Le lettere d’amicizia di Oriana Fallaci con monsignor Fisichella

A vent’anni dalla morte dell'autrice, in un epistolario in uscita per Piemme, il ricordo di un rapporto lontano dai riflettori, attraverso confidenze e non detti
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September 5, 2026
Le lettere d’amicizia di Oriana Fallaci con monsignor Fisichella
Pubblichiamo qui un estratto dall’introduzione di Rino Fisichella all’epistolario - firmato con Oriana Fallaci - La forza della passione. Lettere a Monsignor Fisichella (Piemme, pagine 160, euro 19,90), in uscita l’8 settembre. Il libro, in occasione del ventesimo anniversario della morte di Oriana Fallaci, per la prima volta riporta lo scambio epistolare tra la scrittrice, ormai gravemente malata, e l’arcivescovo
Ho aspettato molto prima di rendere pubblico l’epistolario tra noi due. Sono passati vent’anni dalla sua morte. Il tempo, oltre che permettere di vedere gli eventi da un’angolatura più ampia e profonda, consente anche di rendere giustizia a una donna che ha sofferto molto. Certo, Oriana Fallaci aveva vissuto momenti di autentica gloria; eppure, anche per lei, l’implacabile clessidra del tempo segnava la tappa finale. Era ancora giovane per morire. Lo sapeva e lo confessava candidamente: «Avrei ancora tante cose da fare e da scrivere...». La nostalgia riempiva di amarezza l’espressione del suo volto e le sue parole; era, comunque, talmente forte da spingere ogni volta la morte oltre il limite che i medici avevano fissato. Ha affrontato la malattia e la morte come un leone. Ha combattuto fino alla fine per il desiderio di vivere. «Io sono un soldato», amava ripetere «e non mi fa paura la morte. La combatto come posso per ritardarla, anche se so che vincerà lei. In ogni caso, sappi che morirò in piedi». Oriana amava la vita e la difendeva sempre e in ogni circostanza. Sapeva apprezzarla, soprattutto in un tempo che sembrava strappargliela dalle mani. Ritornare dopo molti anni su un rapporto di vera amicizia, lontano da ogni strumentalizzazione, mentre mi sforzo di non tralasciare nulla d’importante, mi obbliga a guardare all’essenziale. (…) È sempre difficile per me scrivere o parlare di Oriana Fallaci. Sono più le cose che non posso dire di lei, di quelle che posso raccontare. Certamente non si è mai «confessata» con me, nel senso sacramentale del termine. Ciò non significa, comunque, che il nostro rapporto non fosse segnato spesso da contenuti che appartengono a quella sfera di riservatezza che continuerò a conservare nonostante le insinuazioni false e spregiudicate di alcuni amanti del pettegolezzo per nulla interessati alla verità. Mi lascerò andare, quindi, a qualche ricordo perché possa servire come una tessera nella ricostruzione della sua personalità tanto complessa quanto affascinante, che molti altri hanno già realizzato nel passato molto meglio di me. La corrispondenza tra me e Oriana, come si può evincere dalle lettere, non fa altro che ripercorrere la vita quotidiana. Vi è un crescendo di confidenza che manifesta la maturazione dell’amicizia tra noi due. Le sue lettere sono quasi tutte battute a macchina con la sua Olivetti 22 su carta intestata «Oriana Fallaci». La firma è sempre a mano e spesso i testi sono corretti con il bianchetto o con cancellature, segno di una perfezione ricercata, com’era nel suo stile. Di fatto, sono gli ultimi scritti della grande giornalista che esprimono una scorribanda su persone, fatti, eventi che permettevano alla scrittrice di sentirsi meno sola. Una cosa certamente devo ribadire: Oriana era una donna sola. Quando l’ho conosciuta, la solitudine in cui lei stessa si era rinchiusa emergeva in maniera forte e stridente. Non voleva essere fotografata – ma a una donna anche questo è perdonato – così come non voleva essere cercata, se non da chi aveva deciso di incontrare. Un carattere dalle mille sfaccettature, poliedrico, che la rendevano simpatica e insopportabile a seconda dell’emergere di un tratto piuttosto che di un altro. Eppure, era ridotta a un’estrema solitudine. Non voleva più avere rapporti con i familiari, se non con il nipote Edoardo, per il quale aveva una particolare attenzione e che la ricambiava di grande affetto, insieme alla famiglia. Non voleva più nessuna segretaria, a eccezione della simpatica e paziente Daniela Di Pace, che ho conosciuto per la prima volta quando Oriana venne in Italia per incontrare papa Benedetto XVI nell’agosto 2005. (…) Prima di lasciarla dissi una preghiera e la benedii tracciando un segno di croce. Mirella, che mi assisteva, non si oppose a quel mio gesto ma lo seguiva con compassione e mi disse che quando si sarebbe risvegliata glielo avrebbe detto. Da parte mia aggiunsi: «Le dica che è il mio modo per salutarla e dirle che le voglio bene».
(pubblicato per Piemme da Mondadori Libri S.p.A.© 2026 Mondadori Libri)

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