni ci sono giovani che hanno speranze e desideri e principi al pari di altri», racconta. Ecco perché - e questo è il secondo dato di rilievo di Introspezioni – «questo studio è importante: certifica con fonti terze quello che gli operatori sanno da sempre», senza per questo cadere in facili buonismi. Sottolineando anche le contraddizioni. Come una socialità prudente, talvolta diffidente - tre ragazzi su quattro considerano giusto o giustificabile proteggere un amico anche se ha sbagliato, e l’87% dice di voler difendere “ciò che è nostro” – accanto però a una forte domanda morale. Per questi ragazzi stare bene in relazione significa «dire la verità, mantenere le promesse, chiedere scusa, non tradire». Zone grigie che però vanno intercettate – e questa è la finalità ultima della ricerca – per immaginare percorsi educativi più stabili. «E per fornire a tutti», guardie, operatori, comunità di recupero, aziende, «chiavi di lettura per dare a giovani che ne hanno voglia un futuro dignitoso», conclude Rava.
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