La pace che hanno conosciuto

Contro le guerre ha senso invocare la “diserzione”, com’è stato fatto dalla leader dei giovani democratici? Sui modi della “difesa della Patria” e sulla costruzione della pace si misura la distanza tra generazioni
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September 18, 2026
La pace che hanno conosciuto
Una manifestazione pacifista/ ANSA
Stanno facendo molto discutere le parole che la segretaria dei giovani democratici Virginia Libero ha pronunciato alla Festa nazionale dell’Unità, conclusasi nei giorni scorsi a Reggio Emilia: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi, perché noi organizzeremo i disertori». Sono parole che entrano in un dibattito già fin troppo accesso sui rapporti tra guerra e pacifismo e sulle risposte da dare nel tempo della insicurezza in cui non sembra ci sia altra via per garantire la pace che non passi dall’uso (anche solo minacciato) delle armi.
Com’era facilmente prevedibile, si sono immediatamente scatenate discussioni che riguardano sia l’atteggiamento generale dei giovani verso la guerra, sia la questione particolare della diserzione e della sua legittimità. Quel che si è sottolineato, soprattutto da parte di coloro che, muovendo dalla situazione ucraina, insistono sulla sua equiparazione a una guerra di resistenza, è che appare del tutto fuori luogo una rivendicazione di estraneità alla guerra e alla lotta armata quando in gioco c’è l’indipendenza del proprio Paese rispetto all’invasione di un Paese straniero. Davvero, anche in una situazione come questa, i giovani avrebbero ragione a disinteressarsene e a disertare? E non sanno, i giovani italiani, che nella Costituzione, che loro spesso celebrano richiamando l’art. 11, esiste anche l’art. 52 secondo il quale «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino»?
Discussioni spesso fuorvianti, in cui come sempre gli interlocutori tirano l’acqua al proprio mulino, spesso mutilando (magari per mera ignoranza, quando non per malevolenza) gli argomenti altrui o i termini delle questioni.
Di questa perversione del dibattito pubblico fa parte il confondere pacifismo e arrendismo, contrarietà alla guerra e vigliaccheria. Tanto per stare sull’art. 52, la Corte Costituzionale ha più volte ribadito che il «sacro dovere» di difendere la Patria non passa soltanto dall’uso delle armi ma che esso può essere adempiuto in forme civili e non violente «attraverso la prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato» (così dice ad es. la sentenza n. 184 del 1985).
Ma più in generale, ciò che va sottolineato e che costituisce il punto di maggiore distanza tra le giovani generazioni e quelle precedenti, è un altro. La frase di Virginia Libero appartiene allo stesso contesto storico e mentale che ha portato i giovani tedeschi a rifiutare, e anche a protestare apertamente contro, la chiamata del governo Merz che li invitava ad esprimere la propria disponibilità ad arruolarsi nell’esercito. Nonostante una campagna martellante, che ha riempito le strade, le scuole e ogni ambito della vita sociale della Germania, sono stati pochissimi coloro che hanno risposto positivamente a quella chiamata.
Ecco, ciò che i giovani europei stanno facendo emergere è un rifiuto radicale della guerra, di qualsiasi guerra. Un rifiuto che non ha a che fare con la loro presunta perdita di coraggio e di spirito bellico, come autorevoli scrittori e opinionisti hanno più volte lamentato, quasi dispiaciuti che una pace troppo lunga in Europa abbia permesso lo svilupparsi di un sentimento troppo pacifista (e dunque, secondo loro, esecrabile). È un rifiuto che ha motivazioni legittime e fondate.
Questi giovani, cresciuti in un mondo che ha mostrato loro la realtà e la possibilità della pace – basti pensare al miracoloso progetto dell’Unione europea – sanno che ci sono strumenti a nostra disposizione che possono evitare la guerra, come appunto è successo in Europa negli ultimi 80 anni. Sanno che la pace è possibile, non grazie alle armi, ma grazie al diritto e alle istituzioni. Ed è a questi strumenti che essi vogliono rivolgersi per risolvere i conflitti, chiedendo alle generazioni più adulte di fare di tutto perché questi strumenti, a cominciare dal diritto internazionale, possano essere fatti valere anziché essere messi da parte.
Proprio perché vedono che un’alternativa è possibile, essi considerano la guerra sempre sbagliata, non solo per le sue terribili conseguenze, per le morti e le distruzioni che comporta, ma anche perché si può sempre fare qualcosa per evitarla o per interromperla. Essi sanno bene che le guerre non sono un evento improvviso come le catastrofi naturali, ma sono figlie di scelte che non sono ineluttabili ma possono essere diverse da quelle che ad esse conducono.
Questi giovani – esattamente come i loro predecessori raccontati da Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale, i quali però se ne accorsero solo in trincea mentre venivano sacrificati —, vedono benissimo che una generazione di adulti, che dovrebbe aprirgli un mondo fatto di impegno e responsabilità, usa parole con la maiuscola, come quella di Patria, togliendo ad esse ogni contenuto che vada verso la cura del bene comune e riempiendole solo di conflitto e di guerra. Una guerra in cui, come sempre, la distinzione fondamentale – lo ricorda spesso Gustavo Zagrebelsky – è tra chi la fa e chi la fa fare.
A tutto questo i nostri giovani si oppongono. A chi insiste sulla necessità di “sacrificarli” perché questo richiede il nostro tempo, loro rispondono, giustamente, con l’elogio della diserzione.

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