Gabriela Wiener: «Il cuore fragile guida la rivoluzione»
In “Atusparia” l’autrice peruviana intreccia politica e vita affettiva, interrogandosi sul potere, sul fallimento delle utopie e sulla resistenza delle lotte indigene

Il corpo, la politica, le lotte dei “vinti” sono da sempre il terreno di scrittura di Gabriela Wiener, giornalista peruviana e autrice tra le voci più originali della non-fiction latinoamericana. Wiener ha spesso raccontato senza reticenze l’intimità e le eredità del colonialismo, intrecciando memoir, reportage e invenzione. Dopo Corpo a corpo e Sanguemisto, torna in libreria in Italia con Atusparia, pubblicato da La Nuova Frontiera (pagine 256, euro 20,00), un romanzo post-indigenista, satirico e visionario, che segue una leader della sinistra perseguitata e rinchiusa in una colonia penitenziaria nel cuore dell’Amazzonia. Dal carcere, la protagonista ripercorre la propria educazione politica e sentimentale. Al Festivaletteratura di Mantova per presentare il libro, Wiener ci ha parlato del cuore fragile delle rivoluzioni, di ciò che le divide, delle contraddizioni del potere e di quanto può sopravvivere alle utopie sconfitte.
Atusparia nasce da una domanda: perché i movimenti di liberazione finiscono per disgregarsi?
«Forse all’origine ci sono esperienze più vicine a noi e altre domande più quotidiane, piccole e concrete, ad esempio: perché le amiche si allontanano, perché il mio collettivo si è sciolto, perché la nostra famiglia si è disgregata, perché la nostra rivoluzione è fallita. Il che ci porta a chiederci cosa c’entri la politica con l’amore e con tutto questo groviglio personale e intimo. A me scrivere questo libro ha portato domande sul nostro passato. E più di ogni altra cosa mi hanno ispirato le rivoluzioni soffocate, quelle dei vinti che tornano a resistere. E mi riferisco alle lotte indigene. A quel fatalismo della storia si risponde con il presente delle lotte, anche se le condizioni sono avverse e ineguali. Mentre gran parte della classe operaia urbana si è schierata a sostegno del fascismo, il movimento indigeno continua a essere l’epicentro della ribellione popolare dei più deboli, che comprende la difesa dei diritti di ogni forma di vita».
La scuola Atusparia cerca di conciliare il marxismo e il sapere ancestrale. Nel libro, l’esperimento appare insieme generoso e contraddittorio. È possibile educare qualcuno affinché diventi un rivoluzionario, oppure ogni pedagogia rivoluzionaria corre il rischio di trasformarsi in disciplina?
«Ad Atusparia l’educazione appare come un progetto che va oltre l’aspetto pedagogico; è uno strumento di trasformazione politica. L’educazione oggi, salvo eccezioni, non è un terreno in cui forgiare coscienze critiche, come sostenevano le utopie comuniste. È chiaro che si possono creare coscienze critiche e spiriti rivoluzionari con la giusta dose di conoscenze. La disciplina non mi sembra un rischio, mi sembra necessaria per forgiare militanze; credo nelle militanze politiche ed educative, ma mi sembra invece un rischio il pensiero unico. L’attuale progetto del neoliberismo consiste nel privatizzare l’istruzione senza trasformare nulla, per continuare a creare gerarchie e rendere l’istruzione riservata alle élite. Se c’è qualcosa che resta delle utopie comuniste, dovrebbe essere la difesa dell’istruzione pubblica».
Qual è, secondo lei, il nemico più pericoloso di un movimento di liberazione?
«Noi stessi e il potere, oltre a qualcosa di inevitabile: mescolare la politica con l’amore. E senza dubbio il purismo rivoluzionario, che ci trasforma in poliziotti che chiedono la tessera della rivoluzionaria perfetta».
Cosa succede a un movimento quando la coerenza richiesta dalla militanza entra in conflitto con il disordine della vita affettiva?
«Si impara molto sulla coerenza, ad esempio che essa non può essere il fine ultimo di nulla che abbia a che fare con l’umano. Siamo imperfetti e le nostre contraddizioni sono intrinseche a questo divenire. Comprendere che siamo fatti di questa instabilità e vulnerabilità può servire a impegnarci con maggiore consapevolezza di ciò che diamo noi, di ciò che possono dare gli altri, e a cercare di mettere al centro la comunità».
La rabbia è spesso considerata un sentimento politicamente sospetto. Nel suo romanzo è una forza generativa o consuma chi la prova?
«All’interno del movimento antirazzista in Spagna c’è una compagna a cui teniamo molto, Quinny Martínez, che ci ricorda sempre che la rabbia che proviamo non è una rabbia qualsiasi, ma dignitosa. È la rabbia dignitosa che guida una rivoluzione».
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