Roma? No, Nairobi. I Mondiali di Atletica corrono in Africa. Ed è una buona notizia

Comprensibile la delusione per la rassegna iridata 2029 che l'Italia puntava a ospitare: ma ci sono ottime ragioni per esultare insieme al Kenya e a tutto un continente che vuole cambiare passo
Google preferred source
September 18, 2026
Roma? No, Nairobi. I Mondiali di Atletica corrono in Africa. Ed è una buona notizia
Il lanciatore del giavellotto kenyano Julius Yego durante un recente meeting internazionale di atletica a Budapest / ANSA
«Perché un governo così, neppure l’Uganda», satireggiava alla fine del secolo scorso Giorgio Gaber dal palco del suo teatro canzone. E invece un Mondiale così, come quello di atletica 2029, l’Italia – ma anche l’Inghilterra – evidentemente non se lo meritavano visto che è stato assegnato al Paese che confina con l’Uganda, il Kenya. È la prima volta di una rassegna iridata di atletica nel “continente nero”. Prima o poi doveva accadere, così come da decenni andiamo dicendo che una nazionale africana succederà un giorno che arrivi alla finale di un Campionato del mondo di calcio, e che lo vinca.
Nell’atletica i primati di atleti africani affondano nella notte dei tempi. Proprio alle “Olimpiadi umane” di Roma 1960 l’eroe dei Fori Imperiali divenne l’etiope Abebe Bikila che, scalzo, vinse l’oro nella maratona. Da allora, la tradizione dei fondisti e mezzofondisti si rincorre tra l’Etiopia e il Kenya, con quest’ultimo che negli anni ha saputo costruire la migliore scuola di specialità del pianeta. Dna e un costante ricambio generazionale ha portato sul tetto del mondo e in vetta all’Olimpo atleti come l’ex maratoneta record del mondo Mary Keitany e David Rudisha primatista mondiale degli 800 metri. Parliamo di leggende quando nominiamo Eliud Kipchoge, due volte oro olimpico e re indiscusso della maratona, e Faith Kypyegon, regina dei 1500 metri. Il Kenya del terzo millennio non è forte solo sulla resistenza e le lunghe distanze ma ha anche imparato a sprintare nei 100 metri, vedi il talento di Ferdinand Omanyala.
Dunque Roma e Londra si devono inchinare dinanzi alla fabbrica dei campioni che ha sede a Nairobi. Qui ogni anno si tiene il “Kip Keino Classic”, che è considerato uno dei massimi eventi internazionali di atletica leggera. Non esiste solo la corte dei gesti bianchi di Wimbledon, e non si vive di solo calcio come nella Roma dei cesaroni, devono aver pensato i membri Federazione internazionale di Atletica. E ad avallare la scelta di Nairobi capitale mondiale del 2029 è stato il n.1 della World Athletics, il barone londinese Sebastian Coe.
Per Lord Coe e i suoi cortigiani il dossier del presidente della Fidal – la federatletica italiana – Stefano Mei, così come quello dei connazionali britannici, non erano all’altezza di quello kenyota, e neanche di quello presentato da Monaco di Baviera che nel 2031 riporterà subito in Europa i Mondiali di Atletica. Qualcuno ora si chiede: ma con Giovanni Malagò ancora al timone del Coni (invece che presidente di Federcalcio) forse Roma l’avrebbe spuntata?
Superando gli ostacoli della dietrologia e mettendo da parte il pregiudizio politico, che inevitabilmente si farà sentire contro “mamma Africa”, intanto in Kenya possono far festa e magari, grazie allo sport, guardare al futuro con un pizzico di ottimismo. Nairobi finalmente è al centro del nobile villaggio olimpico e non più emblema di miseria e povertà per le sue baraccopoli. Parte degli investimenti per il Mondiale del 2029 forse serviranno a ridare dignità a quegli slum di Kibera, Mathare, Korogocho e Dandora dove milioni di anime fragili sopravvivono con quasi niente vivendo in case di lamiera, spesso prive di servizi igienici. Lo sport può avere il potere di unire e anche di ripulire almeno un po’ quella discarica perenne sotto il cielo di Nairobi. Roma e Londra, ma tutti i Paesi più fortunati, aiutino a rimettere in corsa il Kenya e anche il resto dell’Africa, specie quella ancora sfruttata e dimenticata.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire
Temi