Stiamo benino perché il lavoro cresce, ma non migliora
In Italia il lavoro corre e il Pil aumenta. Proprio nella differenza tra i due ritmi di crescita si apre un problema di produttività e un potenziale solo parzialmente sfruttato
Se guardiamo a come va il mondo, in Italia potrebbe andarci peggio, decisamente peggio. Almeno dal punto di vista economico, come ci confermano alcune buone notizie che ci ha recapitato l’ultimo scorcio di estate. Il primo settembre l’Istat ha segnalato che nel secondo trimestre il Pil italiano è cresciuto dello 0,2%: confermate, dunque, le stime preliminari che portano il “bottino” di metà anno allo 0,8%. Certo ora c’è da capire quali saranno gli effetti del caro benzina nella seconda parte dell’anno (Confcommercio teme una brusca inversione di marcia), ma per ora viaggiamo perfettamente in linea con il resto dell’Ue e pure più veloci della Germania. Notizie all’apparenza anche migliori dal lavoro, che - da fotografia Istat diffusa il 12 settembre - tra aprile a giugno ha visto 155mila occupati in più, trainati dai contratti a tempo determinato (118mila in più), portando il tasso di occupazione al record del 63,1%.
Nel dettaglio tra aprile e giugno il totale delle ore lavorate è cresciuto dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dell’1,3% in confronto al secondo trimestre 2025. Siamo dunque a un ritmo più sostenuto rispetto al Pil, che si ferma rispettivamente allo 0,2% e all’1 per cento. Proprio mettendo in parallelo i due indicatori emerge l’altra faccia della medaglia, che è quella qualitativa: se l’occupazione corre più della ricchezza prodotta, ecco che il contributo fornito dal lavoro creato inevitabilmente cala, andando così a impattare su quell’indicatore tanto importante quanto difficile da decifrare che è la produttività. Difficile vederci chiaro, ma il disallineamento tra i due valori porta gli esperti a immaginare che il lavoro creato sia per lo più nei lavori a più basso valore aggiunto, che portano con sé salari più bassi e contributi limitati alla crescita, se pensiamo ad esempio all’innovazione o all’export.
È un punto chiave, e per capirci un po’ di più abbiamo chiesto aiuto a Mauro Zangola, storico responsabile dell’Ufficio studi dell’Unione industriale di Torino. Numeri alla mano, «non tutti i settori hanno contribuito alla creazione di nuovi posti di lavoro», spiega: «Se in un anno l’occupazione è cresciuta di 243mila unità lo dobbiamo al settore dei servizi che ha aumentato gli organici di 349mila unità, mentre l’agricoltura ne ha distrutti 44mila, l’industria 35mila e le costruzioni 24mila». Uno spaccato, questo, che aiuta a chiarirsi le idee sullo stato di salute - almeno occupazionale - dei diversi pezzi che compongono che la nostra economia. Altre disparità rilevanti sono quelle geografiche, visto che non tutte le regioni hanno beneficiato allo stesso modo del trend. «Il caso più macroscopico è quello del Piemonte che ha registrato la più alta perdita di posti di lavoro a livello nazionale con 21mila addetti in meno», sottolinea ancora Zangola. Che invita poi a incrociare i dati Istat con quelli Inps, in grado di specificare le tipologie contrattuali:secondo quest’ultima fonte, in Italia nel 1° trimestre 2026 sono state attivate dai datori di lavoro privati 1.899.634 assunzioni , il 77,5% delle quali con contratti precari: stagionali , in somministrazione o intermittenti;a volte della durate di pochi giorni se non di uno solo. Nello stesso periodo ci sono state 2.091.119 cessazioni il 29,8% della quali per dimissioni e il 55,1% per fine dei contratti. L’analisi qualitativa non cambia il segno - positivo - di quella quantitativa, ma consente di avere un quadro più chiaro dei punti di forza e di debolezza dell’economia italiana. E di cogliere quel processo di polarizzazione sempre più rapida, che vede aumentare la ricchezza generale ma anche i poveri “in particolare”.
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