Quando Sandro Mazzola, campione anche fuori dal campo, mi raccontava la sua vita...

Si è spento ieri, all'età di 83 anni, proprio nel giorno in cui San Siro festeggia 100 anni. La morte del padre Valentino, la scoperta di avere un fratellino, la finta rivalità con Rivera... ecco cosa disse nell'ultimo incontro
Google preferred source
September 19, 2026
Quando Sandro Mazzola, campione anche fuori dal campo, mi raccontava la sua vita...
Una foto di archivio di Sandro Mazzola / ANSA
Il giorno che San Siro, il suo stadio, festeggia 100 anni, Sandrino saluta, e se ne va. A 83 anni si spegne la stella luminosa dell’Inter, Sandro Mazzola. Un anno horribilis questo 2026, prima strappa via la bandiera del Milan Franco Baresi e adesso anche quella nerazzurra di Mazzola. Settembre triste per l’Inter che vent’anni fa, il 4 settembre 2006, perdeva anche Giacinto “Magno” Facchetti. Chi ama il calcio di poesia, quello cantato da campioni da “una maglia una vita” con la scomparsa di questi piccoli grandi eroi esemplari del pallone, sente che si sta chiudendo un’epoca, unica e forse irripetibile. E allora non resta che il ricordo nostalgico di quel pomeriggio passato assieme a Sandrino nel suo appartamento di Vedano al Lambro, al confine con il parco della Reggia di Monza dove l’ex re dell’Inter aprendo l’album di famiglia sospirava: «C’era una volta, un’Italia bella che usciva dalla guerra e che aveva tanta fame, come me e mio fratello Ferruccio. In Porta Ticinese, da ragazzini vendevamo le sigarette di contrabbando per tirare su qualche lira… C’era una volta, un popolo che si divertiva a mettere contro Coppi e Bartali e poi ha fatto lo stesso con me e Rivera... Questo oggi non può più accadere, per una ragione molto semplice, perché questo Paese, forse, è meno bello di ieri, ma soprattutto non ha più personaggi».
Un piccolo rimpianto rispetto al grande vuoto che gli aveva lasciato quel padre, il grande Valentino Mazzola. Un papà che aveva appena iniziato a conoscere quando se ne volò via per sempre nello schianto di Superga, 4 maggio 1949: la tragica fine del Grande Torino, la squadra degli invincibili granata. «Avevo 7 anni e dopo una perdita del genere impari a non piangere più... Spesso papà l’ho ritrovato nei sogni, che faccio ancora, ad occhi aperti. Lo rivedo quando palleggiavamo assieme in allenamento o mentre ci cambiavamo felici nello spogliatoio del Torino: avevo il mio stipetto di fianco al suo, ci tenevo la maglia granata e i calzoncini bianchi. A volte ho risentito il calore della sua mano sulla mia testa, per me bambino era come la mano di Dio che mi proteggeva e mi diceva: “Sandrino, non ti può succedere niente di male”. E invece…».
Invece, un destino crudele era in agguato. E il giorno della morte del padre, il piccolo Sandro era con la “dama bianca” e accadde un fatto molto strano. «La compagna di mio padre mi mise su un’auto e partimmo da Torino, non so per dove. Ricordo solo che mi tenne nascosto in un mulino... Crescendo ho capito che, in pratica, quel giorno ero stato rapito. Mia madre, che viveva a Cassano d’Adda, aveva allertato carabinieri e tifosi. Mi vennero a cercare e quando mi trovarono accadde un fatto ancor più strano: nessuno che mi abbia detto, “sai, il tuo papà è morto”… Quel giorno ho scoperto di avere un fratello più piccolo, Ferruccio». Due ragazzini orfani, soli e spaventati in una grande città come Milano che cominciava a spingere forte e rischiava di metterli in fuori gioco. Ma per fortuna finiscono sotto l’ala burbera e generosa di Benito Lorenzi, detto “Veleno”. «Benito era perfido in campo, quanto un pezzo di pane nella vita. Secondo la sua religione se avesse fatto del bene, allora Dio l’avrebbe ricompensato. Fece di me e Ferruccio le mascotte dell’Inter, così dal Cielo gli arrivarono due scudetti di fila...». La riconoscenza è sempre stato uno dei tarli di Sandro Mazzola, deluso dalla memoria corta del mondo del calcio.
