Contro il caldo estremo, nove mesi per passare dalle parole ai cantieri

Rifugi climatici, meno asfalto, alberi e giardini drenanti: ai Comuni la responsabilità di trasformare l’emergenza in opere concrete e verificabili
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October 4, 2026
Contro il caldo estremo, nove mesi per passare dalle parole ai cantieri
/ ICP - immagine generata con IA
“Fratello caldo, non voglio dimenticarti. Voglio ricordarmi di te anche quando l’inverno allontanerà il tuo ricordo e la tua minaccia”. Dovremmo onorare così la festa di San Francesco, trasformando la fatica di questa estate senza fine in un concreto impegno di cambiamento. Il prossimo giugno arriverà tra nove mesi e non possiamo far finta di niente. È un tempo breve, ma non insignificante, una buona scala per mettere alla prova la nostra capacità di passare dalle parole ai fatti. Abbiamo capito che il caldo estremo colpisce soprattutto anziani, bambini, persone fragili, chi lavora all’aperto e chi abita nei quartieri più densamente edificati e privi di alberi. Abbiamo capito che la pioggia può mancare per mesi e poi cadere tutta insieme, colpendo territori incapaci di accoglierla. Le soluzioni di adattamento le conosciamo: dotarci di luoghi freschi e accessibili a tutti, se necessario climatizzati (i cosiddetti rifugi climatici); togliere asfalto dove possibile, a partire da parchi e cortili scolastici; piantare alberi con terra e innaffiature sufficienti per crescere; costruire giardini drenanti e raccogliere l’acqua in cisterne dedicate. Togliere, piantare, trattenere.
A mancare non è la conoscenza, né i soldi, considerando che queste voci dovrebbero essere in cima alle priorità di spesa, se hanno ancora un valore 35.000 morti per il caldo in più, nel 2026 rispetto agli anni precedenti, in Europa. Manca l’attitudine pratica, la capacità di agire. Manca quel passaggio dai dati alle decisioni, dalle parole ai cantieri. In pochi mesi un Comune con poco più di mille abitanti può aprire almeno un rifugio climatico, depavimentare 500 m2 di suolo e piantare 30 alberi. Un Comune di diecimila abitanti può trasformare un cortile scolastico, realizzare tre giardini drenanti e mettere a dimora 100 alberi. Una grande città, penso a Napoli o Milano, può impegnarsi a rimuovere almeno 50.000 m2 di asfalto, realizzare una trentina di giardini drenanti e aprire una rete di rifugi climatici. Un paese, una cittadina e una metropoli hanno mezzi, uffici, spazi e problemi differenti, ma tutte possono assumere un impegno proporzionato e verificabile. Ma chi decide che cosa va fatto ora e chi sa farlo con l’urgenza necessaria?
È qui che si misura la nostra attitudine di homo agens: non l’essere umano che comprende il problema, ne riconosce pure la gravità e continua come prima, ma quello che agisce con intelligenza pragmatica e senso di responsabilità civile. Sindaci e giunte, dirigenti e uffici tecnici sono oggi chiamati a trasformare una priorità politica in un’opera visibile e durevole. Non esiste una legge che imponga, metro per metro, di togliere l’asfalto in un parcheggio o di aprire un museo civico con l’aria condizionata (uno di quelli dove non entra nessuno) in agosto: esistono però poteri pubblici e risorse che possono essere orientati a questo scopo. Penso al Programma triennale delle opere pubbliche, lo strumento che consente a un’intenzione di diventare un intervento con un costo, una fonte di finanziamento e un responsabile. Se l’opera deve cominciare subito – e dovrebbe cominciare subito – deve entrare anche nell’elenco annuale.
Per i piccoli Comuni, che dispongono di pochi uffici e di bilanci stretti, si tratta di scegliere due o tre contesti, collegandoli in maniera sapiente ad altri lavori già in programma, come il cortile di una scuola o il parcheggio della piazza, il giardino comunale o la biblioteca. Serve poi competenza tecnica, perché occorre scegliere i luoghi opportuni, verificare i sottoservizi; bisogna progettare, approvare, affidare i lavori, aprire i cantieri e pagare le opere. E poi decidere chi irrigherà gli alberi, chi curerà il giardino, chi terrà aperto il museo civico nel pomeriggio di agosto fino a sera.  Un rifugio climatico deve essere facilmente raggiungibile e riconoscibile, dotato di sedute, acqua e servizi, non basta una copertura o un giardinetto di quartiere. Fondazioni, imprese e soggetti del terzo settore possono partecipare a programmi più ampi, contribuendo alle risorse, alla progettazione sociale o alla manutenzione. Ma il Comune resta il soggetto che sceglie i luoghi, assicura l’equità fra quartieri, stabilisce le priorità. Nove mesi sono pochi. Proprio per questo possono essere il tempo della prova. Non conteremo delibere, rendering o promesse, ma metri quadrati di asfalto eliminati, alberi nuovi, acqua trattenuta e luoghi freschi accessibili. Fratello caldo, non voglio dimenticarti quando l’inverno riporterà (speriamo) il freddo e la pioggia. Voglio ricordarmi che le città si mettono in sicurezza, quando il pericolo è lontano.

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