Conoscenza, amicizia e identità:
tutto quello che sta dentro un «link»

Dal clic alla curiosità, dalla qualità dei legami che scegliamo a ciò che resiste 
nel tempo: dentro una parola tecnica, i ragazzi scoprono una questione tutta umana
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August 19, 2026
Conoscenza, amicizia e identità:
tutto quello che sta dentro un «link»
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Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del nostro mondo

Link

[/link/], s. ingl., usato in it. al maschile. Connessione con il sapere. Link fa sempre rima con clic, un piccolo gesto che ci permette di avere accesso ad una conoscenza infinita restando seduti sulla nostra sedia. Funziona veramente soltanto se si è davvero curiosi di sapere. Finestra sul mondo: un link può essere una piccola cosa che facciamo e che mostra agli altri chi siamo: gioire per il bel voto di un compagno, chiedere di sedermi accanto al mio amico in classe, scoprire il modo di comunicare con una compagna che parla una lingua diversa dalla mia, condividere un disegno. Connessione dell’amicizia: il link più forte. Quel collegamento speciale che ci unisce ai nostri amici, quello che non si rompe anche se non ci vediamo per tanto tempo. In questa accezione, link non è sinonimo di rapidità, ma indica un legame che resiste nel tempo: il link è l’unità di misura per un’amicizia che può durare tantissimi anni, almeno 2012
Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole O_stili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia
 «Mandami il link.» Oggi con questa richiesta si può accedere quasi a tutto: a un video, un compito, una notizia, una canzone, una posizione sulla mappa, un documento condiviso. Il link corre veloce, passa da uno schermo all’altro, promette l’accesso immediato alla soddisfazione del desiderio e per lo più lo realizza. Proprio per questo colpisce che i ragazzi da subito lo spostino, oltre la tecnica, verso il sapere, verso il modo in cui ci mostriamo agli altri, verso l’amicizia.
La loro prima intuizione riguarda la conoscenza. Link fa rima con clic , scrivono, un piccolo suono conseguenza a sua volta di un piccolo gesto dell’indice che permette l’accesso a una conoscenza infinita. Effettivamente mai nella storia è stato così facile raggiungere informazioni, immagini, dati, spiegazioni, archivi, biblioteche, tutorial, restando seduti sulla propria sedia. Con un clic si entra in un museo, si ascolta una conferenza, si traduce una frase.
Tuttavia, la disponibilità del sapere, da sola, non genera conoscenza: il link acquista valore solamente quando incontra il desiderio di capire. Se il clic apre una porta, per oltrepassarla e scoprire che cosa c’è oltre serve la curiosità. La conoscenza è un atto per cui seguiamo un filo, verifichiamo, colleghiamo, confrontiamo ciò che abbiamo trovato con l’esperienza. Questa osservazione corregge una certa ingenuità adulta sulla tecnologia che spesso si arresta allo stupore della quantità: quanti contenuti, accessi, strumenti! I ragazzi spostano il focus sulla posizione del soggetto che cerca. Chi clicca ha una domanda e vuole davvero sapere? È disposto a stare davanti a ciò che trova? La rete non può decidere al posto nostro che cosa valga la pena cercare. Il link, allora, non è neutro come appare. Ogni collegamento a suo modo orienta, crea un percorso, suggerisce una priorità. Può aprire una ricerca seria o catturare l’attenzione dentro una sequenza infinita di banalità, può allargare il pensiero o chiuderlo in ciò che conferma e consolida le opinioni già possedute. Occorre aiutare i più giovani a riconoscere la qualità dei collegamenti che scelgono perché non tutto ciò che è raggiungibile merita la stessa fiducia, né tutto ciò che è raggiungibile nutre il pensiero.
La loro definizione, però, non si ferma al sapere. A un certo punto il link diviene finestra sul mondo. Gioire per il bel voto di un compagno, chiedere di sedersi accanto a un amico, cercare il modo di comunicare con una compagna che parla un’altra lingua, condividere un disegno, ne sono esempi concreti e quotidiani. In queste scene il link perde la freddezza della tecnologia e acquista il calore della prossimità. Collegarsi significa riconoscere l’altro come qualcuno a cui posso rivolgermi e con cui condividere i pensieri, qualcuno il cui bene può interessarmi. Per i ragazzi, il link rivela chi siamo. Non basta dichiararsi aperti, inclusivi, amichevoli, curiosi. Il collegamento si vede nei gesti. Una versione distopica di questa intuizione compare in Nosedive , uno degli episodi più noti della serie televisiva Black Mirror : Lì ogni interazione viene trasformata in una valutazione e la reputazione complessiva finisce per condizionare possibilità molto concrete della vita, dal lavoro alla casa. È un mondo in cui il collegamento con gli altri rischia di ridursi a reputazione e ogni gesto viene compiuto non tanto per ciò che apporta nella relazione, quanto per il giudizio che può ottenere. I ragazzi, fortunatamente, ci suggeriscono che non è il punteggio ricevuto a dire chi siamo, ma la qualità dei collegamenti che scegliamo di costruire.
