Perché al mondo (e anche alla Chiesa) servono «laici innamorati di Dio»
di Paolo Viana
Maddalena Pievaioli, segretaria generale della Consulta nazionale delle aggregazioni laicali, racconta
il suo cammino: «La fede non è chiudersi, ma abitare
la scuola, la cultura e la società con lo stile del Vangelo»

«Voglio fare l’insegnante e seguire Gesù Cristo!» E di rimando il padre, agricoltore con due ettari di terra tra Montepulciano e il Trasimeno: «Manco morta! Le suore teresiane ti hanno fatto il lavaggio del cervello!». Immaginatevi la scena: una ragazza di vent’anni, che affronta il genitore in una cascina degli anni Settanta, e che scappa di casa per continuare l’università e soprattutto restare fedele alla propria vocazione spirituale. Uno scontro tra umbri, irremovibili come il monte Amiata. Maddalena Pievaioli, dicono i suoi studenti, sorride sempre, ma, per settimane, quei due non si sono più parlati.
Mezzo secolo dopo, la segretaria generale della Consulta nazionale delle aggregazioni laicali (Cnal) sorride ancora, accogliendoci nella casa dell’Istituzione teresiana, a due passi dal Castro Pretorio. È in pensione, ma qualcuno asserisce che ha semplicemente cambiato classe. Ieri, i ragazzi delle medie superiori da accompagnare alla scoperta del senso della vita, oggi i presidenti dei movimenti e delle associazioni ecclesiali, che quel senso dovrebbero averlo capito da un pezzo.
Forse quando il cardinale Gualtiero Bassetti la nominò, sette anni fa, fu perché gli aveva raccontato che, appena undicenne, lei faceva quindici chilometri al giorno per andare alla scuola media. Non gli aveva riferito, tuttavia, che di rinchiudersi nel collegio di Castiglion Fiorentino, come progettava il padre, non ne voleva proprio sapere. Né perché: «Mi sentivo amata da Cristo fin da bambina – rammenta – e mi attirava moltissimo l’istituzione teresiana perché mi permetteva di mettermi al servizio dei giovani senza però chiudermi tra le quattro mura di un convento. Sono nata su una collina da cui vedevo solo orizzonti aperti e colline verdi...».
Un’effervescenza verso la vita che non riesci a immaginarti negli ambienti talvolta “ovattati” della Chiesa. Così come sotto questo cielo intarsiato di noci pesanti, che fa tanto Codice Da Vinci; o questa boiserie lussureggiante di decorazioni dorate, che racconta più D’Annunzio che Toniolo. Per ironia del destino, la casa delle teresiane è infatti la villa di Ettore Ximenes, gran maestro della Massoneria romana. Fu uno dei maggiori scultori di fine Ottocento e ci lasciò una perla dello stile liberty, oggi residenza per studentesse universitarie.

Ne è passato di tempo da Ximenes, certo, come pure da san Pedro Boveda. Oggi, anche la sua Istituzione teresiana deve vedersela con la crisi delle vocazioni, anche se le aderenti non sono suore né religiose (con buona pace del papà di Maddalena) e se alcune sono celibi è esclusivamente per la scelta di donarsi interamente alla missione del Vangelo, con lo stile del sodalizio internazionale, che ha mantenuto la natura giuridica di associazione privata di fedeli. «San Pedro ci ha insegnato che la storia va verso un senso o un non senso, se la vediamo da un punto di vista cristiano» spiega Maddalena, che è la postulatrice generale dell’Istituzione. Si interessa cioè del cammino verso la canonizzazione dei suoi membri (tre, attualmente). Il fondatore, san Pedro Poveda intitolò l’istituzione a Teresa d’Avila nella Spagna del 1911 e fu martirizzato dai repubblicani durante la guerra civile spagnola. Iniziò lavorando per emancipare i piccoli gitani andalusi; in seguito, a Oviedo, fondò l’associazione di maestre e professoresse che successivamente si diffuse in trenta Paesi.
