San Francesco, l’abito perfetto che racconta la scelta della povertà

Dalla spogliazione ai rattoppi della tonaca, il vestire come gesto concreto di fede, in grado di manifestare non solo ricchezza, ma anche la purezza, quella che il poverello di Assisi è riuscito a incarnare
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October 4, 2026
San Francesco, l’abito perfetto che racconta la scelta della povertà
La spoliazione di San Francesco, Giotto di Bondone, Basilica superiore di Assisi /Commons Wikimedia
Un aspetto della figura di Francesco che di solito viene trascurato nella presentazione del suo profilo è quello che riguarda il modo in cui il Santo di Assisi era vestito, o meglio, il modo in cui aveva scelto di vestirsi. Sembra un aspetto superfluo da considerare. Si dice che l’abito non fa il monaco (e, dunque, nemmeno il frate). E invece, proprio nel caso di Francesco, una riflessione sul suo abbigliamento risulta molto importante per capirne la personalità, il modo in cui ha voluto vivere la sua fede, le forme in cui la ha comunicata. Un ottimo punto di partenza per condurre questa riflessione, e per svilupparla ulteriormente, è il saggio che Lorenzo Cantoni dedica a Francesco e la ricerca dell’abito perfetto (si veda il volume di autori vari Francesco e l’abito perfetto, pubblicato da Pacini editore in occasione della mostra dei costumi del film di Zeffirelli Fratello sole, sorella luna).
La prima cosa da dire in proposito è che di abiti Francesco se ne capiva. Si intendeva di stoffe ed era un abile commerciante. Tommaso da Celano parla di lui come di un “venditore astutissimo”, degno figlio di Pietro di Bernardone. E in effetti è noto l’episodio nel quale Francesco, dopo la chiamata del Crocifisso che gli chiedeva di riparare la sua casa in rovina, prende alcune stoffe pregiate – panni di scarlatto – dalla bottega del padre, va al mercato di Foligno e vende tutta la merce, compreso il cavallo che ve lo aveva portato. E poi tenta di consegnare il ricavato al prete della chiesa di San Damiano, che cadeva in rovina. Al rifiuto del prete, per timore della reazione di Pietro di Bernardone, Francesco non si tiene le monete, ma le getta via.
Già qui come si vede – e come ha ricordato su queste pagine Luigino Bruni – la scelta della povertà è il frutto di una consapevole rinuncia a ogni logica di guadagno: una logica economica che Francesco ben conosceva. Ma che, appunto, rigetta. Devolve quanto è derivato dalla vendita di stoffe e di vesti. Se ne spoglia, metaforicamente. Già in questo primo passo sulla via della conversione, insomma, la scelta della povertà e il modo di rivendicarla s’intrecciano con il tema dell’abito. Era un tema, lo ripeto, che Francesco maneggiava con competenza, come si vede anche da altri episodi che lo riguardano. Se volessimo usare un’espressione oggi frequente, potremmo considerarlo quasi uno stilista: una persona che – letteralmente – conosce bene l’impatto del modo di vestire al fine di definire lo stile delle persone.
Francesco, poi, ha uno stile suo proprio, che rivendica con gesti concreti, e che si manifesta e si comunica proprio nella scelta dell’abito. Attenzione, però. Rispetto a come intendiamo oggi il sistema della moda, ciò che fa Francesco è qualcosa di veramente rivoluzionario. Ho detto che nel suo abito si manifesta il suo stile. Ma ciò avviene in maniera rovesciata rispetto a quanto accade oggi. Oggi, molto spesso, l’abito fornisce alla persona quel carattere che, di per sé, magari non ha. Oggi la marca è il simbolo di uno status che il più delle volte non possediamo. Il vestito è solo un’apparenza, sotto la quale rischia di non esserci niente. E allora l’abito davvero non fa il monaco: risulta solo un guscio vuoto, che nasconde il nulla. Nel caso di Francesco avviene invece l’inverso. Il vestito risponde pienamente a ciò che uno è e a ciò che vuol essere. Esprime pubblicamente il carattere della persona e ciò in cui crede. Lo esprime attraverso il materiale di cui è fatto, per come è fatto, grazie agli elementi che lo compongono. Se vogliamo che ciò avvenga, però, è necessario compiere un passo preliminare. Si tratta di un gesto estremo, in controtendenza rispetto a ciò per cui un abito viene usato. Francesco si spoglia. Resetta il suo rapporto con ciò che lo può coprire. Riparte dalla nudità. 