La persona, quindi, prende forma anche attraverso i link che crea: con chi decide di parlare, che cosa sceglie di condividere, quale distanza prova ad attraversare, quale gioia dell’altro riesce a non vivere come minaccia. In questo senso il link diventa una piccola prova di identità. Arriva poi il passaggio più bello: la connessione dell’amicizia, il link più forte. I ragazzi parlano di un collegamento speciale che unisce gli amici e non si rompe anche quando non ci si vede per tanto tempo. In un mondo che tende a confondere la connessione con l’amicizia, i ragazzi riconoscono che un legame vero non ha bisogno di essere costantemente notificato per esistere. Ci sono amicizie che reggono senza aggiornamenti continui o messaggi ripetuti. Quando ci si ritrova, il rapporto riprende con naturalezza, come se il tempo trascorso non avesse cancellato la familiarità. È uno dei movimenti profondi di Le otto montagne di Paolo Cognetti. Pietro, ragazzo di città, incontra Bruno durante le estati trascorse a Grana, ai piedi del Monte Rosa. Crescendo prendono strade molto diverse, Bruno rimane legato alla montagna, mentre Pietro diventa quello che parte, viaggia e ritorna. La distanza rende non lineare la loro amicizia: ci sono separazioni, silenzi, vite che procedono altrove. La baita che ricostruiscono insieme a partire dal rudere lasciato dal padre diventa anche una nuova possibilità per un’amicizia che si era interrotta. Cognetti ha definito l’amicizia tra i due «una forma profonda di fiducia e di presenza»: un legame poco fondato sulle parole e molto sulle cose fatte insieme, sul camminare, sul lavorare, sull’esserci. In questo senso, l’altro finisce quasi per diventare un rifugio: qualcuno verso cui il sentiero rimane percorribile anche dopo un lungo silenzio.
È molto vicino a ciò che sembrano dire i ragazzi: il link più forte non è necessariamente quello su cui passa continuamente un messaggio, ma quello per cui il sentiero verso l’altro rimane percorribile anche dopo un lungo silenzio. L’immagine finale è splendida: il link come unità di misura di un’amicizia che può durare tantissimi anni, “almeno 2012”. Che nota comica e tenera insieme! Un adulto per “tantissimi anni” potrebbe pensare a decenni, anniversari, fotografie ingiallite; per loro coincide con un numero enorme e preciso a modo suo, 2012, una durata quasi mitica.
Come adulti non basta che ci preoccupiamo del tempo che i ragazzi passano online, tema che certamente esiste e che va affrontato senza superficialità, dobbiamo anche domandarci che tipo di collegamenti, in senso lato, stanno imparando a costruire. Collegano informazioni fino a trasformarle in sapere? Collegano persone fino a creare rapporti? Collegano momenti della propria storia fino a riconoscere ciò che vale e dura? Una serie televisiva come Scissione porta all’estremo proprio l’esperimento contrario. Alla Lumon alcuni dipendenti sono sottoposti a una procedura che divide chirurgicamente i ricordi della vita lavorativa da quelli della vita personale: ciò che viene vissuto da una parte resta, nelle condizioni ordinarie della separazione, inaccessibile all’altra. La serie prende così alla lettera il sogno di separare perfettamente lavoro e vita privata e lo trasforma in una domanda sull’identità: che cosa rimane di una persona quando le sue esperienze non possono più comunicare tra loro? La partita non si gioca soltanto sul ricordare, ma anche sul poter riconoscere come propria una storia continua di eventi successivi. Visto in questa prospettiva, il link agisce anche dentro di noi: collega esperienze, tempi, relazioni e memorie, e permette al presente di sapere da dove viene. Potremmo arrivare a dire che la qualità della vita dipende anche dalla qualità dei link che impariamo a desiderare, scegliere e custodire. La moderna parola inglese, entrata nel linguaggio ordinario, finisce così per dirci qualcosa di molto antico. Vivere significa creare collegamenti tra ciò che sappiamo e ciò che ancora ignoriamo, tra noi e gli altri, tra il presente e ciò che resiste nel tempo. I ragazzi partono dal clic, il gesto più piccolo e veloce. Poi portano quel gesto verso la curiosità, la cura, l’amicizia. Insomma, dentro una parola tecnica scoprono la questione, tutta umana, di non essere fatti per restare dei punti isolati nel tempo e nello spazio.
Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

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