Accogliere le correzioni, da chiunque esse vengano
In un anno imprecisato, gli abitanti di Perugia disprezzarono la predicazione di Francesco, accecati dall'odio che la loro città nutriva conto gli assisani. Con non poche conseguenze...
Non sempre le predicazioni di Francesco sortirono l’effetto sperato, come mostra quanto accadde a Perugia in un anno imprecisato. Sono i compagni di Francesco a darcene il racconto più immediato e – al tempo stesso – dettagliato, ma è Tommaso da Celano a riferirci che la spinta per recarsi a Perugia gli venne mentre si trovava nell’eremo di Greccio: qui Francesco intuì che giorni tristi si preparavano per i perugini e si avviò verso il centro umbro. Seguiamo però i Compagni nella loro narrazione. Essi affermano che, per ascoltare Francesco, nella piazza della città si era adunata «una grande folla». Tuttavia, mentre questi ancora parlava, irruppero dei cavalieri armati in groppa ai loro cavalli che si misero a giocare, creando disagio a quanti ascoltavano e – nonostante le proteste – non la smettevano. Allora, «volgendosi a loro in fervore di spirito, disse il beato Francesco: “Udite e cercate di capire quello che il Signore vi preannunzia per bocca di me, suo servo. E non state a dire: Questo qui è uno di Assisi!”. Questo disse il beato Francesco, perché tra assisani e perugini c’era un odio di vecchia data». Francesco, dunque, li ammonì ricordando loro che il Signore aveva benedetto i perugini e li aveva resi potenti sopra tutti i vicini; proprio per questo dovevano però essergli riconoscenti e mantenersi umili davanti a Lui e nei rapporti con gli abitanti dei centri limitrofi, senza ucciderli né devastarne le terre. Qualora non l’avessero fatto, il Signore, «che niente lascia invendicato», li avrebbe infatti posti gli uni contro gli altri ed essi avrebbero patito più tribolazioni di quante i vicini non avrebbero potuto infliggerne. Nonostante questa sua raccomandazione, non gli dettero retta, e così quanto Francesco aveva preannunciato si avverò: le parti in conflitto (“nobili” e “popolo”) procurarono, le une alle altre, danni notevoli, riducendo in tal modo Perugia alla fame.
L’episodio si rivela istruttivo per noi, oggi. Nella vita, infatti, dobbiamo sempre mettere in conto fallimenti, dai quali, però, se non ci manca l’umiltà necessaria e la volontà di apprenderne la lezione, è sempre possibile rialzarsi. Pietro e Giuda errarono entrambi in un momento decisivo della propria esistenza: tuttavia, mentre uno rientrò in sé stesso, pianse amaramente e tornò a vita nuova, l’altro, incapace di accettare il proprio fallimento, andò ad impiccarsi. Sta a noi scegliere quale strada prendere... È pur vero, poi, che l’insuccesso di Francesco fu dovuto essenzialmente a due motivi: perché la medicina da lui proposta si rivelava scomoda per i perugini – i quali avrebbero dovuto smettere di uccidere i vicini e devastarne le terre – e perché a suggerirla era un assisano, cioè un uomo considerato in partenza un nemico giurato. Dovremo perciò considerare sempre attentamente alcune cose: primo, che le cure necessarie a superare un male non devono tanto piacerci, quanto risultare efficaci; secondo, che quando una cosa è giusta, va tenuta nel debito conto, anche se detta da chi si ritiene un “nemico”; terzo, che dobbiamo soprattutto star bene accorti che le soluzioni proposte non calpestino la legge di Dio!
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