Tornare a dire
"persona" significa riconoscere una trama di relazioni

Leone XIV mette in guardia dal ridurre l’essere umano a "individuo". E dal delegare agli algoritmi decisioni che spettano alla coscienza. La dignità si fonda nel rapporto con il prossimo e nella vocazione a vivere con amore
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September 17, 2026
Tornare a dire
"persona" significa riconoscere una trama di relazioni
Papa Leone durante l'udienza generale in Piazza San Pietro / Vatican Media
Nella catechesi dell’Udienza generale di ieri, papa Leone XIV ha offerto alla Chiesa una meditazione di straordinaria attualità sulla Gaudium et spes , soffermandosi in particolare sul capitolo dedicato alla comunità umana . Prima ancora dei contenuti, a colpire è il metodo: il Pontefice ha chiesto una vera e propria bonifica del linguaggio . Ha messo in guardia dal rischio sottile di dire “persona” pensando “individuo”. È una diagnosi precisa, che riguarda tutti noi. Quando si riduce la persona a individuo, la si immagina come una monade isolata, un atomo che entra in relazione solo per calcolo o per convenienza. Da qui nasce la cultura della potenza: individui che competono, si misurano, si affermano gli uni a scapito degli altri. È la logica che attraversa l’economia, la politica, persino le relazioni quotidiane. Non è però la logica del Vangelo. La verità è un’altra, e la Gaudium et spes la consegna con limpidezza: la persona è una trama di relazioni amative (A. Rosmini). Nelle sue profondità, l’essere umano è comunione, è comunità . Non si comprende se non a partire dal legame che lo costituisce: il legame con Dio, con gli altri, con il creato. Dire “persona” significa dire “essere in relazione”. Qui sta il cuore di tutto. La dignità della persona umana sta nell’amore. L’amore non è un ornamento, un sentimento accessorio, un’aggiunta pia: è la “pasta” inserita nella fibra di tutto l’essere. È la materia di cui siamo impastati. E il fondamento ultimo di questa dignità è l’essere creati ad immagine e somiglianza del Dio-Amore, di quel Dio che è comunione di Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, che si donano reciprocamente e ci chiamano a entrare nel loro movimento.
Solo da questa radice può nascere ciò che Paolo VI chiamava la civiltà dell’amore. Non si costruisce la civiltà dell’amore partendo da individui in competizione, per quanto efficienti. La si costruisce partendo da persone che si riconoscono legate, responsabili gli uni degli altri, chiamate a farsi dono. È la lezione della dichiarazione Dignitas Infinita, quando afferma che la dignità umana «alla luce del carattere relazionale della persona» supera «la prospettiva riduttiva di una libertà autoreferenziale e individualistica» (n. 26). E aggiunge che quando la libertà «viene assolutizzata in chiave individualistica, è svuotata del suo contenuto originario ed è contraddetta nella sua stessa vocazione e dignità».
Il Pontefice ha ricordato: «La persona umana, che di natura sua ha assolutamente bisogno d’una vita sociale, è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali». Ha poi messo in guardia dal rischio di «abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana». Non è una questione che riguarda solo i tecnici o i legislatori. Riguarda ogni uomo e ogni donna. La dignità umana non è un tema da convegno: è la posta in gioco di ogni giornata.
Per Dignitas Infinita «una dignità infinita, inalienabilmente fondata nel suo stesso essere, spetta a ciascuna persona umana, al di là di ogni circostanza» (n. 7). E la difesa di questa dignità «è fondata su esigenze costitutive della natura umana, che non dipendono né dall’arbitrio individuale né dal riconoscimento sociale» (n. 25). Non possiamo lasciare, dunque, che la dignità diventi una variabile dipendente dalle convenienze del mercato o dalla potenza degli algoritmi.
Il bene comune – ha ancora ricordato Leone XIV citando il Concilio – è «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». Non è la somma dei vantaggi individuali, ma il frutto di una comunione. Per questo il Pontefice ha invitato a un discernimento personale e comunitario, a valutare i progetti sociali e politici di oggi secondo i criteri della dignità della persona, della giustizia sociale e della libera partecipazione.
Custodire la dignità umana come criterio fondante significa, allora, custodire la persona nella sua verità relazionale. Significa dire che nessuna macchina può sostituire la coscienza, che nessun algoritmo può misurare il valore di una vita, che nessuna logica di profitto può giustificare la violazione dei diritti. Significa riaffermare che la persona è fine e mai mezzo. Soprattutto significa ricordare che la dignità non è un’idea astratta: è la vocazione concreta di ogni uomo e donna a vivere nell’amore.
Contro la cultura della potenza, che divide e contrappone, la Chiesa è chiamata a edificare la civiltà dell’amore, che unisce e ricompone. La dignità umana non è un’idea: è una persona. È il volto di Cristo che continua a interpellare ogni volto umano. E la civiltà dell’amore comincia da qui: dal coraggio di chiamare “persona” ciò che è comunione, e di vivere di conseguenza.
Presidente 
della Pontificia Accademia 
di Teologia

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