L’episodio è ben noto. In conflitto con il padre, Francesco viene indotto da lui a restituire ciò che aveva. Lo fa riponendo ogni cosa nelle mani del vescovo Guido, testimone e garante di questa sua decisione. Francesco trasforma però questa rinuncia in un gesto radicale: depone i suoi vestiti e resta nudo. È il segno della sua totale disponibilità a dare e a darsi. Il vescovo, colpito, lo copre con il suo pallio e con il mantello di un contadino lì presente. È un gesto, anche per l’epoca, di grande impatto. Non esprime tanto la contestazione, da parte di Francesco, dell’autorità paterna. Testimonia piuttosto l’atteggiamento che egli deve necessariamente assumere per predisporsi a seguire la chiamata. Deve spogliarsi di tutto. Deve ricominciare da zero. E dunque non è solo l’indicazione di una generosità costantemente disponibile. È l’esempio di una privazione che si trasforma in ricchezza: la ricchezza delle possibilità che ora si aprono; la ricchezza di un modo diverso di vedere le cose e di vivere le relazioni.
Di tutto ciò, in positivo, è espressione l’abito con cui poi Francesco si veste. È l’abito che sceglie per sé e che anche definisce nelle Regole stabilite per il suo ordine: sia quella non bollata e più rigida del 1221, una cui forma iniziale era stata approvata verbalmente da papa Innocenzo III, sia quella bollata, approvata da papa Onorio III nel 1223. È un abito semplice nella sua composizione: una tonaca, un cingolo e i calzoni. È povero nel materiale di cui è fatto: solo lana, corda, tela. È però pieno di significato per lo stile che manifesta. È lo stile che dice chi è Francesco e chi sono i francescani. È l’emblema visibile della povertà. Di solito, infatti, chi è ricco vuol far vedere la sua agiatezza mediante i vestiti che indossa. Chi è povero, invece, non si veste da povero per comunicare la sua condizione: anzi, cerca di nasconderla. Francesco rovescia questo approccio: si veste e fa vestire i suoi frati in modo da mostrare la sua e la loro povertà. Anche per questo la tonaca risulta spesso rattoppata. I rattoppi sono fatti di stoffe prese da altri abiti.
Nell’abito del Santo di Assisi sono stati trovati, cuciti nella parte sia anteriore che posteriore, alcune componenti del ricco pallio con cui il Vescovo Guido lo aveva coperto quando si era spogliato davanti a lui. E rattoppi analoghi sono stati documentati per quanto riguarda l’abito di Chiara. Abbiamo dunque a che fare con ciò che oggi chiameremmo un lavoro di patchwork. Ma, di nuovo, non si tratta di introdurre o di seguire una moda. Anzi, proprio la ricchezza di una stoffa, il suo valore, così facendo vengono annullati. La stoffa, che sia povera o preziosa, è ricondotta alla sua reale funzione: quella di coprire e di scaldare.
Anche tale maniera di vestirsi, insomma, ha un’importante valenza comunicativa. Rientra in quella pluralità di forme e di registri di comunicazione che Francesco ha adottato nella sua predicazione e che sono stati illustrati proprio su queste pagine dal direttore Marco Girardo. È una comunicazione concreta, d’impatto. È una comunicazione che si fa sia con parole giuste, sia con gesti significativi. È una comunicazione di rottura, come ancora Girardo sottolinea. Ma, più ancora, è una comunicazione relazionale. È il modo, cioè, in cui si realizza un legame con gli altri facendo immediatamente capire chi siamo e che cosa possiamo fare per loro. L’abito di San Francesco – l’abito perfetto, come lo chiama Cantoni – ha proprio questa funzione. È perfetto, o cerca di esserlo, in quanto è un simbolo concreto. Ma, più ancora, è simbolo e attuazione, già in questa vita, di una beatitudine possibile. Attraverso l’abito Francesco ci mostra infatti come è possibile avvicinarci a quella perfezione innocente che è resa emblematicamente dalla parabola evangelica degli uccelli del cielo e dei gigli del campo. Forse non sarebbe male, pochi giorni dopo la Milano Fashion Week e mentre è in corso la manifestazione "gemella" dell'alta moda a Parigi, ricordarci che il vestito può manifestare non solo ricchezza ma anche purezza: quella purezza che proprio Francesco è riuscito a incarnare.

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