Lo scrittore Harstad: «L’opera sa più di chi la crea»

L'autore al Festivaletteratura: «La memoria non è un archivio fedele, ma un dispositivo che riscrive ciò che siamo stati»
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September 10, 2026
Lo scrittore Harstad: «L’opera sa più di chi la crea»
Johan Harstad / John Erik Riley
«L’opera è sempre più intelligente di chi l’ha creata», dice Johan Harstad, scrittore, drammaturgo e grafico norvegese, considerato una delle voci più originali della letteratura contemporanea scandinava. E forse è inevitabile che lo sia, soprattutto quando l’opera in questione è un libro “fiume” come Max, Mischa e l’Offensiva del Tet (Sellerio, pagine 1256, euro 28,00), una delle opere più chiacchierate del momento: romanzo mondo di oltre mille pagine, pubblicato in Norvegia nel 2015 e arrivato ora in Italia, dove sarà presentato al Festivaletteratura di Mantova domenica 13 settembre. Attraversando decenni, continenti e generazioni, l’autore intreccia una storia d’amore e di trasformazione artistica con il trauma della guerra in Vietnam, raccontando lo sradicamento, la nostalgia e la ricerca di un luogo da chiamare casa. Al centro del libro Max, regista teatrale emigrato negli Stati Uniti, che prova a ricomporre la propria vita attraverso una serie di ricordi. Ne abbiamo parlato con l’autore, partendo dai limiti del linguaggio e dalle false memorie, passando per il divario tra l’artista e l’interprete della propria opera, e discutendo poi di accessibilità alla cultura e disillusioni generazionali.
Max parla inglese da vent’anni, ma sceglie di scrivere in norvegese perché ritiene che in inglese troppe cose rimangano indicibili. Ci sono esperienze o sentimenti che possiamo esprimere appieno solo nella nostra lingua madre?
«Non necessariamente, ma Max la pensa così, forse perché ci sono parole e frasi della sua infanzia che hanno un significato o un tono speciale, che gli sembrano più vicine a ciò che ha bisogno di esprimere, anche se, oggettivamente, potrebbero esserci parole in inglese che descriverebbero meglio le cose. Il problema del linguaggio in generale è che sembrano esserci parecchi sentimenti, esperienze e osservazioni che fatica a esprimere in modo preciso, come certi eventi traumatici o argomenti scientifici. Per non parlare di quanto possa essere difficile esprimere il proprio sentimento d’amore per un’altra persona in un modo che non risulti banale. O di quanto il linguaggio sia riduttivo se si cerca di descrivere tutti i pensieri che si hanno. Il linguaggio non riesce a stare al passo. Ma è proprio questo che facciamo quando scriviamo, leggiamo e creiamo arte: cerchiamo di scavare nelle profondità del linguaggio e della comunicazione».
Nel libro la memoria viene descritta come un archivio pieno di materiale inaffidabile. Le interessava mostrare come cambino nel tempo e come, attraverso di essi, ciascuno finisca per costruire il proprio passato?
«Trovo affascinante e straziante al tempo stesso il modo in cui i nostri ricordi siano totalmente inaffidabili e come due persone possano avere un ricordo completamente diverso dello stesso evento. È come se nella nostra mente ci fosse qualcuno che riorganizza e mette in risalto costantemente ricordi diversi, rimettendo mano al nostro passato in modi che ci aiutano, ci perseguitano o semplicemente riflettono chi siamo in un dato momento. A mano a mano che i miei figli crescono, riaffiorano anche tutti questi ricordi dimenticati della mia infanzia, che a volte entrano in conflitto con i ricordi che avevo di chi fossi allora. E poi ci sono tutti questi falsi ricordi; il risultato di essermi dedicato così intensamente alla scrittura fa sì che alcune delle cose di cui ho scritto sono diventate falsi ricordi dentro di me».
Nel libro parla del sogno di un teatro accessibile, rivolto principalmente a chi normalmente non frequenta il teatro: spettatori impreparati, distratti, persino ostili. Cercava di mettere in discussione la natura elitaria e i codici sociali di una certa cultura contemporanea?
