Quando il limite diventa un nemico

Una democrazia costituzionale è costruita per porre limiti all’esercizio del potere: magistratura, Parlamento, informazione e dissenso possono dire di no a chi governa. Questa lentezza ha un costo, ma, come aveva capito Quincy Wright, proprio legge, critica e contrappesi contribuiscono a preservare la pace
Google preferred source
September 19, 2026
Quando il limite diventa un nemico
Il Palazzo della Consulta a Roma, sede della Corte Costituzionale
Putin non deve preoccuparsi troppo dei giudici. Trump, invece, sì. E quando gli danno torto non la prende bene. In una democrazia governare significa incontrare continuamente qualcuno che può dire di no. Anche se il capo non la prende bene. Un tribunale può annullare un provvedimento, i giornalisti possono contestare una ricostruzione e chiederti conto del tuo operato. Tu puoi non rispondere, ma non ci fai certo una bella figura. Tutto questo consuma tempo, produce frustrazione e, visto dalla stanza dei bottoni, deve apparire talvolta esasperante. Quincy Wright, politologo dell’Università di Chicago, aveva capito, molto prima che il problema diventasse di stretta attualità, che la presenza del limite nei regimi democratici non è un incidente da eliminare. È anche un antidoto alla guerra. Lo scriveva nel 1942, nel suo monumentale A Study of War . Nelle democrazie, le decisioni importanti richiedono partecipazione, rispetto della legge, libertà di critica. In una parola, tempo. Un’autocrazia è diversa. Può decidere rapidamente, nella segretezza, reprimere le opinioni contrarie. Non era un elogio dell’autocrazia, quello di Wright, ma l’individuazione di un suo vantaggio tattico. Ottant’anni dopo, quel vantaggio esercita una nuova fascinazione tra le élite economiche e politiche. Peter Thiel dice di non credere più alla compatibilità tra libertà e democrazia. J.D. Vance sostiene che la minaccia che più lo preoccupa per l’Europa non viene dalla Russia o dalla Cina, ma «dall’interno». La questione riguarda anche noi.
La riforma della giustizia può essere sostenuta o contestata nel merito. Ciò che sconcerta è il conflitto con la magistratura alimentato dalle dichiarazioni del Governo. Giorgia Meloni ha parlato di magistrati “politicizzati” che ostacolerebbero l’azione dell’esecutivo. Quando un giudice blocca un atto del governo, chi governa può considerarlo un errore e impugnarlo. Diverso è quando quel “no” viene interpretato come un’indebita interferenza nella sfera della politica. Perché una democrazia costituzionale è costruita precisamente per produrre interferenze di questo genere. Il potere deve trovare un limite.
Quincy Wright considerava la democrazia più pacifica perché orientata più dell’autocrazia verso legge, libertà e umanità e meno verso la pura accumulazione della potenza. Il problema era trasformare quella disposizione in istituzioni capaci di reggere il confronto con chi della potenza faceva invece il proprio principio politico. L’Europa, oggi, si trova nuovamente dentro questa contraddizione. Putin può fare cose che una democrazia non potrebbe fare senza cominciare a cessare di essere tale. Quando, anziché riconoscere in questa differenza il proprio valore, le democrazie e alcuni dei loro leader cominciano a invidiare l’autocrate, allora dovremmo riconoscere un problema.
Trump ha definito il dittatore Nord-Coreano Kim Jong-un «Un capo forte». «Quando parla – ha sottolineato –, il suo popolo si mette sull’attenti. Voglio che la mia gente faccia lo stesso». «Cedo due Mattarella in cambio di mezzo Putin (…). Avessimo un Putin anche in Italia staremmo sicuramente meglio», diceva Salvini non troppo tempo fa. O le abbiamo dimenticate queste parole? Dopo l’Ucraina suonano certamente diverse. Ma sarebbe troppo facile archiviarle come il reperto di un’altra stagione politica. Esprimevano una fascinazione che non è affatto scomparsa. Quella per il potere liberato dall’impaccio dei limiti. Dei pesi e dei contrappesi.
Non occorre arrivare a Putin o Kim Jong-un. Basta considerare il giudice che blocca il governo e viene percepito come un intralcio. Il Parlamento che viene esautorato dal ricorso abnorme alla decretazione d’urgenza. Poi c’è l’informazione del servizio pubblico che rischia di essere ridotta a proprietà della maggioranza e il dissenso sociale che viene vissuto come sabotaggio e ristretto per legge nella sua possibilità di espressione. Sono fenomeni diversi che pure convergono verso la stessa domanda: quali limiti siamo ancora disposti ad accettare nell’esercizio del potere? Nel rapporto 2026 sullo Stato di diritto, la Commissione europea registra per l’Italia preoccupazioni relative all’equilibrio tra governo, Parlamento e Presidenza della Repubblica. Si può legittimamente dissentire, certo. Ma altrettanto legittimamente si può pensare che tali critiche colgano l’attitudine a vivere il limite come fastidio e la critica come impedimento.
Una democrazia costituzionale è fatta apposta per rendere difficile l’esercizio del potere. Sergio Mattarella lo ha ricordato con parole sagge. La separazione dei poteri serve a «bilanciare i poteri dello Stato» e a garantire diritti e libertà fondamentali. Forse è proprio quell’aggettivo, “bilanciati”, a essere diventato difficile da amare. Rileggere Wright oggi ci insegna che la lentezza ha un costo, ma anche che i i limiti, i contrappesi, la discussione e perfino il conflitto hanno generato nella nostra storia una straordinaria capacità di preservare la pace. Ci vogliamo rinunciare?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire