I vescovi del Triveneto: «Non esiste un diritto a morire, ma a essere curati»
La dichiarazione comune dopo l’approvazione della legge regionale sul suicidio medicalmente assistito. Il monito sui rischi per la sanità pubblica e l’appello a rafforzare cure palliative, prossimità e accompagnamento dei malati

«Non può sussistere un “diritto a morire”, ma piuttosto quello di essere sempre curati e assistiti, sempre accompagnati e mai lasciati soli». È chiara la posizione dei vescovi del Triveneto sul suicidio medicalmente assistito. Riuniti a Bibione, in provincia di Venezia, il 10 e 11 settembre, i presuli hanno approvato all’unanimità una dichiarazione comune sul fine vita, intervenendo direttamente nel dibattito aperto dalla scelta della Regione Veneto di approvare una legge che organizza il suicidio assistito attraverso le strutture del Servizio sanitario nazionale.
È proprio il coinvolgimento della sanità pubblica uno dei punti da cui prende le mosse il documento. Di fronte alla decisione della Regione, scrivono i vescovi, «è opportuno tornare a interrogarsi su quale sia la funzione della sanità pubblica in una società che si definisce civile». L’esperienza maturata accanto alle persone sofferenti, osservano, mostra infatti che «nel tempo del dolore, il malato attende prima di tutto vicinanza, aiuto e solidarietà». Per questo aiutare una persona che lo richieda a sopprimere la propria vita, anche in presenza di gravi sofferenze, «non si presenta come alternativa razionale all’accompagnamento delle persone fragili di cui la medicina sempre si è presa cura».
La dichiarazione contesta quindi uno degli argomenti utilizzati nel dibattito sul suicidio assistito. «“Conquista di civiltà” – come è stata definita da alcuni – non può essere la soppressione della vita ma, piuttosto, la cura per alleviare la sofferenza davanti al grido di dolore che si solleva dal malato anche quando questi sembra arrendersi». È proprio nel momento in cui il malato sembra non farcela più, sottolineano i vescovi, che «necessita di maggiore attenzione e vicinanza». In simili circostanze, aggiungono, chi soffre non ha bisogno «dietro argomentazioni in apparenza pietose, di atteggiamenti che lo convincano a chiedere di congedarsi».
La questione, per i presuli, non riguarda però soltanto la singola decisione individuale. Il suicidio assistito, davanti a situazioni che gli stessi vescovi definiscono «complesse e drammatiche», rischia di non tenere adeguatamente conto della «struttura intrinsecamente relazionale e sociale della persona». E la sua introduzione nel sistema sanitario può produrre conseguenze più ampie, orientando progressivamente sia la cultura sia la medicina verso una «estenuazione dell’etica della cura e della prossimità».
Da qui il richiamo alle possibilità che la medicina già offre per affrontare il dolore e accompagnare la fase terminale dell’esistenza: terapia del dolore, cure palliative, assistenza domiciliare e diverse forme di sostegno e accompagnamento. La trasformazione del suicidio assistito in una possibilità organizzata all’interno del servizio sanitario comporta invece, secondo la dichiarazione, «un oggettivo salto qualitativo che trasforma l’eccezione in una prestazione».
A questa ferma presa di posizione i vescovi affiancano tuttavia un forte richiamo al rispetto dovuto a chi vive personalmente situazioni di sofferenza estrema. «La sofferenza attraversata da tanti nostri malati è difficile da comprendere se non la si è vissuta», riconoscono. Proprio questa consapevolezza deve rendere «estremamente rispettosi delle persone e delle varie situazioni», cercando con la propria presenza di annullare «la distanza e l’emarginazione che affliggono l’esperienza del morire». Ai malati in condizioni di fragilità e ai loro familiari i presuli esprimono quindi la propria «fraterna vicinanza», in particolare attraverso la preghiera.
La contrarietà al suicidio assistito non equivale, precisano inoltre, alla richiesta di prolungare a ogni costo la vita. «La Chiesa, sempre attenta alle sofferenze umane dell’anima e del corpo, rigetta ogni forma di accanimento terapeutico, ascolta la voce dei poveri e dei fragili». L’invito è piuttosto a ripensare le questioni del fine vita «al di fuori di ogni prospettiva ideologica», affrontandole «con empatia e desiderio di sincero dialogo».
L’alternativa indicata è quella di «ricostruire una cultura della prossimità e dell’accoglienza», soprattutto nella gestione delle fasi terminali della vita. Una linea che la Conferenza episcopale triveneta colloca esplicitamente in continuità con quella della Cei e con gli interventi dei vescovi dell’Emilia-Romagna, della Sardegna e della Toscana. Richiamando inoltre una propria Nota del 2023, i presuli riaffermano «il valore della dignità della vita umana, tutelato anche dalla Costituzione» e concludono ribadendo il principio che attraversa l’intero testo: non un «diritto a morire», ma quello «di essere sempre curati e assistiti, sempre accompagnati e mai lasciati soli».
Il pronunciamento sul fine vita è stato il passaggio di maggiore rilievo della due giorni di Bibione, che ha visto l’episcopato triveneto impegnato anche su altri fronti. Giovedì sera c’è stato l’incontro con il nuovo vescovo di Chiang Mai, in Thailandia, Peter Suphot Roeksujaritm, per fare il punto sui quasi trent’anni di cooperazione missionaria tra la diocesi asiatica e le Chiese del Nordest e sulle possibili modalità con cui proseguirla.
Venerdì, dopo la Messa celebrata con i fedeli nella parrocchiale di Santa Maria Assunta, è stata la volta del presidente nazionale dell’Azione Cattolica Giuseppe Notarstefano e dell’assistente generale Claudio Giuliodori, insieme ai rappresentanti dell’Ac triveneta. Al centro del confronto il rinnovamento dell’associazione e il suo contributo alla conversione pastorale e missionaria delle comunità ecclesiali, all’educazione, alla formazione e alla vita pubblica. Dopo una fase di riduzione degli iscritti, l’Azione Cattolica registra nel post-pandemia una ripresa in tutte le fasce d’età e si prepara a celebrare il 160° anniversario. Nel Triveneto conta oggi 28mila associati – 10mila bambini e ragazzi, 8mila giovanissimi e giovani e 10mila adulti – presenti in 616 parrocchie.
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