
Parlare di tasse è sgradevole. Perché vanno pagate, perché c’è la ragionevole certezza di pagarne troppe e il sospetto che altri ne paghino troppo poche. Non saranno «bellissime», come aveva osato dire Tommaso Padoa-Schioppa in una sfortunata provocazione di quasi vent’anni fa, ma sicuramente sono necessarie. Ancor più con l’aria che tira intorno ai conti pubblici, un clima che “preoccupa” il ministro Giorgetti. Problema: i margini di manovra per la legge di Bilancio anche quest’anno sono prossimi al nulla, ed è facile immaginare che dopo settimane di obiettivi, auspici e bagni di realtà, ci ritroveremo con i soliti piccoli ritocchi, incapaci di intervenire realmente su un impianto che, con la sua dose di iniquità, non libera risorse necessarie e ne vede perdere di preziose.
Sono due facce della stessa medaglia, riproposte nella sua rilevanza e urgenza da un paio di recenti studi. Il primo è di Itinerari previdenziali, centro di ricerca che a fine settembre è uscito con una rielaborazione dei dati relativi al gettito Irpef del 2025 (versato sui redditi 2024); le cifre in materia erano state diffuse dall’Inps a fine aprile – e ne avevamo parlato anche qui su ZeroVirgola – ma l’appetitosa presentazione effettuata dal centro studi al Cnel per celebrare l’80esimo anniversario della Confederazione italiana dirigenti e alte professionalità (Cida) si è soffermata su un punto dirimente e divisivo: il 78,7% dei 216 miliardi di gettito Irpef del 2025 è stato pagato da circa un quarto dei contribuenti. Siamo alle prese con un’evidente asimmetria, che si presta però a letture diverse. Per Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali, è la prova che troppi non pagano quanto dovrebbero, visto che oltre ai redditi bassi c’è l’effetto di un mix di flat tax, detrazioni, elusioni ed evasione. Ma è anche vero, come ha contestato su Altreconomia Pier Giorgio Ardeni dell’Università di Bologna, che è lecito – lo prevede addirittura la Costituzione, all’articolo 53 – chiedere di più a chi più guadagna, in nome di una progressività che, anzi, potrebbe e dovrebbe essere più capace di “vedere” tutti i redditi e rendersi così maggiormente efficace. È qui che le due diagnosi, in fondo, concordano: tante, troppe zone grigie in cui al Fisco si appanna la vista, le maglie si allargano e i contributi si fanno iniqui.
E proprio qui arrivano i numeri del Tax Justice Network, una Ong specializzata sui temi del fisco. In un convegno alla City St George’s University di Londra, ha presentato un nuovo strumento di monitoraggio che consente di quantificare i capitali che escono illecitamente dalle economie dei paesi europei con il principale scopo di evadere le tasse. Più della cifra in sé – 600 miliardi all’anno – la sorpresa è nel fatto che oltre la metà non sparisce in lontani paradisi fiscali ma finisce in altri paesi europei, privando così i conti pubblici di un contributo che si avvicina ai 90 miliardi di euro l’anno. Secondo Miroslav Palanský, responsabile della ricerca del Tax Justice Network, la soluzione più ovvia sarebbe l’adesione da parte dei Paesi europei alla convezione fiscale delle Nazioni Unite, opzione poco considerata «perché erroneamente si considerano vincitori di una battaglia fiscale globale, quando in realtà sono i perdenti di una battaglia fiscale prevalentemente europea». Sta di fatto che il danno è grande, per l’Europa e per ogni singolo Paese: il cruscotto presentato dalla Ong offre i dati anche per i singoli Paesi, e per l’Italia le “fuoriuscite” di capitali – per lo più utili di aziende o patrimoni finanziari di persone fisiche - ammontano a 16 miliardi l’anno, con mancati introiti per il fisco di diversi miliardi. Risorse preziose, in assoluto e a maggior ragione viste le criticità del momento. Come a dire che a livello nazionale ma soprattutto continentale qualche margine di manovra, a volerlo usare, ci sarebbe. Ma di tasse, come si diceva, alla fine è meglio non parlare.
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