«La prima volta che con i ragazzi dell’Inter tornai allo stadio Filadelfia per giocare nessun dirigente del Torino mi venne a salutare. Neanche il presidente Novo si scomodò. Eppure papà aveva chiamato mio fratello Ferruccio in omaggio a lui. Solo il magazziniere Zoso si era ricordato, venne con le sue figlie a farmi festa e mi disse: “Sandrino vieni a vedere nello spogliatoio...”. Aveva conservato il mio stipetto. Poi giocai la peggior partita della mia vita. Alla fine il mio allenatore, il grande Giuseppe Meazza, mi accompagnò nello spogliatoio dicendomi: “Ho capito tutto Sandro, ma lassa stà”». Le parole tenere del maestro di vita. «Avevo 15 anni, giochiamo al Bramante, io ala con il numero 7 che non mi è mai piaciuto e la mezzala era il Galli che sento ancora, lavora in ospedale. Insomma, io gli passavo la palla in velocità, ma il Galli, un ragazzone grosso e macchinoso, non chiudeva un triangolo che fosse uno. Così lo prendo a mal parole. Non lo avessi mai fatto… Meazza mi chiama a bordo campo e mi fa uno shampoo in dialetto milanese: “Tì pastina, io ho vinto due campionati del mondo e non mi sono mai rivolto così a un compagno di squadra”. Una lezione che mi sono portato dietro fino all’ultimo giorno che ho giocato».
Un gran gioco quello del “Mazzandro” di Gianni Brera. Un leader con i baffi in campo, con l’8, il numero dell’infinito stampato sulla schiena prima di prendersi anche il 10 e contrapporsi definitivamente all’Abatino breriano: il 10 milanista Gianni Rivera, che adesso lo piange. Il Gianni della “staffetta” in Nazionale ai Mondiali di Messico ’70, quella di Italia-Germania 4-3, la partita più lunga del secolo. «Ma Brera dava dell’Abatino anche a Giacomo Bulgarelli, anima del Bologna. E di quel dualismo tra me e Rivera alla fine a pagare è stato proprio Giacomo: gran giocatore, più completo anche di Gianni e del sottoscritto. Io e Rivera, comunque, mai stati contro, anzi ci divertivamo a leggere e sentire che eravamo nemici… Un giorno, dopo una riunione del sindacato calciatori usciamo assieme dalla Stazione Centrale e i tifosi dell’Inter mi urlano: “Sandro vieni via, cosa cammini con quel milanista lì?”. Un minuto dopo, dei milanisti rimproverarono Gianni allo stesso modo. La staffetta di Valcareggi poi, mah… Poteva succedere solo in Italia, perché calcisticamente eravamo ancora antichi e catenacciari nell’anima. Però se andiamo a guardare una quarantina di partite assieme io e Rivera le abbiamo comunque giocate».
