Governo Meloni, la stabilità e l'impronta

Al tirar delle somme, questo ciclo di eccezionale stabilità politica, con il record dell'esecutivo più lungo della storia repubblicana, ha prodotto (pur con la scusante guerre) meno di quel che poteva
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September 5, 2026
Governo Meloni, la stabilità e l'impronta
La premier italiana Giorgia Meloni durante una manifestazione per celebrare il primato del suo governo come amministrazione più longeva nella storia della Repubblica italiana, a Bari/ REUTERS
L’underdog ha abbaiato. Giorgia Meloni, la giovane che Silvio Berlusconi chiamava sul palco per completare la squadra del Cavaliere, ha ribaltato tutti i pronostici. Già prima donna presidente del Consiglio, da ieri ha superato figure illustri come Moro, Fanfani, Craxi, Ciampi e Prodi e si fregia del governo più lungo della Repubblica. Un risultato sorprendente, che nessuno avrebbe immaginato nel 2021, quando “regnava” Draghi. Quanti avrebbero scommesso sulla leader di un partito post fascista divenuta prima premier sovranista di un Paese fondatore dell’Ue, quasi un cigno nero non aduso a diplomazie e tatticismi internazionali? In molti temevano sfracelli. E questi non si sono visti, dimostrando che un governo della destra in Italia è possibile. In fondo, però, si basa soprattutto su questo il successo di durata, assieme a un altro fattore decisamente sorprendente: indossando panni da perfetta leader trasformista, la “capa” di FdI non ha rispettato quasi nessuna delle promesse fatte, sostituendo gli obiettivi che indicava quand’era all’opposizione con altri orizzonti ed è riuscita a farlo senza inimicarsi le simpatie degli elettori (la leader è dotata di forte empatia).
L’ipotesi di uscire dall’euro è stata subito cestinata e sostituita da un asse con l’altra leader donna, la Ursula von der Leyen della Commissione Ue, fino ad acquisire senza dubbio un ruolo di primo piano nell’Unione. Rispetto al famigerato blocco navale totale nel Mediterraneo è subentrato un lavorio diplomatico per fare dell’argine all’immigrazione e della lotta ai trafficanti una priorità condivisa in Europa, attestato anche dal dietrofront tedesco negli anni. Antiche, imbarazzanti simpatie per il russo Putin (come per Hezbollah in Medio Oriente) sono state rimosse per far posto, in stretto raccordo con gli Usa, a un ferreo supporto (all’inizio, ora più sfumato almeno per le sue conseguenze sul riarmo) all’Ucraina invasa. Per non dire del noto impegno ad abbattere le accise sui carburanti, rimasto lettera morta. Quel che doveva essere non è stato, insomma. Come il rapporto con Trump, che lei ipotizzava come un trampolino ed è divenuto un problema. Con camaleontica abilità, degna dei politici della Prima repubblica, Giorgia Meloni si è però fatta concava e convessa per schivare le insidie. Sulla volontà del fare ha fatto prevalere la tentazione del durare. L’esempio più lampante è il fallimento dei progetti riformisti, tra premierato archiviato, giustizia seppellita dal referendum (incassato come niente fosse) e autonomia per ora depotenziata. Certo, in premessa di tutto non si può ignorare il contesto: il governo Meloni si è trovato schiacciato fra ben tre conflitti che hanno sconvolto le condizioni generali. Arduo attuare sconvolgimenti epocali con questi problemi mondiali. Epperò qui è anche il limite di questo esecutivo longevo. Meloni è arrivata al potere con la mira di restituire agli italiani l’orgoglio di essere Nazione, di ridare credibilità allo Stato.
Visioni “alte” che sta cercando di realizzare, però, con passi assai piccoli: l’orgoglio nazionale non si può confondere solo con i muri agli immigrati (senza quell’umanità e quella capacità di valorizzare il loro apporto anche qui oltre che in Africa, come si prefigge il piano Mattei) e con una ridda di misure-civetta sulla sicurezza dagli esiti parziali. E lo Stato credibile, al di là di alcuni principii giustamente rivendicati, è difficile poi da incarnare pienamente senza una vera classe dirigente, che era ed è rimasto un anello debole del melonismo. Tutto ruota attorno a lei, Giorgia, abilissima nell’ottenere il massimo da quel 26% ottenuto da FdI nel 2022; e anche nel farsi forte della singolare condizione di convivere con due alleati – Forza Italia e Lega – che proprio in questi anni hanno vissuto le loro fasi più travagliate, rispettandoli senza schiacciarli, in modo da non subire effetti dai loro affanni. Il suo esercizio di equilibrio è forse anche la ragione della mancata crescita di FdI in questi 4 anni, senza però subire quell’erosione di consensi che in genere segna gli esecutivi al potere. Più ombre che luci presenta poi il tagliando economico: il record sull’occupazione è accompagnato dalla grande occasione sprecata coi 200 miliardi che non torneranno del Pnrr, da una produzione industriale in calo quasi costante per oltre 3 anni, da una crescita che non ha fatto balzi, da un’industria in arretramento, da un debito ai massimi così come la pressione fiscale, dato che vanifica i 21 miliardi di tagli di tasse che pur ci sono stati.
Al tirar delle somme, questo ciclo di eccezionale stabilità politica ha prodotto (pur con la scusante guerre) meno di quel che poteva. La base programmatica della coalizione non ne esce rafforzata, come prova a esempio il “piano Casa” affastellato solo nella parte finale della legislatura. La stessa identità del centrodestra risalta più in raffronto alle incertezze e latitanze della controparte a sinistra, poco capace di adattare le sue politiche per invertire le tendenze elettorali, che per quella «certa idea di Paese» (per citare De Gaulle) che si è vista solo a sprazzi. «Serviranno più di 5 anni», disse Meloni il primo giorno. Dimenticando, però, che ci sono stati governi (vedi Monti) che in un anno solo furono capaci di fare tanto. Se gli italiani glielo consentiranno, per lasciare un’impronta straordinaria servirà altro che governare l’ordinario. Questo può bastare per durare, più che per essere veri statisti.

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