Il Leone d’oro a “Woman unknown”, il premio della giuria a “Naza”: il cinema fa i conti con la guerra
Il bellissimo film della regista May el-Toukhy sulle violenze contro le donne collaborazioniste dei nazisti vince
anche la Coppa Volpi femminile. Leone d’Argento per la regia a “Dau”, sullo sforzo bellico sovietico

È iniziata tra le polemiche per la scarsa presenza di donne in concorso la 83esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, ma si è conclusa con il Leone d’oro a Woman Unknown di May el – Toukhy, uno dei film più belli e apprezzati della selezione di quest’anno, che ha consegnato nelle mani dell’attrice Mathilde Arcel la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Due tra i premi più prestigiosi dunque vanno a una storia ambientata nella Danimarca del secondo dopoguerra, quando si fanno i conti con chi ha collaborato con i nazisti punendo le donne che hanno amato dei tedeschi e risparmiando chi invece con il Terzo Reich aveva fatto affari senza scrupoli morali. In questo scenario si muove una donna con un segreto nel proprio passato che potrebbe compromettere per sempre la sua nuova posizione all’interno della società postbellica.
La riflessione sull’impatto di guerre e dittature nella vita delle persone emerge in altri film premiati ieri al Lido dalla giuria presieduta dall’americana Maggie Gyllenhaal. Il Leone d’Argento per la migliore regia va infatti Dau del dissidente russo Ilya Khrzhanovsky, che conclude il suo ventennale progetto multidisciplinare ispirato alla figura al fisico Lev Landau, padre della bomba atomica sovietica, costretto mettere il proprio talento al servizio di un regime mosso dall’ambizione di distruggere l’umanità. Entrato per ultimo nel novero dei film in competizione, Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor (la seconda donna in gara) vince il Premio speciale della Giuria denunciando lo sterminio dei palestinesi a Gaza meticolosamente pianificato dagli Israele. L’esercito israeliano ha respinto categoricamente le accuse del documentario, definendo le confessioni di militari e funzionari dell’intelligence presenti nel film come “testimonianze anonime e prive di riscontri veritieri”, ma i registi hanno replicato alle critiche ribadendo che ogni informazione e intervista è il frutto di un’inchiesta giornalistica approfondita, condotta e verificata nel corso di quasi tre anni insieme a testate internazionali come The Guardian, +972 Magazine e Local Call. E il direttore della Mostra Alberto Barbera ha commentato dicendo che escludere Naza dal Festival «sarebbe stato un atto di codardia». La Coppa Volpi a John Malkovich per l’applauditissimo Wild Horse Nine di Martin McDonagh premia poi l’interpretazione di un personaggio poeticamente struggente, che punta il dito contro le manipolazioni della Cia ai danni di tanti paesi del mondo e le violenze perpetrate dalla politica estera statunitense.
La riflessione sull’impatto di guerre e dittature nella vita delle persone emerge in altri film premiati ieri al Lido dalla giuria presieduta dall’americana Maggie Gyllenhaal. Il Leone d’Argento per la migliore regia va infatti Dau del dissidente russo Ilya Khrzhanovsky, che conclude il suo ventennale progetto multidisciplinare ispirato alla figura al fisico Lev Landau, padre della bomba atomica sovietica, costretto mettere il proprio talento al servizio di un regime mosso dall’ambizione di distruggere l’umanità. Entrato per ultimo nel novero dei film in competizione, Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor (la seconda donna in gara) vince il Premio speciale della Giuria denunciando lo sterminio dei palestinesi a Gaza meticolosamente pianificato dagli Israele. L’esercito israeliano ha respinto categoricamente le accuse del documentario, definendo le confessioni di militari e funzionari dell’intelligence presenti nel film come “testimonianze anonime e prive di riscontri veritieri”, ma i registi hanno replicato alle critiche ribadendo che ogni informazione e intervista è il frutto di un’inchiesta giornalistica approfondita, condotta e verificata nel corso di quasi tre anni insieme a testate internazionali come The Guardian, +972 Magazine e Local Call. E il direttore della Mostra Alberto Barbera ha commentato dicendo che escludere Naza dal Festival «sarebbe stato un atto di codardia». La Coppa Volpi a John Malkovich per l’applauditissimo Wild Horse Nine di Martin McDonagh premia poi l’interpretazione di un personaggio poeticamente struggente, che punta il dito contro le manipolazioni della Cia ai danni di tanti paesi del mondo e le violenze perpetrate dalla politica estera statunitense.
Il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria va al coreano Lee Chang-dong per Possible Love, che incrocia i destini di due coppie appartenenti a classi sociali diverse e affronta il tema della fine del lavoro sulle tracce di un operaio licenziato da una fabbrica e disposto a lasciarsi intervistare da una documentarista. Il tema del lavoro torna anche in Un bon petit soldat di Stéphane Brizé, che insieme a Coralie Amédéo e Olivier Gorce ha vinto il premio per la sceneggiatura. Interpretato da una strepitosa Alba Rohrwacher, il film segue la vicenda di una donna che, responsabile del personale in un’azienda, deve accettarne le regole di sottomissione imposte da un mondo al maschile pronto a calpestare valori e diritti in nome del profitto. Il Premio Marcello Mastroianni destinato a giovani interpreti emergenti va poi a Malou Khebizi per il film 15/18 (A Place to Heal) del francese Cédric Khan, che racconta di un gruppo di giovani pazienti ricoverati in un istituto per ragazzi in lotta contro il disagio mentale.
Torna dunque a casa a mani vuote l’Italia che, nonostante i cinque film in competizione, non è riuscita a salire sul palco della cerimonia finale, ma a riscattare l’orgoglio nazionale ci pensa Riccardo Scamarcio, migliore attore nella sezione Orizzonti per I figli della scimmia di Tommaso Landucci, che insieme a Damniano Femfert vince anche per la migliore sceneggiatura. La storia di un padre alle prese con un figlio disabile ha evidentemente lasciato un segno sulla giuria presieduta da Valerie Donzelli, che ha assegnato il premio per il miglior film a Un détour par Diane di Ann Sirot e Raphael Balboni, commedia su una figlia decisa a vendicare una madre vittima di violenza anni prima. La migliore regia va alla greca Jacqueline Lentzu per A Day in the Life of Jo: Chapter Fedra, che incrocia fatti di cronaca e ricerca spirituale, mentre il Premio Speciale della Giuria è per La maison du vent del camerunense Auguste Bernard Kouemo Yanghu, che conquista anche il premio per la migliore opera prima con la storia di una madre in attesa del ritorno a casa dei figli costretti a lasciare il paese per trovare lavoro. La migliore attrice di Orizzonti è invece Leleh Marzban per per Falling House dell’iraniano Mohsen Gharaei su un padre padrone nella periferia di Teheran. Il premio degli spettatori per la sezione Spotlight va infine a I Matter di Alina Serban su una giovane rom costretta in un orfanotrofio a confrontarsi con la propria identità e l’abbandono del padre.

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