Nereo Rocco la staffetta non l’avrebbe mai concepita, il Paròn infatti sognava un Milan con Rivera e Mazzola in tandem fisso e irremovibile. Ma all’Inter era arrivato il “Mago” Helenio Herrera che con il patron, Angelo Moratti, stravedeva per Mazzola. «Segnai il gol della bandiera in quel 9-1 (10 giugno 1961) contro la Juve di Sivori e Charles in cui il presidente Moratti per protesta fece giocare noi ragazzi. Ma il mio debutto vero fu a Palermo, l’anno dopo. Faccio l’assist dell’1-1 e a fine gara il Mago mi mette una mano sulla spalla e davanti a tutti proclama: “Tu d’ora in poi sei un jogator dell’Internazionale e io farò de te una grande prima punta”. Aveva ragione. Mi faceva giocare come Crujff all’Ajax, ma in anticipo di dieci anni. Del resto il più grande degli allenatori in circolazione, José Mourinho, si ispira a lui e ancora oggi il 50% di quello che si insegna a Coverciano è il sunto delle lezioni di Herrera». Lezioni che a Mazzola sono servite per diventare un fuoriclasse. La bandiera dell’Inter, quella di Picchi «che destino crudele anche il povero Armando», Corso «che mancino ragazzi», Facchetti «un galantuomo, mai stati nemici... Altra diceria», Suarez «era il mio modello, mi ha insegnato a vivere».
Campione d’Europa e del mondo con la maglia nerazzurra, a 21 anni: «Sottolineo, capocannoniere, con 7 gol, della Coppa Campioni del ’64... Neanche Messi è arrivato a tanto a quell’età. Eppure a me il Pallone d’Oro non me l’hanno mica dato». Uno dei due rimpianti di una carriera stellare, l’altro, «il Mondiale perso a Messico ’70. Venivamo da Italia-Germania 4-3, ma con 24 ore di riposo avremmo battuto anche il Brasile di Pelè». Il grande Pelè, ma il suo idolo era e rimane Alfredo Di Stefano. «Inarrivabile. Quando l’ho battuto nella finale di Coppa dei Campioni stavo per andare a chiedergli la maglia, ma in mezzo al campo mi ferma Puskas e mi fa: “Bravo ragazzo, ho giocato contro tuo padre, sei il degno figlio. Scambiamoci la camiseta”. Così la maglia di Di Stefano me la sono giocata per sempre». Anche il posto da dirigente all’Inter di Massimo Moratti se lo giocò per sempre, in un altro triste 4 maggio. «Mi invitano in tv e Giorgio Tosatti attacca il presidente. Penso che la cosa migliore sia non raccogliere e cambiare discorso... Moratti il giorno dopo mi telefona amareggiato, mi dice che non l’avevo difeso a dovere. A fine stagione non mi rinnova il contratto. Oggi penso che aveva ragione... E a distanza di tempo ho capito tante altre cose: come quel rigore negato a Ronaldo contro la Juve... Calciopoli era già cominciata».
Un interismo degno dell’avvocato Prisco. «Grande Peppino, quanto manca un personaggio così. Eravamo a un funerale quando a un certo punto passa un tizio che gli grida: “Prisco ci dovresti essere tu dentro quella bara…” e lui pronto gli ribatte: “Dall’intelligenza che mostri nella circostanza sei sicuramente un milanista”». L’Inter una fede, «il club a cui devo tutto», ma quella vera, parte dall’oratorio della Basilica di San Lorenzo alle colonne e arriva fino a San Giovanni Rotondo. «Eravamo in ritiro a Foggia e il giorno prima della partita, all’alba, io e Picchi saliamo da Padre Pio. Mi confessa nella sua cella e gli dico: Padre io credo di aver peccato. Fin da piccolo ho sempre chiesto a Dio che mi facesse diventare un campione, poi potevo anche morire giovane, come mio padre. Padre Pio mi sorrise, mi diede la benedizione e sulla porta mi salutò dicendomi: “Prega sempre figlio mio, prega…”». Sandrino ha pregato per suo fratello Ferruccio nei giorni tristi dell’abbandono (Ferruccio è morto nel 2013 a 68 anni), ha pregato per l’Inter perché continuasse a vincere ancora tanto. Sandro Mazzola ha pregato fino all’ultimo respiro. E adesso è Lassù, a riabbracciare suo fratello e con lui papà Valentino, finalmente insieme, dopo aver tanto corso dietro a un pallone che è stata la loro vita.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire