Zuppi: «La scuola come atto di speranza radicale»
Educare non significa riempire ma liberare. Ma oggi la stessa idea di educazione è depotenziata da principi che rispondono a logiche di mercato

Pubblichiamo la prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi al libro di Marco Rossi-Doria Scuola. Educare quando tutto sta cambiando, pubblicato da Vita e Pensiero nella collana “Piccola biblioteca per un paese normale” (pagine 244, euro 18,00). Rossi-Doria, maestro elementare dal 1975, ha insegnato in quartieri difficili di Roma e Napoli e all’estero, divenendo il primo “maestro di strada”.
C’è una parola che è la chiave di lettura di queste pagine e di tutta la vita dell’autore, sulla quale sostare prima ancora di cominciare a leggere. È la parola “educare”, dal latino educere, tirare fuori. Non riempire, dunque, ma liberare. Non depositare nozioni in un contenitore vuoto, ma accompagnare qualcuno a diventare quello che già, in qualche modo, è chiamato a essere. Marco Rossi-Doria lo sa bene: lo ha vissuto con i piedi, con le mani, con il cuore e con la mente negli anni passati a essere, più che a fare, l’educatore nelle scuole delle periferie di Napoli, nelle aule dove lo Stato arriva tardi e spesso con le mani vuote di soluzioni e con troppi proclami. Lo dimostra con la chiarezza di chi ha visto le cose da vicino, senza le protezioni del distacco accademico.
È il motivo che mi ha spinto a scrivere queste considerazioni, nutrite da un’amicizia con l’autore che dura dal liceo classico “Virgilio”, a Roma, in anni segnati dalla passione per una scuola diversa. Il tema ci tocca tutti da vicino, perché significa che la scuola deve svolgere, pienamente e per tutti, questo suo ruolo, in alleanza con quanti compongono il sistema educativo. Ma soprattutto perché credo che oggi, in Italia, parlare di scuola e di educazione non sia un esercizio tecnico o pedagogico. È un atto politico nel senso più alto del termine, nel senso della polis, della città in cui si vive insieme, della comunità che si costruisce o si lascia sgretolare.
Viviamo un tempo strano. Un tempo in cui la parola “merito” è al centro dell’istruzione ma resiste il fallimento formativo, evidente contraddizione perché il “merito” deve essere per tutti e la scuola deve garantirlo. Un tempo in cui si discute molto di programmi, di voti, di riforme scolastiche, e pochissimo di quella cosa essenziale che è il rapporto umano tra un adulto e un bambino, tra un insegnante e un ragazzo che magari a casa non ha nessuno che gli legge un libro o che gli chiede com’è andata a scuola. Un tempo in cui l’irrompere dell’intelligenza artificiale rischia di fare regredire quella naturale, di cambiare le relazioni e l’apprendimento.
Don Lorenzo Milani lo scriveva in modo lapidario, con quella sua intransigenza profetica: «Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali». E noi, sessant’anni dopo, ci troviamo ancora lì, con quasi un quarto dei minori italiani in esclusione sociale, con un divario Nord-Sud che si allarga invece di restringersi, con generazioni intere che crescono senza aver mai incontrato un adulto che credesse davvero in loro.
Rossi-Doria chiama questo «fallimento formativo di massa». È un’espressione dura, quasi spietata, ma onesta. Perché quando un bambino esce dalla scuola senza saper leggere davvero, senza riuscire a capire un testo, senza gli strumenti minimi per orientarsi nel mondo, non è un fallimento suo. È il fallimento di tutti noi. È la spia di un sistema che ha smesso di credere in ciò che fa, che ha lasciato che la scuola diventasse un luogo burocratico dove si registrano presenze e si compilano documenti, invece di essere, come dovrebbe, il luogo in cui si incontra la vita.
Penso spesso a una pagina di Georges Bernanos, il quale in una delle sue prose più intense scriveva che il mondo sarà salvato solo da coloro che sanno sperare. Non da chi organizza, non da chi pianifica, non da chi gestisce le emergenze, ma da chi sa ancora sperare. La scuola, la vera scuola, è un atto di speranza radicale. Dire a un bambino «siediti qui, impara, questo serve per te» è affermare che il futuro esiste, che vale la pena costruirlo, che il presente non è l’ultima parola su nessuno.
Eppure questa speranza è sotto pressione. Rossi-Doria descrive con precisione il paesaggio cambiato: un mondo saturo di stimoli digitali che competono con l’attenzione dei ragazzi, famiglie spesso sole e fragili, insegnanti pagati meno che in quasi tutti i Paesi europei e lasciati senza il sostegno e la formazione continua che il loro lavoro esigerebbe, politiche educative che cambiano a ogni legislatura senza mai davvero incidere sulle strutture profonde.
La scuola italiana è come una casa a cui tutti riconoscono importanza ma che nessuno vuole davvero ristrutturare: si preferisce parlarne, dibatterla, riformarla sulla carta.
Ma c’è qualcosa di ancora più sottile, e più preoccupante. Non è solo la scuola a essere depotenziata. È l’idea stessa di educazione. In un’epoca che esalta la velocità, l’utilità immediata, il risultato misurabile, l’educazione, che è per definizione lenta, imponderabile, orientata al lungo periodo, sembra fuori tempo. I bambini si educano, si dice, ma poi si “valorizzano” le competenze, si “ottimizzano” i percorsi formativi, si “performano” gli apprendimenti. Il linguaggio tradisce la visione: la persona è diventata una risorsa da formare per il mercato, non un essere umano da accompagnare verso la pienezza di sé.
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