Un’aggregazione laicale riconosciuta dal Papa nel 1924 e che valorizza la donna e l’educazione come strumento di evangelizzazione: «San Pedro – spiega la Pievaioli – ci esorta a essere come i primi cristiani e a sentirci responsabili di questo mondo, a profondere tutte le nostre energie per renderlo più aderente al disegno di Dio: un mondo fatto di bellezza, di rapporti fraterni, di armonia con il Creato. Siamo fatti per essere felici e non per restare in pantofole. A scuola questo messaggio si traduce anche nell’insegnamento a pensare con la propria testa». Il che a Maddalena veniva naturale ben prima di conoscere San Poveda, cioè quand’era ancora una ragazzina di Frattavecchia, località che a stento oggi raggiunge le cinquanta anime e che anche allora non era di certo una metropoli. «Quando aumenta il benessere la ricerca del senso scema» annota, osservando che il fenomeno colpisce persino i Paesi una volta ricchi di vocazioni alla vita religiosa, come l’India: ora, che il livello di vita è cambiato, crescono le vocazioni solo nelle zone più povere del Paese, dove i cristiani sono perseguitati.
Ma anche se gli orizzonti restano ampi, un impegno è un impegno: consacrazione o no, il celibato è una scelta che implica una grossa rinuncia per una donna che ha la maternità nell’anima. «Mia sorella ha studiato con me, poi si è sposata e ha avuto due bellissimi figli – risponde –; ho avuto anch’io alcune proposte di fidanzamento, quando questo termine significava un preciso impegno ad affrontare il percorso matrimoniale, e non trovo che la mia vita sia stata infelice per avervi rinunciato. Nella donna c’è una chiamata, una tensione al dono di sé attraverso un amore totale e principalmente attraverso il dono della vita. Questa realizzazione, tuttavia, non passa solo per il matrimonio: se c’è una professione che lo consenta, ti realizzi aprendo il tuo cuore a chi è messo sulla tua strada».
Oggi, Maddalena è la classica prof invitata ai matrimoni e ai battesimi dei figli dei suoi ex allievi. Anche ora che ha 75 anni, non ha perso la maternità spirituale per i suoi ragazzi, diventati uomini e donne, e guarda alle nuove generazioni con grande preoccupazione: «I giovani sono abituati per educazione familiare ad avere soddisfatte le esigenze primarie e non lo sono a guardare oltre, a dire non esisto solo io, ma esiste anche l’altro, ancora prima di conoscere e riconoscere l’Altro. Li vedo vivere chiusi sotto una cappa di vetro, quella del telefonino, come se non sapessero che esiste un mondo di fuori».
Spiega la sua vocazione attraverso il concetto di «cuore dilatato» e cita San Paolo, nella seconda lettera ai Filippesi: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo...». Quando i suoi allievi, un giorno, le hanno domandato perché fosse sempre felice rispose così: «Ho fede e la fede per me è aver sperimentato che c’è qualcuno che mi ha amato da sempre e per sempre ed è questo il fondamento della mia vita e della mia gioia». Dal fondo dell’aula partì un «beata lei».
Alla Cnal, la Pievaioli ha favorito uno stile sinodale ante Sinodo. «Dall’io al noi, ma l’abbiamo deciso tutti insieme», sottolinea. Sa come gestire un organismo dai pensieri spesso molto diversi: la stessa Istituzione teresiana in Spagna ha posizioni politiche variegate sul sostegno al governo Sanchez. A chi poi le fa notare che la Cnal ha solo un compito consultivo, ricorda le varie occasioni in cui è stata chiamata, come segretaria o come direttivo, a dare un parere o a proporre correzioni a documenti ecclesiali; oppure, in tempi più recenti, l’invito a partecipare a organismi come il Comitato nazionale per il Cammino sinodale e la partecipazione alle assemblee Cei. Nella seconda assemblea sinodale, come si sa, è stato bocciato il documento finale, poi corretto. Uno dei voti contrari, che hanno chiesto per l’appunto la revisione del documento, è stato il suo. Ma sempre con il sorriso.
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