«Ho iniziato a scrivere questo romanzo quando ero drammaturgo residente al Teatro Nazionale di Oslo e avevo notato che il pubblico era sempre lo stesso: persone sulla cinquantina o più anziane, sempre ben vestite e chiaramente appartenenti alla classe medio-alta e all’alta borghesia. Quando ero piccolo, mia madre mi portava spesso a teatro e ci vestivamo sempre un po’ a festa per l’occasione, ma lei mi ci portava soprattutto perché le piacevano davvero gli spettacoli in sé. Al Teatro Nazionale avevo spesso l’impressione che il pubblico volesse solo essere intrattenuto con le solite cose che aveva già visto e poter dire agli altri di essere stato a teatro, come se fosse un simbolo di successo culturale. E se gli spettacoli erano troppo complessi o intellettuali, semplicemente non gli piacevano. Quindi sì, vorrei decisamente un teatro che mettesse in scena spettacoli a prezzi popolari e dove si possa andare vestiti di stracci, purché si porti con sé la curiosità e una capacità di concentrazione funzionante, lasciando a casa il profumo costoso. Lo stesso vale per l’opera, tra l’altro. Si tratta di forme d’arte antichissime e importanti. Ma bisogna avere successo economico per potervi andare. Per fortuna la letteratura è ancora accessibile a tutti, grazie alle biblioteche e ai prezzi più bassi».
Nel romanzo la casa sembra essere più un tempo perduto che un luogo geografico. È possibile tornare in un Paese senza poter tornare alla persona che si era quando è stato lasciato?
«Apparteniamo a uno spazio fisico o si tratta solo di nostalgia, o forse entrambe le cose? Non ho una risposta, l’unica cosa che so è che ogni volta che torno nella mia città natale, Stavanger, dove non vivo da quasi trent’anni, mi diventa sempre più dolorosamente chiaro che la persona che ero quando vivevo lì non esiste più davvero. È solo una copia, che cerca di mimetizzarsi e sembra semplicemente strana».
Nel libro l’arte non sembra guarire i personaggi: piuttosto, permette loro di rimuginare sulle proprie ferite. Cosa ne pensa della creazione artistica presentata come cura?
«In base alla mia esperienza personale posso dire di credere fermamente che l’arte possa guarire le persone e cambiarle per sempre, ma che non funzioni con ciò che scrivi tu stesso. Potresti pensare: “Ok, ne scriverò in questo romanzo e così creerò una sorta di catarsi e mi libererò”. Non funziona. Hai semplicemente incapsulato le ferite, il desiderio e i ricordi. Ma almeno hai osato guardarli e rifletterci sopra, e questo ha un certo valore. Ma no, per me la mia stessa arte mi aiuta ben poco, se non a creare altri fantasmi».
Max si considera un figlio dell’ultima generazione convinta di poter cambiare il mondo e un membro della prima ad aver capito che non era vero. Si tratta di un’osservazione storica, di una forma di disillusione o di un alibi?
«Dipende a chi lo chiedi, immagino. Ma per me questo è vero, in una certa misura. Tuttavia ho grande fiducia nella generazione dei miei figli, sperando che lottino sia contro l’intelligenza artificiale, sia per il clima, sia contro l’assurda concentrazione di denaro e potere in questo mondo».
La guerra del Vietnam entra per la prima volta nella vita di Max attraverso fotografie, libri, videocassette e racconti di famiglia. Quanto della nostra coscienza politica deriva da immagini che non siamo ancora in grado di comprendere?
«In molti dei miei libri si trovano riferimenti alla guerra del Vietnam, ma in questo volevo raccontare l’esperienza reale, vissuta sul campo. Tuttavia, non volevo che fosse pieno di azione, traumi e tutti quegli elementi tipici dei romanzi che si leggono d’un fiato. Volevo raccontare la noia quotidiana della guerra, in un momento in cui il conflitto stava volgendo al termine, un po’ come le ultime ore di una festa durata tutta la notte, quando inizi a renderti conto di quanto sia in disordine il salotto, che ci sono bicchieri vuoti ovunque, persone che dormono sul pavimento e inizi a temere il giorno che sta per arrivare».

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