Il Guareschi di Porporati su Rai 1 ignora la sua fede
di Tiziana Lupi
Domenica in onda il film biografico nel quale è quasi del tutto assente il suo profondo cristianesimo. Il regista ammette: «Insistere sulla fede avrebbe fatto piacere ai cattolici ma avrebbe potuto dispiacere qualcun altro»

Alzi la mano chi, complice le ricorrenti repliche televisive, non ha visto almeno una volta i film di Don Camillo e Peppone, magistralmente interpretati da Fernandel e Gino Cervi nei panni del parroco e del sindaco comunista, acerrimi (e divertenti) rivali in un paese nel cuore della Bassa Padana. Tutti sanno bene che a creare quei due irresistibili personaggi è stato un giornalista, sceneggiatore, disegnatore e scrittore nato (nel 1908) e vissuto proprio in quei luoghi: Giovannino Guareschi. A raccontarne la vita o, meglio, il capitolo che va dal suo ritorno a casa nel 1945, dopo la prigionia nei lager tedeschi (per non aver voluto combattere a fianco dei nazisti e dei fascisti della Repubblica di Salò), fino all’ingresso nel carcere di Parma, dove ha trascorso 409 giorni in seguito alla condanna per diffamazione a mezzo stampa di Alcide De Gasperi (per avere pubblicato sul settimanale “Candido” due lettere attribuite al politico democristiano ma risultate false) arriva su Rai 1 Giovannino Guareschi – Non muoio neanche se mi ammazzano. Il film tv, in onda domenica 20 settembre in prima serata, è liberamente ispirato all’autobiografia Chi sogna nuovi gerani? (Rizzoli) curata dai figli di Guareschi, Alberto e Carlotta ed è diretto da Andrea Porporati che lo ha anche scritto (con la collaborazione di Marco Ferrazzoli e la consulenza di Alberto Guareschi). A dare il volto allo scrittore, tra i più venduti al mondo con oltre 20 milioni di copie in 142 lingue, è un somigliantissimo (complici un paio di baffoni neri e il dialetto parmigiano) Giuseppe Zeno che lo stesso figlio di Guareschi definisce «azzeccatissimo».
Come dicevamo il racconto prende il via dal ritorno del protagonista a casa, in un’Italia distrutta dalla guerra, dopo la prigionia nei lager tedeschi. Ad accompagnare la narrazione ci sono le voci familiari di Don Camillo e Peppone (riprodotte da Claudio Lauretta) di cui si intravedono qua e là le sagome, e l’escamotage riporta inevitabilmente chi guarda all’atmosfera dei loro film, a quel microcosmo rassicurante nel quale i due si muovevano e in cui ciascun italiano può riconoscersi ancora oggi. Un Mondo piccolo, per usare il titolo del capolavoro di Guareschi, in cui persino le schermaglie politiche, alla luce degli scontri violenti e spesso volgari dei nostri tempi, finiscono per suscitare un pizzico di nostalgia. Nel suo paese Giovannino ritrova i genitori, la dolce madre Lina e il burbero padre Primo Augusto; l’amata moglie Ennia e i figli Alberto e Carlotta. E qui trasforma ciò che vede nel già citato Mondo piccolo, un insieme di quasi 350 racconti che narrano le vicende di Don Camillo e Peppone. Personaggi che, come diceva lui stesso, erano due parti della sua anima mentre, sottolinea Zeno, «la voce del Cristo che sentiamo nei loro film era quella della sua coscienza». Il film segue il concepimento e l’evoluzione editoriale della sua opera fino alla celebre trasposizione cinematografica, ma anche il percorso umano e personale di Guareschi, un uomo mosso dalla passione politica ma, soprattutto, un uomo libero. Profondamente cattolico (seppure assai critico verso la Democrazia Cristiana così come verso le innovazioni introdotte nella Chiesa dal Concilio Vaticano II), fervente anticomunista, contrario al capitalismo americano e decisamente poco incline al compromesso, Guareschi ha finito spesso per scontrarsi con le istituzioni e il film di Porporati ne restituisce al meglio lo spirito, la schiena dritta come diremmo oggi. Purtroppo, però, è inevitabile notare come dal racconto sia quasi del tutto assente la sua fede che, invece, era alla base della sua coerenza interiore e morale. E non si tratta di una disattenzione ma di una scelta: «Non c’è un’insistenza eccessiva sul tema ma la fede c’è – si difende il regista -. Non ci sono pellegrinaggi ai santuari ma, nel punto cruciale del film, alla domanda su cosa significhi per lui la politica, il protagonista risponde con parole molto cristiane, dicendo di voler essere un uomo, un essere umano degno di questo nome». Fin troppo facile eccepire che il voler essere un uomo degno di questo nome non è un’esclusiva dei cattolici e, allora, Porporati aggiunge: «Guareschi ha scelto di credere nell’uomo. Poi, che lui fosse un cattolico praticante ce lo dicono altre cose come il fatto stesso che uno dei suoi due personaggi fosse un parroco». Ancora un po’ poco, tanto che alla fine, il regista ammette: «Volevamo che il film fosse universale. Insistere sulla fede avrebbe fatto piacere ai cattolici ma, magari, avrebbe potuto dispiacere qualcun altro».
Sul tema prova a intervenire Zeno che parla di «semi sparsi qua e là» e di una celebre vignetta in cui Guareschi scrive «Nella cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no». Peccato che quella vignetta, in realtà, esprima più il fiero anticomunismo di Guareschi che non la sua fede.
Giovannino Guareschi – Non muoio neanche se mi ammazzano è prodotto da Anele in collaborazione con Rai Fiction. Nel cast ci sono, tra gli altri, Benedetta Cimatti, Andrea Roncato e Maurizio Donadoni.
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